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Quando il mezzo diventa messaggio

Il giornalista Michele Serra, autore delle “Amache” di Repubblica, e delle “Satire preventive” de L’Espresso, ha generato una levata di scudi in difesa del popolo del web. Serra sosteneva, nella sua “Amaca” del 16 marzo che twitter non dava la possibilità articolare un pensiero e concludeva: “Dovessi twittare il concetto, direi: Twitter mi fa schifo.”


Il giornalista Michele Serra, autore delle “Amache” di Repubblica, e delle “Satire preventive” de L’Espresso, ha generato una levata di scudi in difesa del popolo del web. Serra sosteneva, nella sua “Amaca” del 16 marzo che twitter non dava la possibilità articolare un pensiero: è “come se il mezzo (che mai come in questo caso è davvero il messaggio) generasse un linguaggio totalmente binario, o X o Y, o tesi o antitesi. Nessuna sintesi possibile, nessuna sfumatura, zero possibilità che dal cozzo dei “mi piace” e “non mi piace” scaturisse una variante dialettica, qualcosa che sposta il discorso in avanti, schiodandolo dal puerile scontro tra slogan eccitati e frasette monche”. E conclude: “Dovessi twittare il concetto, direi: Twitter mi fa schifo.”
Il giorno seguente è stato costretto ad uscire dalle poche battute della sua “Amaca” per spiegare ai twittaroli insorti, in un vero articolo (“Perché dico che sono pochi i 140 caratteri di Twitter”) cosa avesse voluto dire con questa frase, a dimostrazione che il concetto espresso nei pochi caratteri concessi non permette di elaborare un ragionamento.
Serra non è un passeista, né nega l’importanza che le reti sociali hanno avuto in alcuni contesti come le rivoluzioni arabe, semplicemente pone il problema dei rischi di un “uso frettoloso e impulsivo della parola”. E’ facile digitare qualche carattere in pochi secondi e premere “invia”, talmente facile che ci devono essere miliardi di messaggi al minuto nel mondo intero. Ma cosa dicono, in fin dei conti? In così poco spazio e così poco tempo si possono esprimere solo slogan, giudizi categorici. “La parola”, spiega Serra “non deve rispondere solo all’ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto. Alla comunicazione bastano gli slogan. Alla cultura serve il ragionamento”, e aggiunge: “Per comunicare basta scrivere “io esisto”. Per scrivere, spesso è necessario dimenticarlo.”
In teoria della comunicazione, questo tipo di comunicazione si chiama fàtica (l’accento tonico è sulla prima “a” per non confondere con fatica, ché questo scambio ne richiede ben poca): ci si concentra sul canale per stabilire un contatto, per dire appunto “io ci sono”, come quando al telefono si dice “pronto? Mi senti?”.
Il rischio di una comunicazione fàtica a livello planetario in cui contano quanti abbonati hai al tuo conto twitter, quanti “amici” o quanti fan hai su Facebook o quanti “like” ha la tua pagina, è che il pensiero si fermi lì, alla superficie del messaggio impulsivo, non seguito (anzi sarebbe meglio preceduto) da un ragionamento.
Vignetta di Czero http://cyberzero.over-blog.frIl rischio è anche un altro: di confondere pubblico e privato. Mi può anche interessare, per lavoro o per le cause che mi stanno a cuore, abbonarmi a un parlamentare, un giornalista, un regista, ma non m’interessa granché sapere dove va a cena, se è raffreddato, se ha litigato con la moglie. Sarò anomala, ma i dettagli della vita privata di persone che conosco solo di nome e di fama, sono, a mio avviso, una perdita di tempo e memoria (reale e virtuale).
Come lo è leggere il gossip nei giornali. I giornalisti, però, sono continuamente accusati di scrivere degli scandali piuttosto che di politica, cioè di privilegiare il privato al dibattito pubblico, mentre per i milioni di twittaroli, blogger e facebookisti nessuno ha niente da ridire. Un giornalista serio deve verificare la fonte delle sue informazioni, deve applicare la deontologia del mestiere, il popolo del web no: chiunque può dire qualsiasi cosa, vera o falsa che sia.
Forse il punto è proprio questo: ogni mezzo non è messaggio ma è stato concepito per trasmettere un certo tipo di messaggio, dovremmo tutti imparare a servirci del mezzo adatto per comunicare quel messaggio e non un altro. Per l’informazione ci sono i giornali, per mobilitare le masse di amici (virtuali) c’è Facebook, per comunicazioni rapide ed efficaci Twitter, se si vuole raccontare la propria vita, c’è il blog … e se magari vogliamo dire a qualcuno che esistiamo o che gli vogliamo bene, a volte si può anche alzare l’antica cornetta del telefono e parlare, no?

mercoledì 27 giugno 2012, di Patrizia Molteni