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Piccoli mostri crescono

Correva l’anno 1963, il paese era giovane, usciva dal dopoguerra, entrava nel boom: ammetterete che basterebbe molto meno per turbare un adolescente, che per di più, al posto dell’acne, c’ha il Vaticano e la Democrazia Cristiana, per sfigurarlo. Un regista ancora giovane, anche lui, ma già famoso per aver teso agli italiani uno specchio in cui vedersi Poveri ma belli [1], colto da un terribile lampo di lucidità decideva di spezzare lo specchio per mostrare quello che c’era dietro, in un film ad episodi dal titolo secco come uno schiaffo: “I Mostri”.

Due dei più grandi attori della stagione magica del cinema italiano, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, vi danno vita ad una galleria di personaggi che, in 20 sketch corti e amari come un caffé ristretto, tracciano un ritratto di gruppo che non risparmia nessuno di noi, senza distinzioni di sesso, di ceto e nemmeno di età. Anche quelli che, come me, avevano appena 10 anni, sapevano ormai quello che li aspettava: sarebbero diventati come il figlio di Tognazzi che, avendo capito la lezione paterna («Il mondo è tondo e chi non galleggia va a fondo»), uccide il padre dopo averlo derubato. Ovvero, il mito d’Edipo trasposto all’epoca delle cambiali.
Questa è la vera e profonda grandezza del film (e di Dino Risi): il suo cinismo generalizzato non permette a nessuno di nascondersi dietro al dito, di darsi buona coscienza rivolgendo uno sguardo di disapprovazione verso “gli altri”: c’è un mostro in ciascuno di noi, ed ognuno dei personaggi (e dei vizi) incarnati da Gassman e Tognazzi sonnecchia acquattato in un qualche angolino del nostro subconscio.
In genere, la commedia all’italiana esamina, sottolinea, esagera e volge in caricatura un problema, un comportamento, un difetto, oppure una categoria sociale, lasciando sempre aperta, per lo spettatore, la scappatoia del poter dire: «Ah, è vero, è capitato anche a me, di conoscerne uno così…», che sottintende : «ma io non sono così!».
Il film di Risi, invece, col suo succedersi serrato di mostruosità come in un catalogo della Redoute, ci fa sentire a disagio, ci insegue e finisce per metterci con le spalle al muro: il mostro non è solo l’italiano medio, non è in particolare il ricco, non è il povero, il potente, nè l’ignorante, il mostro è l’uomo (e, en creux, la donna), dunque sono io!
La domanda di rito che ci si deve porre oggi, 50 anni dopo l’uscita del film sugli schermi è: cosa ne resta? Che effetto fa a noi, uomini e donne del ventunesimo secolo? A noi che siamo scampati non solo al boom economico, ma anche alla strategia della tensione, agli anni di piombo, all’operazione Mani Pulite, alla Camorra e a Gomorra, a Scilla e Cariddi, alla par condicio e all’inciucio?
Certo, rivedendolo oggi, il primo sentimento che ci coglie è probabilmente la tenerezza per quei personaggi che eravamo noi quand’eravamo piccoli, prima di diventare grandi, di diventare ricchi, di diventare stronzi, di diventare dei veri figli di zoccola.
Come potrebbero, quei gentili mostriciattoli di 50 anni fa, far paura al Paese che ha dato i natali e la gloria a Berlusconi, a Bossi, a Formigoni, alla generazione che li ha portati al potere e ce li mantiene?
Il padre di famiglia che inaugura la sua Seicento pagata a cambiali andando a puttane, che effetto può fare al popolo del Bunga Bunga?
Dunque, si potrebbe credere che quei mostri abbiano perso col tempo la loro carica dirompente.
Personalmente, non lo credo, perché l’altra grande qualità del film, è la profondità della sua visione, che ci lasciava intravvedere, già nel 1963, quello che ci aspettava venti, trenta o cinquant’anni dopo.
“I Mostri” non è semplicemente la fotografia di un’epoca, ma anche una profezia sull’avvenire dell’Italia e dell’Homo Italicus, e dunque Dino Risi è un profeta, di sventure, certo, come tutti i profeti, ma lucido e spietato. Lo cito: «Un tale, accortosi che i cretini erano la maggioranza, pensò di fondare il Partito dei Cretini. Ma nessuno lo seguì. Allora cambiò il nome del partito e lo chiamò Partito degli Intelligenti. E tutti i cretini lo seguirono. » (Dino Risi – I miei mostri, ed. Mondadori). Vi ricorda qualcuno o qualcosa? O avete abbandonato l’Italia nel 1993, per andare a vivere su un’isola deserta e ci siete restati?
Se ci guardiamo attorno (e dentro) con attenzione, ci accorgeremo allora che i piccoli mostri di Dino Risi non sono scomparsi, sono semplicemente cresciuti, e a rivederli come si scorrono le foto ingiallite nell’album di famiglia ci possono certo fare tenerezza e persino simpatia, come rivedere il nonno in divisa da Balilla, ma solo perché preferiamo dimenticare i manganelli, l’olio di ricino, la ritirata di Russia e la Repubblichina di Salò.
Del resto, l’episodio che trovo ancor’oggi il più agghiacciante e che non ha preso un granello di polvere, è quello, tra i più brevi, in cui una coppia assiste alla scena di un film in cui i nazisti fucilano un gruppo di civili contro un muro che fa pensare a Tognazzi al muretto «semplice, solo con le tegoline sopra», che vorrebbe avere nella villa che si deve costruire. Si intitola «Scenda l’oblio». Si svolge nel Paese in cui, nel 2008, 42 deputati (in maggioranza appartennenti ad un partito che si definisce Popolo dei Cret… pardon, Polo della Libertà) hanno presentato una proposta di legge per conferire una “onorificenza“ ai repubblichini che avevano combatuto al fianco dei nazisti.
Dunque, oggi come allora, i mostri siamo noi tutti, e ciascuno di noi cova dei mostri, che un sonno anche passeggero, una “penichella“ della ragione sarà sufficiente a fare schiudere.
Ma allora, un’ultima domanda : sarebbe ancora possibile oggi fare un film come «I Mostri», e chi potrebbe farlo? Personalmente, visto la stato attuale del cinema italiano, sono piuttosto scettico, su questa possibilità e per spiegare rapidamente il perché, citerò ancora Dino Risi, che ha scritto : «la televisione vive di cinema, ma il cinema muore di televisione» e che, con questo epitaffio, ha dimostrato ancora una volta di averci capiti tanto, troppo bene.

1 "Poveri ma belli" è un film di Dino Risi uscito sugli schermi nel 1957, con Maurizio Arena, Renato Salvatori, Lorella De Luca e Maria Alassio : per farla corta, una specie di Plus belle la vie ambientato nella Roma del dopoguerra.

mercoledì 17 ottobre 2012, di Franco Lombardi