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Pomigliano : coraggio e disperazione

Esistono storie di vita e di lavoro che a noi, italiani all’estero, fanno fatica a giungere o, forse, per le complicazioni che caratterizzano molte storie del nostro paese passano inosservate, tanto siamo sommersi dal fastidioso gossip che circonda la politica italiana. Se si dice Lele Mora o Ruby anche il più refrattario a queste storiacce ormai sa chi sono. Ma qui all’estero, dire Pomigliano ed ottenere una reazione immediata è già più difficile. Non per disinteresse ma perché l’informazione e la disinformazione si intrecciano e non tutto può essere assimilato e seguito da migliaia di chilometri di distanza.

Sergio StainoPer tornare alla realtà, ancora più triste dei frivoli balletti dei governanti, vi racconto in poche parole, semmai sia possibile, la storia degli operai di Pomigliano d’Arco. Per una volta non vi sommergerò di mirabolanti cifre in milioni di euro ma di cifre “umane”, quelle dei cassaintegrati, dei disoccupati, dei manifestanti. Una storia operaia di coraggio e disperazione, come del resto ne esistono anche in Francia, basta pensare ai dipendenti Continental, ormai chiamati affettuosamente “Contì” e alla loro lotta per salvare i propri posti di lavoro, o ai dipendenti Airbus di Tolosa. Un tempo si manifestava per l’aumento di stipendio, oggi per non far chiudere gli stabilimenti o per chiedere rinforzi dove uno solo svolge il lavoro di tre. Torno a Pomigliano, torno alla Fiat ed anche al signor Marchionne, che tanti si son chiesti da dove arrivava. Italo-canadese, conto in Svizzera (ha un’attività anche lì). In realtà vien da dentro poiché nel 2003 è entrato nel Consiglio d’Amministrazione del Lingotto grazie ad Umberto Agnelli e nel 2004 è diventato Amministratore delegato del Gruppo Fiat. Ancora piuttosto discreto è riuscito ad acquistare il 20% dell’americana Chrysler ma ha fallito con la Opel. Ed ecco che crisi finanziaria ed economica non vengono ad aiutare le cose. Prima questione spinosa : Termini Imerese, stabilimento sacrificato anche dopo dibattiti col governo, sembra destinato alla chiusura con il licenziamento dei suoi 2.000 dipendenti anche se la Fiat sembra disposta al dialogo poiché esistono proposte d’interesse.
Per tornare a Pomigliano, di cui si ricorda più facilmente il nome perché il 5 febbraio 2009 si scatenò la collera degli operai iniziata con una manifestazione di protesta per chiedere garanzie per il futuro degli oltre 5.000 cassaintegrati dello stabilimento. In cassa integrazione da mesi. Gli scontri tra polizia ed operai sono stati provocati dal tentativo di entrare in fabbrica da parte dei lavoratori bloccati all’esterno che, non riuscendoci, si sono riversati sull’A1. Le cifre cominciano a diventare enormi ma non le traduco in euro. E’ il numero, 5.000 operai, che fa paura e rabbia. Senza contare che quando uno stabilimento si riduce, licenzia o chiude, coinvolge anche l’indotto ed il corollario di chi lavora attorno alle ditte viene a soffrirne in uguale misura. Marchionne decide di fare un referendum interno. Gli operai dovevano rispondere alla domanda “Sei favorevole all’ipotesi d’accordo del 15 giugno 2010 sul progetto Futura Panda a Pomigliano ?”. Una verifica sull’accordo siglato fra il Lingotto e i sindacati Uilm-Fim-Ugl-Fismic, ma non dalla Fiom, braccio metalmeccanico della Cgil che sostiene che la proposta dell’azienda viola le leggi, anche costituzionali, annullando i diritti dei lavoratori soprattutto in materia di sciopero e malattia. Secondo l’intesa la produzione della Panda verrà effettuata tenendo aperta la fabbrica 24 ore al giorno, 6 giorni su 7, per 18 turni totali. Un piano pericoloso se facesse macchia d’olio estendendosi ad altre aziende e se i limiti agli scioperi ed il tetto alle assenze per malattia diventassero una regola sociale. Dopo il referendum una tale delocalizzazione non sembra più possibile. Ma Marchionne ha un piano A, un piano B ed un piano C. Pare che il sì espresso da una maggioranza dei dipendenti non sia sufficiente. Si dice che il “Sì” venga dalla paura di perdere il lavoro piuttosto che dall’accettazione del piano. Allora o lascia la produzione della Panda in Polonia abbandonando Pomigliano a chiusura certa come Termini Imerese. O trasferisce davvero la produzione della Panda a Pomigliano. O chiude Pomigliano e la riapre come newco (sta per nuova società prima di darle un nome). Arriviamo al 15 novembre. Pomigliano riapre, 2200 lavoratori si rimettono al lavoro per i primi 5 giorni di ripresa produttiva sull’Alfa 159. Ma il futuro dello stabilimento dipende dalla Panda e non tutti sono convinti che la Panda arrivi un giorno. L’incertezza resta e forte. E sono 2.500 gli operai rimasti fuori. Intanto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, chiede dov’è il piano industriale dato che la Fiat perde mercato.
"Non si può mettere in alternativa il lavoro e i diritti. Questa è l’operazione che è stata prodotta a Pomigliano, che non va bene". "La storia di questi mesi dimostra che la volontà di rompere i sindacati tra di loro determina per tutti dei problemi, tant’è che siamo in una continua rincorsa di elementi di rottura ulteriore". A più riprese la Camusso ha dichiarato la presenza del governo “non grata” in Fiat. Del resto è vero che il governo sembra aver fatto di tutto per peggiorare le cose anche in passato. Premesso che non sappiamo neanche più che governo abbiamo…

dimanche 2 janvier 2011, par Luisa Pace