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Psiche e terremoto

Onna -immagini del terremoto I media hanno portato le immagini del terremoto dell’Abruzzo in ogni casa in tempo quasi reale. Abbiamo visto la distruzione, le rovine, le macerie in diretta, abbiamo assistito al dolore, alla paura, allo sgomento degli sfollati e dei sopravvissuti. Centinaia di volontari si sono prodigati per portare soccorso.
Medici, animatori, operai, persone semplici e persone specializzate sono accorse per portare una solidarietà concreta, e fra questi anche le équipe di psicologi. Le unità di crisi psicologiche sono sempre più frequentemente attivate in caso di catastrofi naturali e non naturali. Che cosa possono fare gli psicologi in questi momenti ? Che tipo di intervento psicologico è possibile con persone che hanno perso tutto ? Come psicologa mi è capitato a volte di svolgere questa delicata funzione in situazioni di emergenza, per esempio qualche mese fa, interpellata dal Consolato d’Italia, ho partecipato all’accoglienza dei superstiti dell’attentato terroristico in India, di ritorno dall’inferno di Bombay, portando un sostegno psicologico a persone terrorizzate e traumatizzate da un’esperienza di estrema violenza. In questi momenti il ruolo dello psicologo non è quello classico della seduta terapeutica. Non si tratta né di dare interpretazioni, né di creare un setting psicanalitico ; si tratta piuttosto di sapere ascoltare e di essere presenti, di accompagnare e di condividere.
Ho pensato ai miei colleghi psicologi attivi nelle tendopoli e negli ospedali dell’Abruzzo terremotato e alla loro azione delicata e difficile. I modi di reagire delle vittime di una tale catastrofe sono diversi e vanno accolti con molto rispetto, senza volerne fare immediatamente dei sintomi o delle sindromi patologiche. Angoscia, panico, paura, crisi di pianto, insonnia, palpitazioni sono fenomeni molto naturali in queste circostanze, non vanno trattati come malattie da guarire rapidamente con tecniche dal risultato tanto più effimero quanto più rapido. Occorre un certo tempo perchè il dolore e la paura possano essere attraversati, e questo tempo va rispettato. Per questo credo che gli psicologi abbiano poco da dire alle vittime, ma abbiano invece molto da ascoltare, affinchè un po’ dell’orrore vissuto possa essere evacuato attraverso l’atto di parola, i racconti, le testimonianze. Non si tratta soltanto di un’azione catartica, di liberazione, ma anche della possibilità che qualcosa del registro di un “Reale” insopportabile passi nel registro del “Simbolico” grazie alla produzione di un “dire” che viene ascoltato in modo autentico.
Quando si vivono esperienze così estreme come quelle di una catastrofe di tali proporzioni, si squarcia all’improvviso il velo di protezione che ci salva normalmente dal pensare troppo spesso alla precarietà e alla finitezza umana ; tutti i punti di riferimento vacillano e le sicurezze crollano come i palazzi di via XX Settembre all’Aquila.
La casa, le mura, il tetto, sono per antonomasia gli emblemi della protezione, del rifugio, della sicurezza. Quando questi si sbriciolano sotto gli occhi, anche l’apparato dell’architettura psichica precipita e l’Io ne esce altrettanto squarciato quanto le rovine del terremoto. Se nei giorni immediatamente successivi al disastro, le vittime hanno potuto trovare un sostegno prezioso nell’ascolto e nella presenza degli psicologi (come di tutti gli altri volontari), sarà poi successivamente, cioè nel periodo postraumatico, che questo sostegno non dovrà mancare. Gli incubi notturni e diurni possono apparire con più insistenza in un tempo successivo e protrarsi anche a lungo. Dopo la grande Guerra del 15-18, Sigmund Freud, visitando i reduci feriti, si era meravigliato della ripetizione in questi pazienti di sogni traumatici in cui si riproducevano senza sosta gli orrori delle esplosioni, dei corpi dilaniati, degli arti divelti. Perché una così intensa attività di ripetizione, invece dell’oblio liberatore, si domandava allora il padre della psicanalisi ? Scopriva così un meccanismo psichico paradossale che implica l’opera della pulsione di morte, e che non permette di disfarsi rapidamente e facilmente dalle coseguenze di impatti così ravvicinati e diretti con l’intollerabile.
Un lungo lavoro di elaborazione di quanto hanno vissuto sarà necessario ai supestiti del terremoto per ritrovare, ciascuno a suo modo e secondo la propria struttura psichica, quella minima serenità che consente di riprendere a vivere. Il fatto che per molti di loro la vita non sarà più uguale a quella di prima rende questa esperienza analoga a quella del lutto anche per chi non ha avuto morti in famiglia. Occorre fare il lutto della propria vita precedente, delle proprie abitudini, della fisionomia della propria città, dei punti di riferimento. Abbiamo sentito in questi giorni lo stesso appello, lo stesso desiderio, ripetuto dai nostri connazionali colpiti : “Ricostruiremo la città com’era”, “Tutto deve tornare come prima”. Il progetto della ricostruzione implica un collegamento con il passato, un ponte con la propria storia. La valorizzazione di questo legame permetterà di recuperare il passato proiettandolo nel futuro, e favorirà l’elaborazione dei lutti e dei traumi provocati da questo terremoto.
La giusta rabbia di fronte alla scoperta delle responsabilità delle ditte costruttrici, delle corruzioni degli appalti, delle speculazioni edilizie, potrà così essere incanalata in un’energia collettiva tesa a difendere il diritto alla vita di ciascuno contro il guadagno rapido e facile di qualche approfittatore.
Tuttavia di fronte alle catastrofi naturali, al di là degli errori e delle negligenze umane, resta una parte che sfugge alle nostre possibilità di controllo, una parte di imprevisto e di contingenza, che ci pone davanti alla nostra vulnerabilità e che ridimensiona le idee di onnipotenza e di totale previdibilità. Convivere con questa parte della dimensione umana è la condizione necessaria perché il lutto che riguarda le persone e le cose perse non si incisti, cioè che non si chiuda, nella disperazione o nella rassegnazione passiva. In questo contesto, a fianco dell’indispensabile aiuto materiale, il sostegno e l’aiuto degli psicologi non sarà teso a cancellare dalle menti ciò che non si può dimenticare, ma a favorire il processo di ricostruzione delle potenzialità psichiche, attingendo alle risorse individuali di ognuno per la difesa della vita.

Cinzia Crosali, psicologa italiana a Parigi La dottoressa Cinzia Crosali, psicologa clinica e psicanalista, pratica a Parigi. E’ iscritta all’Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti della Regione Lombardia. Laurea in Psicologia presso l’Università di Padova. Specializzazione in Criminologia presso la Facoltà di Medicina Legale, Università di Milano. DEA in Psicanalisi presso l’Università di Paris 8 (Parigi). DESS in Psicopatologia Clinica presso l’Università di Rennes. Dottorato in Psicanalisi e in Psicologia Clinica presso l’Università di Bergamo e di Paris 8. Riceve su appuntamento e può essere contattata al numero : 06 10 02 77 52 o via mail : Cinzia Crosali.

dimanche 7 juin 2009, par Cinzia Crosali