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Qualche “indizio” su don Luigi Ciotti

« Chi è davvero don Luigi Ciotti ? », mi chiedono in queste settimane, dopo l’uscita ad aprile in Francia di Un prêtre contre la Mafia (Bayard), libro-intervista del fondatore del Gruppo Abele e di Libera, realizzato assieme al collega Nello Scavo. Questa domanda ricorrente è forse molto significativa. Innanzitutto, mostra che anche in Francia molti hanno sentito parlare di don Ciotti, soprattutto grazie a reportage giornalistici : di recente, ad esempio, Le Monde ha definito Libera e il suo fondatore come « il simbolo dell’Italia virtuosa ». Ma al contempo, come rivela quel davvero nella domanda, le informazioni diffuse conducono paradossalmente al mistero vivente che rappresenta questo sacerdote sui generis, che ricevette dal proprio vescovo « la strada come parrocchia » nella Torino degli anni Settanta.

Attraverso il Gruppo Abele, che festeggia quest’anno 50 anni, don Ciotti e i suoi amici continuano a restare al fianco degli esclusi di ogni tipo : tossicodipendenti, sieropositivi, prostitute, senzatetto, migranti. Attraverso Libera, che taglia invece il nastro dei 20 anni, il prete nato ai piedi delle Dolomiti, ma torinese d’adozione fin dall’infanzia, ha creato « un’incubatrice » senza precedenti che federa migliaia di associazioni, persone di buona volontà, atti e luoghi per cercare di sradicare il crimine organizzato di stampo mafioso in Italia, ma anche in tutt’Europa. In questo ambito, anche la grande prossimità fra don Ciotti e papa Francesco è divenuta molto emblematica.
Questa è la cornice in cui si agita l’interrogativo che con Scavo ci portavamo dentro fin dal primo incontro con don Ciotti : in fondo, com’è possibile che un prete sia divenuto in Italia, fuori dai tribunali e dai commissariati di polizia, un simbolo vivente della lotta civile contro la mafia ? Un interrogativo arricchito di continuo da discorsi e riconoscimenti, tanto l’agenda di don Ciotti è colma, nonostante le pesanti e ricorrenti minacce di morte che lo obbligano a vivere sempre sotto scorta rinforzata : accanto a innumerevoli interventi nelle scuole e associazioni, pure le audizioni presso le istituzioni europee e le agenzie Onu, dopo le lauree ad honorem ricevute da università italiane pubbliche e laiche come quelle di Bologna e Milano, ovvero la più antica e quella meglio valutata nelle graduatorie internazionali.
C’è insomma il mistero del carisma civile straordinario di don Ciotti. E c’è una montagna d’indizi, parole, atti, situazioni che permetterà forse un giorno di ricostruire una sorta di “fenomenologia ciottiana” : espressione, conviene dirlo fin da subito, che il diretto interessato rifiuterebbe immediatamente, tanto il suo impegno continua a costruirsi come sempre senza sfoggi egocentrici, in nome di quella forza del “noi” che è forse il primo pilastro dell’etica del sacerdote. Non si è dunque ciottiani evocando questa “fenomenologia”. Eppure esiste, anche se ci vorrà tempo per coglierla appieno. Qui, invece, vorrei semplicemente evocare alcune qualità di don Ciotti che, soggettivamente, mi sono maggiormente rimaste dentro dopo il “viaggio dialogico” condotto assieme a Scavo.
1) Don Luigi Ciotti è un uomo ferito a livello fisico dall’ingiustizia verso i deboli e gli esclusi. Come ci ha raccontato, ciò risale addirittura all’infanzia, quando provò in prima persona con la famiglia le difficoltà d’inserimento tipiche dei migranti in arrivo nella Torino laboriosa degli anni Cinquanta. Questa compassione profonda verso chi è ai margini si tradusse nell’impegno precoce al fianco di tossicodipendenti e prostitute.
2) È un torinese Doc, come si evince da tanti passaggi della testimonianza che ci ha offerto. Ama la città subalpina, la sua gente, la storia dei suoi quartieri, la traccia potente lasciata dalle opere sociali della Chiesa torinese, le strade, i bar. Ha affiancato generazioni di esclusi torinesi, ma ha nutrito una relazione diretta pure con la famiglia Agnelli.
3) È un boschiano viscerale. L’oratorio fu un luogo importante per il giovane Ciotti, che ci ha lungamente confessato quanto sia stato influenzato dalla lezione d’apostolato civile di san Giovanni Bosco, di cui ricorrono i 200 anni dalla nascita.
4) È un uomo umile. Innumerevoli volte, ci ha detto : « Sapete, sono solo una piccola persona ». Il carisma di don Ciotti è forse paradossalmente quello di un segugio, più che di un condottiero. Un umile e caparbio segugio dell’esclusione, delle sofferenze causate dai mafiosi, del soffio del Vangelo.
5) È un pêchu, come si direbbe in Francia, nonostante stia per lasciarsi alle spalle la sessantina. Per ore a tu per tu con don Ciotti, siamo stati travolti dalla sua energia e dal trasporto interiore contagioso con cui parla, soprattutto quando denuncia le ingiustizie immani e gli efferati crimini delle mafie.
6) È un inquieto. La sua lotta contro le mafie ha già dato grandi risultati, come la legge per il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Ma vulcanicamente, don Ciotti continua ad abbozzare idee, definizioni, approcci, strutture. Un allergico allo stato di quiete. In occasione dell’Expo di Milano, ci ha autorizzato a pubblicare negli allegati del libro pure uno splendido manifesto sul dramma della fame scritto a sei mani con Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e con il grande regista Ermanno Olmi.
7) È un fratello delle vittime. È commovente sentirlo parlare delle vittime di mafia. Quelle celebri, come i giudici Falcone e Borsellino, ma pure tutte le altre. Intrattiene quotidianamente per telefono un contatto con i familiari delle vittime, nutrendosi di continuo della loro testimonianza.
8) È un costituzionalista. Nel senso che cita di continuo la Carta fondamentale della Repubblica Italiana, suo riferimento civile assoluto. Non è affatto comune in Italia.
9) È un profondo conoscitore del mondo criminale. Se non ama presentarsi come un esperto, basta poco per capire che ha accumulato eccezionali conoscenze empiriche e di sintesi. Potrebbe passare intere giornate a citare esempi, sviluppare analogie, enucleare sequenze storiche. Non a caso, è richiesto dalle grandi istituzioni internazionali per offrire il suo punto di vista sugli effetti dell’universo criminale. La rivista Narcomafie, da lui fondata, è un punto di riferimento per gli studiosi. E don Ciotti continua pure a denunciare la vasta “zona grigia” dei tanti insospettabili, ad esempio della finanza, che spalleggiano le mafie.
10) È un appassionato del Vangelo. Per capirlo, basta osservarlo quando cita passaggi evangelici o spiega che per lui la strada e il Vangelo sono sinonimi. Ci ha mostrato con emozione una copia in inglese della Bibbia ritrovata a Lampedusa su un barcone di migranti tragicamente naufragato.

Ecco appena una manciata d’impressioni, quasi en passant. Il tempo dirà se rappresentano piste attendibili e fondate per cogliere il “cuore” del personaggio. Ma in ogni caso, sono convinto che siamo solo agli inizi della riflessione su questo grande uomo di popolo e di Chiesa al centro della società italiana ed europea fra Novecento e Terzo Millennio.

samedi 16 mai 2015, par Daniele Zappalà