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Quanno nascette Ninno

Itinerario tra i presepi della Campania

Itinerario tra i presepi della Campania

Il ciclo delle feste rituali in Campania, come altrove, ha due fasi: una invernale - a cominciare dal due novembre fino alla Pasqua passando per la Natività, la fine dell’anno, Sant’Antonio Abate, il Carnevale, la Candelora, i misteri della Passione; la seconda fase è quella delle rinascite primaverili (culti mariani e feste dei gigli) che ci rimandano a feste precristiane (Cibele, Attis, Proserpina…).
Oggi siamo nel periodo dell’Avvento. Nelle antiche culture tale periodo era vissuto con paure legate alle giornate la cui luminosità andava diminuendo, si celebravano riti perché il Sole non morisse. Da un lato vi erano quindi i lamenti per il Sole che moriva, dall’altro banchetti, musiche e danze per la vita che riprendeva.
Gli strumenti erano zampogne, fischietti, zufoli e diversi tipi di tamburi, tutti strumenti rumorosi per propiziare l’allontanamento dei vecchi mali; le danze erano allegre e giungevano anche a stati di trance. Come spesso avviene le produzioni popolari venivano acquisite da musicisti professionisti che spesso le semplificavano, le imbellettavano e le piegavano alle esigenze e obblighi dei tempi. Nascevano così anzoncine e cori natalizi a volte melensi.
Nel primi giorni del periodo dell’Avvento erano suonate e rappresentate le pastorali, poi le novene ed infine dopo il 24 dicembre le ninne nanne.
Tra le “pastorali”, vorremmo citare il famoso canto “Quanno nascette Ninno” che secondo vari ricercatori ha origine seicentesche anche se conosciuta come produzione di Sant’Alfonso (autore anche di “Tu scendi dalle stelle”). Vediamone qualche verso:

Quanno nascette Ninno
a Bettelemme
Non c’erano nemmice pe la terra,
la pecora pasceva c’o lione;
co a capretta se vedette
o liupardo de pazzieà
Co tutto ch’era vierno, ninno bello
nascettero a migliara rose e sicuri (1).

Dove quest’ambiente così pieno di speranze è ricostruito in modo nuovo anno dopo anno?
Nel presepe.
Il presepe popolare, fatto dagli artigiani, è ben diverso da quelli aristocratici dei musei o quelli gesuitici delle chiese. La struttura orizzontale ha in basso tre grotte: la natività, l’osteria e la macelleria. La prima è la grotta del rinnovamento o, secondo altri, della nascita della coscienza nell’uomo; la seconda ci rimanda alla vita quotidiana sulla terra tra gioie e peccati; la terza è l’antro magico delle profezie e delle speranze in un mondo migliore. Verticalmente, sulle grotte c’è un pianoro dove Benino, in stato di dormiveglia non sa se continuare a dormire o svegliarsi per andare verso il basso nelle grotte o verso l’alto (terzo “piano”dei presepi popolari napoletani ) dove si trova il castello, luogo del potere che vuole difendersi per dominare il mondo (attraverso la strage degli innocenti) ed essere inaccessibile alla maggioranza dei pastori; spesso sono visibili soldati che ne proibiscono l’accesso.
Tra i personaggi che cantano e suonano il più simbolico è “Cicci-bacco n’coppa a votte” (Cicci è il diminutivo di Francesco, che gira a cavallo di “botti” trainate da un carro). Cicci, novello Caronte traghettatore che sotto o sopra un ponte canta allegramente un po’ ebbro, a volte con una chitarra tra le mani. Tale figura ci ricorda che spesso abbiamo bisogno di trasferirci da un luogo ad un altro, da uno stato (vita, incoscienza, ignoranza, …) ad un altro (morte, coscienza,virtù…). La musica è piacevole stimolo in questo viaggio.
Poi vi sono gli zampognari: personaggi che vengono da lontano ma con la loro novena ci sollecitano ad emozioni profonde ormai rare; chi li ha ascoltati in cortili di provincia o nel centro storico di città non dimenticherà più l’eco della loro musica rimbalzante tra tufi antichi per entrare poi nelle nostre case e nei nostri singoli cuori. Ebbene uno zampognaro è vecchio e suona con esperienza un difficile strumento l’altro giovane, e per questo più vicino alla madre–vergine, suona una ciaramella, forse strumento più facile. Tale coppia di pastori ci rimanda a tante altre che si incontrano sul presepe (storpi e sani, nobili e poveri, diavoli ed angeli, suonatori e oranti silenziosi… ).
Poi vi è il “pazzariello” spesso in equilibrio su di una sola gamba che cantando e ballando presenta alla popolazione nuovi eventi. Ricordiamo che in napoletano giocare si traduce con “pazziare”, verbo che ci riporta ai pazzi, a coloro che quando sono fuori di senno “danno i numeri”; ed i numeri sono elementi essenziali della tombola natalizia. E qui potremmo ricordare, nenie, filastrocche, litanie, invocazioni, battute sagaci che spesso accompagnate da musichette si recitano durante questi giochi (smorfia, tombola scostumata, riffa..) in questo periodo di speranze di cambiamento.

Angeli & demoni

Il diavolo è presente nel presepe a volte nei pressi del ponte, come in tante favole e racconti, o nella cucina dove il rumore-suono dei tegami nasconde quello delle catene dell’Inferno. Nella cantata dei pastori uno dei momenti più magici lo si prova quando in un silenzio assoluto si ascoltano fuori scena i rumori che preannunciano l’arrivo del diavolo.
Anche gli angeli hanno strumenti poco angelici, predominano tamburo e piatti; anche loro vogliono fare molto rumore e forse preannunciano i botti di fine anno nel napoletano.
La banda per antonomasia nel presepe è quella degli orientali. In effetti tale gruppo coloratissimo che accompagna il ricco corteo dei magi ci fa sognare musiche e mondi lontani e fa da ponte tra fantasia e realtà, in ogni caso è bello pensare a tale presenza in termine di convivenza universale.
Ancora musica è quella che accompagna il pulcinella della vecchia di Carnevale e dei danzatori di tammurriata che spesso gli sono vicini.
In alcuni presepi “casalinghi” vi sono gruppi di devoti della Madonna dell’Arco che subito dopo le feste di Natale iniziano le loro saltellanti e sonanti processioni.
Incontreremo poi il pescatore dal berretto frigio (scelto dai giacobini per ricordare la vittoria di Mitra sul toro nel giorno che poi divenne la festa del sol-invictus il 25 dicembre). Vedremo il cacciatore a ricordo di cacce ancestrali. I giocatori di tombola che cercano la fortuna, ecc…
Nel presepe spetta un posto importante alle donne “pastore”: perché donna è nascita, vita colore, incontro, pace, e tutto ciò vive nel presepe. Infatti ecco la donna sorridente e dal vestito svolazzante vicino al pozzo (elemento al limite tra il visibile e l’invisibile), che raccoglie l’acqua come novella samaritana; ecco quella che la trasporta in un’anfora comperata da una venditrice e poi quella che lava i panni nei pressi di un fiume, come levatrice dopo una nascita; ed ancora la vecchina che nonostante l’età fila la lana (ricordo delle mitiche Parche?); poi vi è la venditrice di pannocchie che ci rimanda alla farina da cui nasce il pane della vita; la venditrice di uova elemento cellulare generatrice della vita; e c’è in piedi in un angolo, la zingarella di colore scuro con in braccio un bambino di carnagione chiara: forse la Sibilla Cumana che annuncia la nascita del bimbo-Cristo o il simbolo di ancestrali paure di “rapimenti” in altri mondi.
Il presepe oggi, considerato ingombrante in casa, si smonta al più presto, una volta le date significative erano il giorno di Sant’Antonio Abate ed ecco un altro canto, “Sant’Antonio pigliati il vecchio e dacci il nuovo” spesso ballato intorno a propiziatori falò…. o il giorno della Candelora (Tutte e feste ponno trassi e ascì solo a Candelora non avesse mai venì (2)) festa del ritorno dei morti nell’al di là e della rinascita della LUCE della fertilità della madre terra. Molto significativi i riti in questa festa al Santuario della Madonna di Montevergine.
Il nostro è un percorso di ricordi; ricordare è ritrovare un’identità in opposizione ad una diffusa massificazione che ci pone anche gli uni contro gli altri.
A Napoli è ancora possibile inserire piccole iniziative in una Storia più ampia o meglio più alta.
Avere a casa una piccola statuetta presepiale o un pulcinella o un cornetto portafortuna non è fare folclore campanilistico, ma è confrontarsi positivamente con qualcosa che ci appartiene, è qualcosa che quindi può favorire il nostro benessere quotidiano.
E’ meglio dire che “ci piace o presepe” come Luca Cupiello (3) senza aspettare la morte del padre.
Buon Natale e Buon Anno.


1 Quando nacque Gesù a Betlemme
Non vi erano amici sulla terra,
la pecora brucava col leone
si vide una capretta
giocare con il leopardo
anche se era inverno, bel bambino;
fiorirono rose e fiori
2 Tutte le feste possono entrare e uscire, meno la Candelora perché è il giorno in cui si perde “la compagnia” dei defunti.
3 Da Natale a Casa Cupiello di Edoardo de Filippo, in cui il figlio al capezzale del padre si decide a dire che gli piace il presepe mentre per anni alla domanda “ti piace ‘o presebbio”, aveva risposto negativamente.

venerdì 6 dicembre 2013, di Eduardo Petrone