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Psicoanalisi e teatro

In questo numero di Focus in cui il “primo piano” è dedicato al Teatro, mi è sembrato opportuno cogliere l’occasione per interrogare i molteplici rapporti tra la psicoanalisi e il mondo teatrale.


Impresa ardua, diceva Cesare Musatti, quella di voler rintracciare tutti i punti di scambio tra questi due universi sempre in stretto e continuo dialogo; un’impresa per la quale «non basterebbe una vita» [1] . Infatti è impossibile riferire dell’inesauribile lista delle drammaturgie che hanno ispirato la psicanalisi a cominciare dall’Edipo di Sofocle, o parlare dei testi teatrali che, viceversa, sono stati ispirati dalla psicoanalisi; ma non è questo il mio intento, mi interessa molto di più esplorare lo spazio che ciascuno organizza, nel proprio mondo personale, per le proprie rappresentazioni intime e segrete, cioè per i teatrini privati che ci sono in ciascuno di noi. Il pensiero è fatto sovente di monologhi o di dialoghi interiori in cui noi facciamo parlare più personaggi, ciascuno dice la sua, le battute e le repliche si susseguono nella nostra mente, acquistando una tale materialità, che ci sorprendiamo talvolta a muovere le labbra per accompagnare le parole degli attori immaginari, in cui noi stessi ci scomponiamo. «Noi non siamo uno, siamo tanti» diceva Pirandello, dando vita alle molteplici personalità di Vitangelo Moscarda protagonista del romanzo Uno, nessuno, centomila, un personaggio che da solo mette in scacco ogni ideale di identità unitaria. La persistente unità dell’Io è infatti un’illusione, un preconcetto e la divisione soggettiva non è da intendere come un difetto di fabbricazione, come un limite da superare per ripristinare una originaria unità. La divisione soggettiva è strutturale, è il nostro modo di funzionare abituale e non c’è nessuna identità unitaria in cui il soggetto si possa definire una volta per tutte, senza divisioni e senza resti.
A volte il teatro è stato descritto come un apparato psichico in cui si intrecciano ruoli e livelli di coscienza diversi, e dove contenuti latenti si esprimono su una scena di cui lo stesso soggetto è autore, attore e spettatore. Alcuni hanno voluto identificare la prima topica freudiana (Conscio, preconscio e Inconscio) nelle parti strutturali del teatro: la sala, il palcoscenico, le quinte con il retro-spettacolo; io non mi spingerei a sottoscrivere queste identificazioni un po’ troppo schematiche.

Metafora di vita

Freud e Lacan amavano il teatro, si sono interessati alla rappresentazione scenica, ai miti e ai classici della drammaturgia, e non poteva essere altrimenti perché il teatro è una splendida e ricca metafora della vita. Specchio di tormenti, di passioni e di emozioni, il teatro rimanda allo spettatore, in forma rovesciata, le proiezioni che quest’ultimo attua nei confronti dell’atto scenico, così che un rimbalzo di identificazioni e rispecchiamenti reciproci avvengono tra il palcoscenico e il pubblico. Ma ognuno vede il suo spettacolo, e per ciascuno, la messa in scena che si svolge sul palco, celebra e dispiega un mistero intimo e personale.
Se penso a come si possono guardare questi due mondi del teatro e della psicoanalisi mi viene in mente il singolare incontro tra il grande psicoanalista Jacques Lacan e il grande uomo di spettacolo Carmelo Bene. Questo incontro avvenne nel camerino dell’Opéra de Paris, dopo la rappresentazione di “Romeo e Giulietta” a cui Lacan aveva assistito. Carmelo Bene, madido di sudore si struccava davanti allo specchio, quando Lacan arrivò nel camerino. E’ l’attore stesso che racconta questo momento magico:
«Mi ostinai a dargli le spalle, per averlo tutto e niente allo specchio. Lui taceva, io tacevo. Lì per lì non presi atto ch’era quel silenzio reciproco la tregua dell’agire-patire. (...) Lui taceva. Io tacevo. L’ascolto che ascoltava. Oltre i vetri chiusi, i nasi spiaccicati dei lacaniani adoranti, eredi senza eredità di un geniale clown che non ha lasciato nemmeno le briciole del suo spericolato andar fuori di strada. Devo alla sovrintelligenza di Lacan e alla mia lucida spossatezza questo memorabile incontro a vuoto (..) Tacere: ecco un bel modo di dichiararsi amore e rispetto. Disparve Lacan, come era apparso, felpato, fra i flash dei fotografi in calore e le occhiate concupiscenti dei suoi e dei miei fans. Strizzato dal curiosare dei soliti cronisti, mi risulta che rilasciò quest’unica frase: “En tout cas, il sait ce qu’il fait”.»
Un incontro, questo, che trova il suo punto di intensità nel tempo del silenzio. Ma è un silenzio che parla, in un gioco di specchi in cui la funzione dello sguardo deborda da quella dell’occhio. Anche nelle sedute psicoanalitiche i momenti di silenzio non sono mai vuoti, qualcosa del linguaggio si condensa, si concretizza, dice comunque qualcosa. Del resto il drammaturgo e lo psicanalista lavorano entrambi con il linguaggio.
Carmelo Bene diceva ancora a questo proposito : « a Lacan interessava aver articolato l’inconscio come linguaggio. Io parto articolando il linguaggio come un inconscio, ma affidandolo ai significanti e non ai significati, in balia dei significanti...». Che cosa significa? Che l’uomo crede di parlare, ma «è parlato», è immerso nel bagno del linguaggio, in balia dei significanti che incontra. In ciò che ciascuno farà di questo incontro, si gioca la sorpresa dell’avventura umana.
C’è uno spazio in cui il teatro e la psicanalisi si incontrano mirabilmente, è lo spazio del sogno. Il sognatore si riverbera in tutti i personaggi messi in scena dal lavoro onirico e la trama del sogno attingendo ai desideri insoddisfatti o frustrati del soggetto, ha la forma di una rappresentazione scenica. La scrittura del sogno confina sovente con il teatro dell’assurdo, con il non-senso, con l’irragionevole.
L’interpretazione psicoanalitica permette di decifrare il rebus del sogno, di rintracciare il filo del desiderio e di comprendere come si annodano i lacci che ne impediscono la realizzazione. La scrittura teatrale si avvicina alla creazione onirica perché attinge allo stesso materiale psichico: ai desideri, alle emozioni, alle collere, alle speranze, alle frustrazioni, alle illusioni e alle gioie della vita quotidiana.
Il teatro continuerà dunque ad affascinarci e a permetterci di continuare a sognare ad occhi aperti mescolando il nostro ruolo di spettatore con quello degli attori, degli autori, ma anche delle scenografie e delle musiche. Il sipario che si apre e si chiude sulla scena è allora la metafora più chiara delle aperture e chiusure dell’inconscio e delle sue rivelazioni.


[11 Musatti, C., Psicoanalisti e pazienti a teatro, a teatro!, Mondadori, Milano, 1988

martedì 18 febbraio 2014, di Cinzia Crosali