FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Accueil > Psicologia > Precarietà sociale al femminile

Precarietà sociale al femminile

Parte del mio lavoro consiste in attività di volontariato presso un’associazione che si occupa di persone che vivono una situazione di grande precarietà. Si tratta di una precarietà di ordine affettivo, sociale e economico e questo va sovente di pari passo con una grande precarietà nel rapporto con il simbolico. L’iscrizione nel simbolico (l’istituzione, la società, la legge, le regole) per queste persone è fragile e inconsistente. Questo è valido sia per le donne che per gli uomini. Tuttavia esiste una specificità della precarietà che si riferisce alla differenza sessuale.

Sdf ©Gattoni/Leemage La prima distinzione concerne lo sguardo degli altri, ossia il giudizio sociale con tutto il corteo di stigmatizzazioni della marginalità ; la seconda differenza, articolata alla prima, riguarda il sentimento di vergogna e di indegnità.
Nella mia pratica clinica ho avuto modo di constatare che anche nella precarietà, come in altri aspetti della loro vita, le donne si posizionano più dalla parte dell’”essere”, e gli uomini più dalla parte dell’”avere”. Naturalmente non bisogna generalizzare, perché ogni caso è unico e particolare, tuttavia questa prima distinzione ci offre una griglia di lettura di una sofferenza che non è esattamente la stessa nei due sessi.
Affermare che gli uomini si situano più dalla parte dell’avere significa riconoscere nella precarietà maschile la prevalenza di un discorso attorno alla perdita : perdita della famiglia, del lavoro, della casa, della posizione sociale. La formulazione ricorrente gira attorno a “non ho... non ho più...”
Affermare che le donne si situano più dalla parte dell’essere significa riconoscere nella precarietà femminile la prevalenza di una posizione che mette in avanti il posto che il soggetto occupa nello sguardo dell’altro o il posto che il soggetto occupa nel desiderio dell’Altro. Così le donne, anche nella più grande precarietà, parleranno sempre del loro “essere abbandonate”, “essere giudicate”, “essere ripudiate”, “essere maltrattate” e soprattutto “essere sole”.
Lo sguardo sociale non è uguale a seconda che si tratti di precarità femminile o maschile. Verso donne marginalizzate, lo sguardo sociale passa dalla compassione e dalla pietà da una parte, alla condanna e al giudizio morale dall’altra. La precarizzazione femminile viene accettata di meno e spesso è stigmatizzata come una caduta morale. E’ il corpo della donna ad essere in causa. La donna alcolizzata, barbona, trascurata, sporca, occupa nell’immaginario collettivo un posto quasi insopportabile. Non si tratta evidentemente di invocare gli stessi “diritti” alla precarietà in entrambi i sessi, ma di mostrare che se c’è una differenza, è forse necessario che l’ascolto e le risposte siano anch’essi diversi e che tengano conto della differenza sessuale.

Il corpo e la parola


Mi sono accorta per esempio attraverso la mia esperienza presso l’associazione che l’esigenza di anonimato è più frequente nelle donne marginalizzate. Raramente un uomo ha problemi a declinare la sua identità e la sua situazione materiale. Per una donna, la questione della vergogna, della discrezione, del segreto, l’esigenza di proteggersi dall’intrusione nella sua intimità, sono invece elementi molto importanti. I contenuti dell’angoscia femminile, e anche i contenuti a carattere delirante, sono spesso legati al corpo : un corpo tormentato, violentato, sporcato, insultato, impuro. Se la sporcizia di un uomo equivale alla miseria, la sporcizia di una donna equivale alla degradazione, e “all’impurità” morale, essa evoca immediatamente immagini di disordine sessuale. E’ interessante notare come nelle antiche culture mediterranee, il disordine sessuale, l’adulterio, e anche l’alcoolismo, erano delle ragioni sufficienti perché una donna fosse ripudiata. Un uomo non era mai ripudiato. Sul versante maschile riscontriamo invece la frequenza dell’erranza, del vagabondaggio, il fatto di non avere fissa dimora. Anche in questo aspetto si può notare una differenza che non riguarda solo lo spazio e il tempo, ma indica una diversa posizione delle donne e degli uomini nella relazione con l’oggetto e nel legame con gli altri. Se il vagabondaggio è più raro per le donne, non è solo per una ragione di fragilità fisica, ma perché il corpo ha una valenza particolare per la donna, e la cura, l’attenzione che una donna riserva al suo corpo, può essere in alcuni casi l’ultima ancora di protezione che salva dalla devastazione totale. Così poter parlare del proprio corpo a qualcuno che sa ascoltare è per qualche donna sul bordo della “clochardizzazione” un’occasione preziosa per far passare qualcosa dal registro dell’immagine (il corpo), al registro del simbolico (la parola) e circoscrivere così, riducendola un po’, l’irruzione violenta del reale (l’angoscia). Le donne, anche quando sono nella massima precarietà, hanno dimestichezza con la parola, sanno tessere i fili del discorso e rattoppare con il linguaggio gli strappi della loro esistenza.

* Tratto da una conferenza di Cinzia Crosali all’Ospedale S. Anne di Parigi.

Cinzia Crosali, psicologa italiana a Parigi La dottoressa Cinzia Crosali, psicologa clinica e psicanalista, pratica a Parigi. E’ iscritta all’Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti della Regione Lombardia. Laurea in Psicologia presso l’Università di Padova. Specializzazione in Criminologia presso la Facoltà di Medicina Legale, Università di Milano. DEA in Psicanalisi presso l’Università di Paris 8 (Parigi). DESS in Psicopatologia Clinica presso l’Università di Rennes. Dottorato in Psicanalisi e in Psicologia Clinica presso l’Università di Bergamo e di Paris 8. Riceve su appuntamento e può essere contattata al numero : 06 10 02 77 52 o via mail : Cinzia Crosali.

dimanche 22 mars 2009, par Cinzia Crosali