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Due facce della stessa medaglia

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Torino, Mirafiori Sud, palazzo. © Rino Bianchi

Quello di periferia, spiegano gli studiosi, è un concetto relazionale, che da solo non sta in piedi : periferia è sempre periferia di qualcosa, ossia si è periferici rispetto a qualcuno che periferico non lo è. In altre parole : se periferia c’è, se noi possiamo riconoscerla e identificarla, è anche perché essa si distingue, segna una discontinuità con un centro, più o meno grande ad una distanza più o meno ravvicinata. E dunque : diamo il nome di periferia ad uno spazio che si definisce in opposizione ad un centro ma che come questo centro è parte integrante dell’esperienza urbana. Con la precisazione che se è molto difficile scambiare il centro storico di Siena per quello di Barcellona o di Genova, con le periferie è molto facile confondersi, accomunate come sono dal grigiore della loro infelicità. Alla parola “periferia” le prime immagini che si presentano alla nostra mente hanno infatti, inevitabilmente, a che fare con situazioni di disagio, dai tratti fortemente disforici : quartieri-dormitorio, casermoni di cemento, degrado, auto incendiate, malessere sociale, assenza o scarsità di servizi, microcriminalità, disoccupazione e discriminazione, marginalità…e poi ancora, ragionando su scala internazionale, le banlieue parigine, gli slum asiatici, le favela sudamericane, le township sudafricane, tutte realtà che rientrano nella variegata geografia dell’esclusione globale. Potremmo quindi rovesciare l’ordine del discorso : se è vero che le periferie esistono in contrapposizione a ciò che periferia non è, è altrettanto vero che esse identificano una parte ben precisa della città ; non c’è città che non abbia le sue belle (si fa per dire) periferie, i suoi spazi marginali, abbandonati, stigmatizzati - l’idea di città porta con sé, sempre, inevitabilmente, anche quella di esclusione ?
Questo è un punto cruciale che ha a che fare nientemeno che col nostro futuro di abitanti di città : vale a dire, di microcosmi in cui passano e si ammassano come in un bazar tutte le tendenze, le contraddizioni e le paure, ma anche le aspirazioni che abitano il mondo contemporaneo. Il grande urbanista Bernardo Secchi, scomparso nel 2014, usava a questo proposito un’espressione molto interessante, che è poi il titolo di un suo libro : “la città dei ricchi e la città dei poveri”. Va spiegato che queste due città non sono due luoghi diversi, antitetici e inconciliabili - entrambe compongono la stessa realtà urbana, insieme, simultaneamente presenti ma reciprocamente impermeabili ed esclusive. Anche dentro la città crescono insomma i muri (fisici e simbolici), le divisioni, mentre la porosità si tramuta in esclusione, allontanamento, diffidenza. Si dirà che da che mondo è mondo questo è sempre successo. Oggi più che mai, però, quel tessuto connettivo che integrava tra loro le diverse anime della città, con le loro visioni, interessi, sentimenti e speranze differenti, e che rendeva possibile la mescolanza virtuosa di tutte queste cose sembra essersi affievolito. L’ascensore sociale - dicono - è rotto : la periferia, sganciata dal tutto di cui faceva parte, va come una zattera alla deriva. Il risultato è la polarizzazione dello spazio urbano e, con esso, la diffusione di un fatalismo che non vede nella periferia più soltanto il luogo dello “scarto” e del fallimento, ma assume questo scarto e questo fallimento come un destino, inevitabile e soprattutto ineliminabile dal paesaggio urbano - qualsiasi tentativo di invertire la rotta è vana. Contro questa visione, che non condivideva, Secchi sosteneva che tanto più cresce l’ineguaglianza delle condizioni materiali entro le quali gli abitanti della città conducono la propria esistenza, tanto meno la città può esser detta sana, funzionante, in grado di assolvere al suo compito : che è poi quello di amalgamare, includere, unire. Nel XVII secolo il filosofo Leibniz scriveva che “il punto di vista altrui [...] è un punto di vista adatto a farci scoprire considerazioni che senza di esso non ci sarebbero venute in mente, e che tutto ciò che noi troveremmo ingiusto se fossimo al posto degli altri deve farci sospettare l’ingiustizia” (Leibniz, 1952, p. 352). Non è mai troppo tardi per scoprire che vivere bene in città e combattere il degrado delle periferie costituiscono le due facce della stessa medaglia ?

BIBLIOGRAFIA
Dematteis G., “Un’idea operativa ed appagante del mondo”, Rivista Geografia Italiana, 123, 2016, pp. 229-236.
Leibniz G.W., “Osservazioni sulla vita sociale”, in Id., Scritti politici e di diritto naturale, Torino, UTET, 1952, pp. 351-353.
Secchi B., La città dei ricchi e la città dei poveri, Roma-Bari, Laterza, 2013.

mardi 4 juillet 2017, par Marcello Tanca