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Professori all’arrembaggio !!

La foto di classe della FNAI ©www.matteopellegrinuzzi.it
Vi siete mai chiesti, da studenti, di che parlano i professori quando si riuniscono ? Io, come credo tutti, li ho sempre immaginati sparlare degli studenti (“Tizio è veramente una capra !”, “Cosa vuoi farci, sono tutti ignoranti !”, ecc.), sbuffare sull’orario e i compiti da correggere, imprecare contro il preside o la bidella. Nel mio percorso di formatrice e di “documentalista” del CREI, centro di documentazione pedagogica, e di assidua lettrice della “lista di diffusione” dei professori d’italiano della scuola superiore, ho scoperto che la maggior parte di loro parlano di pedagogia : come fare questo o quest’altro punto in classe ? E’ il metodo tale meglio di tal’altro ? In quest’autunno piuttosto agitato – come avete potuto leggere nell’ultimo numero di Focus In – i più esperti si sono preoccupati della formazione delle nuove leve e della qualità dell’insegnamento in seguito alla riforma della scuola pubblica.
Ho avuto il piacere e l’onore di partecipare, proprio in quest’autunno “caldo” della pubblica istruzione francese alle assemblee generali della SIES (Société des Italianistes de l’Enseignement Supérieur), della FNAI (Fédération Nationale des Associations d’Italianistes), che sono andate a completare la mia formazione in riuniologia professoriale che coltivo da anni partecipando a tutte le assemblee dell’APIRP (Association des Professeurs d’Italien de la Région Parisienne).
Il primo dato rincuorante che mi è stato confermato in queste assemblee è che se il governo ha forse le idee poco chiare sul valore di un insegnamento di qualità o sulla necessità di promuovere tutte le lingue con imparzialità, professori ed ispettori d’italiano provano l’esatto contrario. Tutti, dai presidenti delle varie API (Associazioni Professori d’Italiano) regionali, una per ogni provveditorato, agli IPR (Ispettori Pedagogici Regionali) fino all’Ispettrice Generale, cercano di trovare soluzioni perché l’italiano viva e si sviluppi e che lo faccia nelle migliori condizioni possibili, innanzitutto per gli studenti, e dovunque essi studino, senza privilegiare un provveditorato piuttosto che un altro. Sì, perché né le API, né la FNAI sono sindacati, anche se immagino che individualmente i professori appartengano ad un sindacato : sono associazioni federate dal comune interesse per l’insegnamento, la promozione e lo sviluppo della lingua. L’italiano, come la maggior parte delle altre lingue, è sempre a rischio : che si taglino i fondi per devolverli a materie “più importanti” o che imperativi di mercato distolgano l’attenzione di studenti e genitori. Forse rispetto alle altre lingue ha solo in più il fatto che in generale l’italiano ai francesi piace : lo trovano bello e musicale, leggono in lingua la letteratura d’oltralpe e i film italiani vanno per la maggiore, come dimostra questo primo piano. E i professori d’italiano - come immagino i professori di lingue in generale - sono sempre attenti ad ogni minima minaccia e pronti ad intervenire in difesa della lingua.
La riunione della FNAI a Janson de Sailly ©www.matteopellegrinuzzi.it

Se parlo di battaglia, di minacce e di difese non è a caso. Infatti una delle cose che mi ha stupito è proprio il linguaggio bellico usato : si parla di “conquistare” una scuola media, un liceo, un bacino di utenza, di dover “spiare” le mosse delle “sentinelle” dello Stato, pronte a sopprimere posti ad ogni pensionamento, di “combattere”… e via di questo passo marziale. Quando un’ispettrice ha parlato di licei privi di una gamba (quelli cioè “alimentati” solo dagli studenti di una scuola media, mentre per avere classi consistenti ci vorrebbero due o anche tre scuole medie che mandano piccoli italianisti a quel liceo), mi sono subito vista davanti un ferito di guerra, una specie di Gambadilegno topolinesco con mozzicone di sigaro e barba incolta. Ma no, era solo una delle tante “strategie” (e ci risiamo) per far sì che l’italiano resista agli attacchi della scuola globalizzata e, diciamolo, sempre meno attenta ai contenuti.
Tra le conquiste di professori ed ispettori, l’ESABAC, incrocio tra l’”esame di stato” e il “baccalauréat” che permette già dall’anno scorso di seguire un programma bilingue e di ottenere una maturità riconosciuta sia in Italia che in Francia, aumentando così la credibilità della nostra lingua, troppo spesso accusata di “essere parlata solo in Italia”.
Poi il fatto che l’italiano sia insegnato non solo nei licei ad orientamento letterario, linguistico, scientifico o economico ma anche in istituti professionali, come utile strumento per la futura ricerca di lavoro, anche se l’ESABAC, in quest’ultimi non è ancora arrivato. Ho scoperto infatti che i fututi meccanici, o venditori di vario genere studiano l’italiano. Prova che la lingua di Dante serve anche in ambiente lavorativo.
Certo, per i professori coinvolti in questo nuovo esame di “Stati”, l’ESABAC, inventare degli esami e un sistema di valutazione nuovi non è uno scherzo ma loro lo affrontano con “creatività” come si deve a una disciplina come l’italiano, lingua di santi, poeti e navigatori. E soprattutto con utili momenti di scambio e di confronto come possono essere le loro assemblee. Il prosecco e i tramezzini delle “tregue” rende queste riunioni belliche tutt’altro che noiose.
Onore ai combattenti !

dimanche 2 janvier 2011, par Patrizia Molteni