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Politica sì, politica no

Si fa un gran parlare di apolitica, di antipolitica, di sconfitte delle politica ad opera della tecnocrazia. Focus in ha voluto capire di che cosa si parla esattamente.

Innanzittutto, la politica, contro la quale tutti si scagliano. Senza scomodare Aristotele o Platone, l’Arte di governare le società è il fondamento di ogni Stato. I politici di professione, che nelle democrazie sono eletti, siedono al Parlamento per amministrare lo Stato per il bene di tutti i cittadini. Sembra semplice, ma non lo è affatto. Anzi, invece di cominciare con la definizione della politica, forse dovrei prima spiegare - soprattutto ai politici odierni - cosa si intende per “bene di tutti”. Da secoli i cittadini deplorano la corruzione, gli scandali, gli interessi dell’uno (il politico) a scapito degli altri, la compravendita dei voti… Vale ancora oggi quello che scrisse Benedetto Croce nel primo Novecento, che le elezioni sono manovrate dalle «direzioni dei partiti, che ne governano i rappresentanti, allontanando nella rielezione coloro che hanno dato segno d’indipendenza». Potremmo citare, sullo stesso principio, Piero Gobetti, D’Annunzio e tanti altri intellettuali dei secoli passati. Il principio è sempre quello: le elezioni, nate per far scegliere al popolo chi deve occuparsi dell’arte di governare la società producono politici di professione che tutto fanno fuorché occuparsi del bene di tutti. A maggior ragione nell’Italia della Porcellum, la legge elettorale definita «una porcata» dallo stesso ideatore, il leghista Roberto Calderoli. Semplificando, come d’uopo per l’ex Ministro della Semplificazione, uno degli elementi introdotti da Calderoli è il sistema della «lista bloccata»: l’elettore vota per un partito ed è poi la direzione del partito che mette al governo chi le pare. _ Da qui la sfilata di ministre che resteranno nella storia della Repubblica più per le doti fisiche che per l’operato politico-sociale. Da qui, la compravendita di parlamentari che ha caratterizzato la fine del IV governo Belusconi ed ha contribuito a dare un’immagine della politica ancora più rivoltante. Politici eletti per le loro doti di manipolazione pubblica piuttosto per per il loro senso dello Stato e che una volta eletti – cooptati sarebbe meglio dire – passano il tempo a sistemare i loro affari: una mazzetta di qua, una di là e via con gli affari illeciti, i soldi mandati all’estero, quel lusso sfrenato che da giornali e schermi televisivi aggredisce con una violenza quasi pornografica chi non arriva a fine mese (cioè quasi tutti, di questi tempi). Anche la corruzione non è nata oggi, ricordiamo, per citare solo un esempio dell’Italia unita, che nel 1893 il governo Giolitti cadde proprio per corruzione, coinvolto com’era nello scandalo della Banca Romana, così come nel precedente governo Crispi il deputato Cavallini aveva fatto da tramite fra i gruppi di potere della finanza, dell’industria e della politica procurando denaro ad imprese e personalità pubbliche, e restando peraltro coperto dall’immunità parlamentare.

L’uomo qualunque

Già tra il 1944 e il 1948, per reazione a magagne elettorali e corruzione, Guglielmo Giannini, giornalista e commediografo (ogni allusione ad un comico attuale è puramente casuale) faceva attività antipolitica attraverso un giornale, poi diventato partito, dall’eloquente titolo “L’uomo qualunque”, il cui incipit era «Questo è il giornale dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole». Una delle rubriche più seguite, intitolata “Le vespe” (anche qui il riferimento ad un noto giornalista televisivo è puramente casuale), è nutrita di pettegolezzi sugli uomini politici e sugli intellettuali. I nomi degli avversari vengono storpiati: Calamandrei è chiamato Caccamandrei, Salvatorelli diventa Servitorelli, Vinciguerra è Perdiguerra. I personaggi presi più di mira compaiono in una vignetta che ha per titolo PDF, ossia “pezzo di fesso”. Satira facile e pesante un po’ come il Banana-Berlusconi odierno, per un programma per il quale, scriveva Giannini, «basta un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre. E non sia rieleggibile per nessuna ragione». Un’economia lasciata completamente nella mano dei privati e un governo tecnico, lontano dai partiti. Corente con se stesso visto che era contrario ai fascisti (anche se poi è stato accusato di cripto-fascismo), ai comunisti e agli antifascisti… in altre parole a tutti. La cosa strabiliante è che alle elezioni del 2 giugno 1946 il “Fronte dell’Uomo qualunque” ottiene 1.211.956 voti, pari al 5,3% delle preferenze, mandando all’Assemblea costituente 30 deputati. E’ l’inizio della fine poiché proprio per questo suo ruolo politico il movimento perderà la folla di seguaci.

Potere alle masse?

Ma chi è l’uomo qualunque, Monsieur tout le monde, come avrebbe detto Monsieur Poujade, equivalente francese di Giannini? E può veramente governare per il “bene di tutti”? Oggi si contrappone ai politici la società “civile”, in opposizione all’inciviltà di certi uomini di governo. Sono i cittadini, presi nel loro insieme. Ora, presi come un tutto hanno la caratteristica della massa, il che condurebbe all’equazione quasi marxista: il potere alle masse. Sarebbe anche bello, secondo me, ma non è questo che vogliono quei movimenti che si basano, appunto, sulla società civile. Presi individualmente ci sono cittadini onesti e fregoni, mafiosi, corrotti e gente per bene, uomini e donne, ricchi e poveri, geni della finanza e schiappe in matematica. Come mettere tutto questo insieme e su quali basi se non quelle della rappresentazione politica? E per quale ragione una persona che di mestiere fa l’attore, il postino o il macellaio dovrebbe riuscire a governare meglio di uno che di formazione e di mestiere fa quello? E se il problema è il “professionista” della politica, non è che prendendo un comico, un postino o un macellaio e mettendoli al governo questi sappiano agire nel bene di tutti solo perché fanno parte della società civile. Anzi, le veline e le igieniste buccali dimostrano l’esatto contrario. Sì, ma il cittadino è più vicino ai problemi del popolo, direte voi. All’inizio forse, ma poi? Quando è al governo e strapagato? Quanto durerebbe? Forse meno del biennio Giannini. Ma su questo punto vi rimando alle risposte dei movimenti cittadini italo-francesi (vedere l’articolo di Paola Vallatta).

Ragionieri e professori: tecnocrazie a confronto

Parliamo invece del “ragioniere” del “Fronte dell’Uomo qualunque” (allora un ragioniere era un notabile, oggi ci vogliono i “professori” della Bocconi). Un’altra faccia di quella che, sempre a torto, viene chiamata “l’antipolitica” è la tecnocrazia: poiché lo Stato ha bisogno di competenze tecniche, perché non far gestire il paese direttamente dagli esperti? Un po’ quello che sta succedendo in Italia con un governo di professori universitari, finanzieri, prefetti, dirigenti, avvocati. Viviamo ormai in una società che ha dei grossi problemi: la mancanza di lavoro e di fondi per le pensioni o per rendere dignitosa la vita di precari e disoccupati, percentuali impressionanti di persone, bambini compresi, che vivono al di sotto della soglia di povertà e che non possono neanche permettersi le cure sanitarie, un pianeta inquinato, spesso tossico, destinato ad implodere, resta solo sapere se nel corso della nostra vita o di quella dei nostri figli e nipoti. Per problemi di questa portata servono competenze, esperti, servono riforme strutturali. Serve soprattutto un senso dello Stato e una fiducia nella politica che in Italia non ci sono più. E se i politici sono incompetenti, ben vengano i tecnici, che poi tanto “impolitici” non sono, visto che dovranno, insieme al governo, prendere delle decisioni per il bene di tutti. Come scrive giustamente Ilvo Diamanti, non è la prima volta che «per far politica e agire da politici occorre negarlo. In fondo, era avvenuto così anche in passato», spiega il politologo : «Agli inizi degli anni Novanta, quando, in piena crisi di sistema, la guida del governo venne affidata a Carlo Azeglio Ciampi. Quando, la Febbre del Nuovo spingeva gli attori politici in campo a negare ogni affinità con i politici di professione. Per cui si dichiaravano imprenditori, artigiani, volontari impegnati per il bene comune.... Tutto meno che “politici”. Al massimo: “prestati alla politica” (per sempre). Berlusconi stesso ha sempre negato di essere un Politico». Se, come abbiamo visto, tutti in realtà fanno politica, non ci resta che sperare – ed indignarci – che tecnici, politici e società civile trovino finalmente il loro ruolo nell’amministrazione dello Stato per il bene di tutti … e una volta per tutte.

mercoledì 13 marzo 2013, di Patrizia Molteni