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Può esistere una società senza follia?

Di recente l’irruzione della follia ci ha fatto inorridire davanti agli schermi e ai notiziari. Le immagini sono ancora davanti ad ognuno di noi e i fatti si riassumono in poche frasi: un un ragazzo di 24 anni, Mohammed Merah, uccide in pochi giorni 4 persone e tre bambini, di cui una bambina tirata per i capelli con una violenza spaventosa; un’esplosione davanti ad un liceo del Brindisino uccide una ragazza di 16 anni, Melissa Bassi, se si conferma l’ipotesi del 68enne Vantaggiato è semplicemente uno che “ce l’aveva con il mondo”.
Prendiamo il caso di Merrah. Follia criminale? Fanatismo religioso? Fondamentalismo islamico? Gli studiosi della personalità si sono scatenati sull’evento in cerca di un perché, di un senso. Ma è soltanto lui, soltanto Mohamed Merah, avrebbe forse potuto dirci qualcosa su quello che lo ha spinto a questa follia omicida. O forse lui stesso non avrebbe potuto dire nulla dell’irruzione di un «reale» che lo ha travolto. Il passaggio all’atto è sempre l’espressione di un reale che irrompe là dove il linguaggio fallisce nel lavoro di simbolizzazione. Per Mohamed non c’è stato questo lavoro di simbolizzazione, né dopo la strage, né evidentemente neppure prima, durante la sua breve vita.
La diagnosi che gli fu fatta nell’infanzia, per rendere conto degli insuccessi scolastici e della sua instabilità, diagnosi di «bambino affetto da disturbi del comportamento» dimostra solo il non coinvolgimento, la non implicazione, di una psichiatria pigra e frettolosa. Più tardi per Mohamed si sono susseguiti: l’abbandono scolastico, lo scivolamento nella piccola delinquenza, il carcere, il tentativo fallito di entrare nella legione straniera, fino all’abbraccio di un fondamentalismo islamico a cui identificarsi per dare una risposta e una direzione all’insopportabile che lo abitava.
Quanto odio c’era dentro alla follia omicida di Mohamend Merah? E che cos’è l’odio? In un articolo intitolato « Pulsioni e loro destini » Freud, ci insegna che l’odio è anteriore all’amore, l’odio è più antico dell’amore in quanto esso risale alle pulsioni di conservazioni dell’io, ossia è il modo di espellere tutto ciò che è considerato o vissuto dall’io come malvagio, come un attacco. L’odio è un modo di esteriorizzare il male che è dentro, e che non può essere assimilato. Dunque l’odio è correlato al concetto di pulsione, un concetto che Freud ha separato dall’istinto e ha posto al limite tra lo psichico e l’organico. La vera scoperta di Freud riguardante l’odio è il concetto di pulsione di morte, introdotto nel 1920 con il saggio Al di là del principio del piacere. Un concetto che si rivelerà subito essere uno scoglio scomodo, quasi scandaloso per ogni teoria psicologica dell’adattamento e del benessere armonico. Molti psicoanalisti post-freudiani non l’hanno presa in considerazione o l’hanno trasformata in un istinto che deve essere riassorbito e superato come ogni forma di aggressività. Tuttavia Freud non parlava di quell’aggressività da sempre conosciuta e che realizza l’antico adagio homo hominis lupus est. Per questo non c’era bisogno della psicanalisi, già Plauto, Erasmo da Rotterdam, Rabelais e molti altri altri lo avevano riconosciuto. Ma Freud ci fa capire che in fondo l’uomo è lupo anche per sé stesso. Freud scopre infatti che l’aggressività non è solo verso un altro soggetto, ma che essa esiste all’interno dello stesso soggetto in termini di autodistruzione. C’è qualcosa nell’inconscio che si manifesta come godimento dell’autodistruzione, un godimento in eccesso. In altre parole, il soggetto non vuole sempre il proprio benessere. Può succedere che agisca contro la sua stessa esistenza, contro la sua vita.
Gli atti di follia omicida come quelli di Mohamed finiscono spesso con un suicidio o con il farsi bersaglio di colpi mortali (suicide by cops: suicidio per interposta polizia). E’ stato detto che l’omicida norvegese, Anders Behring Breivik, che ha ucciso l’anno scorso 77 persone, è una rara eccezione, poiché è rimasto in vita (e sappiamo che proprio in questo periodo gli psichiatri e i periti che lo esaminano non riescono a mettersi d’accordo sulla diagnosi da pronunciare a suo riguardo). Quale follia può infatti spingere degli individui a dei crimini tanto efferati quanto illogici? Sovente si tratta di persone che non dimostravano prima dell’evento tragico i segni classici della follia: il delirio, l’esagitazione incontrollata. Per esempio, nonostante il suo percorso difficile, Mohamed Merah era descritto nella sua vita quotidiana come gentile e disponibile, senza segni esteriori di follia, «lo avresti invitato volentieri a prendere il caffè », è stato detto di lui.

Libertà & follia

La follia, non è un concetto semplice. Si pensa sovente al folle come a colui che ha perso ogni libertà di pensare e di agire, qualcuno che ha un Io smarrito, incerto, diviso. Lacan ha sovvertito questa logica del senso comune e ha affermato che il folle è invece colui che è troppo libero, e che patisce di questa libertà. Troppo libero perché non è iscritto nell’ordine del simbolico, quello della Legge e del linguaggio. Allora la follia non è quella di un Io che dubita di se stesso, ma piuttosto di un Io che si crede davvero un Io. Per esempio, ci dice Lacan, se un re si crede veramente un re è folle come un uomo comune che dice di essere re. L’esempio più eclatante è quello del re Ludovico II di Baviera o di Caligola di cui la letteratura e la cinematografia ci hanno trasmesso i ritratti patologici. Lacan fa un esempio al contrario quando dice che invece Napoleone non si è mai creduto Napoleone se non alla fine, a Sant’Elena, quando Napoleone non lo era più.
Ma come si originano l’odio e l’aggressività agita o subita che sia? C’è una fase nello sviluppo del bambino, che si situa attorno ai 6 mesi, detta lo stadio dello specchio, nella quale, a un certo punto, il bambino riconosce la sua immagine riflessa nello specchio. E’ una scenetta conosciuta: il bambino ha dei chiari atteggiamenti di giubilazione e si volta ripetutamente verso l’adulto che lo sorregge, quasi per farsi confermare questa scoperta. Si tratta un momento importantissimo per la costituzione dell’io; il bambino infatti a quell’età non percepisce ancora il suo corpo come unificato, vive in una sorta di frammentazione dell’organismo, poiché non padroneggia ancora in modo sicuro le sue funzioni. L’immagine riflessa gli rimanda una forma unificata e perfetta di sé. Ma nello stesso tempo questa immagine speculare produce la presenza di un’alterità antagonistica, la presenza di un altro, nello specchio, più perfetto di lui. La rivalità e la gelosia trovano le loro radici in questo stadio, in cui l’Io e l’altro non sono ancora differenziati. Lo si può notare anche nel fenomeno del transitivismo, quando un bambino piccolo colpisce l’altro e dice che è stato colpito, oppure vede cadere un compagno e si mette a piangere.... Non si tratta di bugie, ma di una vera e propria confusione tra sé e l’atro. «L’io è un altro» diceva Arthur Rimbaud, e noi sappiamo che il poeta precede sempre lo psicanalista. Tuttavia se il piccolo d’uomo non attraversa questa fase, di identificazione alienante, non riuscirà a costituirsi in quanto soggetto. Inoltre, se in questo momento costitutivo e fondante dell’io, non interviene una funzione terza che permette di autentificare l’identificazione del soggetto con l’immagine speculare, la costituzione stessa dell’Io è a rischio. Questa funzione terza, autentificatrice, è la presenza del desiderio dell’Altro, è per esempio la presenza dell’adulto che sorregge il bambino e che lo conferma nel suo riconoscimento, una presenza che permette di inaugurare la «dialettica che lega l’io a situazioni socialmente elaborate». Il trauma di una identificazione disastrosa può essere molto precoce e non occorre per questo che sia accaduto qualche cosa di eclatante, non occorrono abusi sessuali, botte, crudeltà, abbandoni; basta il non-desiderio dell’Altro per squalificare ogni solidità identificatoria e compromettere l’iscrizione del soggetto nel simbolico, vale a dire nella Legge e nel sociale.

Il mio io si odia!

L’Io, fin dall’origine, è dunque segnato da una sorta di aggressività che sgorga direttamente dall’identificazione del soggetto infans all’immagine speculare. Questo momento fondamentalmente alienante in cui si costituisce l’essere dell’uomo, può far precipitare il soggetto in una negazione mortale di sé e spingerlo ad attaccare l’altro, così come accade nei deliri paranoici.
Questo significa, che il conflitto è dentro al soggetto e che l’aggressività è sempre allo stesso tempo subita e agita, nel senso che colui che è oggetto della violenza è anche oggetto di identificazione. Come nei casi di psicosi paranoide, il soggetto colpendo l’altro, colpisce sé stesso. E’ questa la lezione che dobbiamo tener presente anche nei crimini di Mohamed Merah, il pluriomicida di Tolosa. Chi voleva colpire Mohamed nella figura dei tre militari dell’esercito francese e in quella dei bambini della scuola ebraica? Che cosa ha scatenato la sua follia? Chi era il vero bersaglio dei suoi gesti folli? Domande che resteranno probabilmente senza risposta, ci resta solo l’orrore di un passaggio all’atto senza ritorno.
_ Quello che sappiamo, quello che la psicanalisi ci ha chiarito, è che la condizione del soggetto «dipende da quello che accade nell’Altro» e per il folle (per lo psicotico), l’Altro è il luogo di un godimento mostruoso da cui il soggetto si sente perseguitato e tormentato. Ricordiamo che «godimento» in termini lacaniani non è il piacere, ma è piuttosto un dispiacere di cui il soggetto non può fare a meno.
Mai come oggi la psicosi ci interpella e ci è di insegnamento. Nella nostra epoca infatti, l’ordine del simbolico non è più lo stesso di quello che era per le generazioni precedenti, e la legge, l’autorità tradizionale, i valori, gli ideali, non funzionano più da parapetto (in francese : garde-fou = ciò che trattiene il folle)
Con l’avanzata della scienza, della tecnologia, il reale è entrato sempre di più nella realtà. Il discorso della scienza e il discorso del Capitalismo promettono un più-di-godere illimitato al soggetto contemporaneo. Ma si tratta di un più-di-godere completamente sregolato che lascia il soggetto scombussolato (senza bussola).
Il disagio della civiltà descritto da Freud non è più lo stesso del suo tempo. La nuova impasse della nostra società è data da un imperativo che spinge a godere sempre di più e ininterrottamente. L’obbligo di godere (nelle varie forme di: avere gli oggetti, guadagnare molto, essere perfetti, eliminare ogni frustrazione, ogni tristezza, ogni minima difficoltà) ritorna come un boomerang sul soggetto, schiacciandolo sotto il peso del reale che è intrinseco al godimento. La supremazia del reale sul simbolico domanda imperiosamente il rigetto di tutto ciò che va sotto il registro del limite. Ma per la psicanalisi è proprio il limite ciò che permette di umanizzare il soggetto, nel senso che gli permette di desiderare. Allora la questione del declino dell’ordine simbolico e dell’egemonia del reale ci interessa nel nostro approccio alla follia.
Nella pratica clinica ci confrontiamo a nuovi sintomi in cui i soggetti si presentono come assoggettati a un godimento invasivo che fa di loro degli Uno divisi, tanti Uno soli, isolati anche nel godimento, soggetti non in relazione, e di conseguenza esposti a forme sempre più insistenti di dipendenze, di depressione, di solitudine.
La «relazione» su cui l’analisi si fonda è quella del transfert, che permette che dell’amore sia mobilizzato, grazie al desiderio dell’analista. L’amore del transfert offre un’alternativa al godimento autistico. Gli effetti di nominazione che procedono dall’analisi permettono di spostare i punti di fissazione del godimento mortifero e di non indietreggiare di fronte al reale, di fronte alla follia e di fronte al punto di orrore e a ciò che di inumano c’è in ciascuno di noi.

mercoledì 4 luglio 2012, di Cinzia Crosali