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Terremoto in Emilia-Romagna

Dopo le scosse del 20 maggio scorso, un nuovo terremoto ancora più forte ha colpito l’Emilia-Romagna e un po’ tutta l’Italia del Nord il 29 maggio. Si contano ormai a centinaia le scosse, il bilancio delle vittime è di 26 morti, centinaia di feriti. Oltre 20000 sono gli sfollati e i danni a monumenti storici ed aziende sono gravissimi. Le associazioni degli emiliano-romagnoli nel mondo (e non solo) si stanno rimaboccando le maniche per aiutarli.

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L’Emilia-Romagna continua a tremare, la provincia di Modena è forse la più colpita ma anche quelle di Reggio Emilia, Ferrara e Mantova vivono nella paura di nuove scosse. Il terremoto ha toccato la Lombardia, la Toscana, una parte del Veneto, scosse si sono sentite anche in Val d’Aosta, Trentino e Friuli e non accenna a fermarsi. I sismologi parlano di mesi - forse anni - prima che la terra si stabilizzi.
Una catastrofe inattesa poiché fino al 2003 la regione non era considerata a rischio sismico: l’ultimo terremoto di questa drammaticità si era verificato nel 1570, sotto gli Estensi, ed era durato 4 anni (sperando che la Storia non si ripeta).
Sono state allestite delle tendopoli, gli alberghi della costa hanno messo a disposizione camere gratuitamente, volontari da tutta Italia stanno cercando i dispersi e sgomberando le macerie. Le ispezioni proseguono a ritmo serrato per valutare l’agibilità delle case e delle aziende. Le scuole sono chiuse, così come le fabbriche (tra le vittime diversi operai, morti a seguito del crollo dei capannoni di produzione).
Al di là delle vite umane, il terremoto ha già messo in ginocchio l’economia di una delle regioni più ricche d’Italia: da sola produce il 9% del PIL nazionale. Si parla già di 2 miliardi di danni, dal biomedicale all’alimentare, dal meccanico alla ceramica, al turismo. Mirandola, per esempio, è il principale polo produttore di flebo, materiale per la dialisi, pacemaker che fornisce sale operatorie ed ospedali in tutto il mondo per un fatturato annuo di 800-1000 milioni di euro.
Tra Mirandola, Modena e Ferrara il settore metalmeccanico produce pulmann, autovetture e macchinari agricoli e dà lavoro a 15.000 persone mentre a Finale Emilia sono crollate le ceramiche (4,2 miliardi di fatturato nell’intera provincia modenese, con 20 mila addetti). Senza parlare di tutto l’alimentare, parmigiano in primis: ci sono già 600.000 forme cadute dalle “scalere”, gli scaffali che servono a conservare i lingotti tondi dell’oro emiliano. Cominciano ad arrivare le prime disdette dei turisti stranieri per le vacanze estive, quando il turismo rappresenta una delle fonti principali di entrate per questa meravigliosa zona d’Italia.
Ma l’economia non sono solo gli imprenditori e le loro famiglie, sono le centinaia, migliaia di operai che non possono più tornare in fabbrica, 18 delle vittime del terremoto sono proprio operai che si trovavano nei capannoni di produzione. E’ gente rimasta senza lavoro che non sa se e quando potrà ritrovare una vita normale, anche se gli imprenditori stanno già assumendo per far fronte alla ricostruzione e far ripartire l’economia, lavorando per ora dalle macchine o da tendoni montati alla bell’e meglio in giardino.
Che l’Emilia ce la farà, ne sono convinti Monti e Napolitano che assicurano che “lo Stato ci sarà”. “Sarà come il Friuli”, hanno detto, rimasto il simbolo dell’efficienza nella ricostruzione. Gli emiliani, come i friulani, sono orgogliosi, lavoratori, preferiscono darci sotto piuttosto che piangersi addosso, ma – viene da pensare – così sono anche gli abruzzesi, tanto per citare l’ultima tragedia sismica di questo millennio. Con una differenza: all’epoca c’era Sua emittenza che doveva gestire in prima persona tutto lo show, con Bertolaso alla Protezione Civile, onnipresente, che dopo aver interpretato il ruolo del Superguido Salvaci-tu si è rivelato un cinico cacciatore di potere e di denaro, che se la rideva con gli imprenditori della cricca pensando al business della ricostruzione. I ricercatori di “colpevoli” che sempre spuntano in queste occasioni, insieme agli sciacalli e agli imbroglioni, non trovano pane per i loro denti: molti edifici pur essendo a norma non includevano accorgimenti antisismici (entrati in vigore, appunto, nel 2003), sono crollate case antiche, chiese, monumenti ma i palazzi più recenti hanno retto, tranne i capannoni di produzione - e su questo, effettivamente, c’è da interrogarsi.
Ecco, almeno all’Emilia è stato risparmiato questo, nessuna pacca sulle spalle e “ma va là che siete in campeggio” e anche, in gran parte, il sospetto che da qualche parte fosse colpa dei terremotati: uno Stato presente (come ha dimostrato anche simbolicamente riducendo le spese per la parata della Festa della Repubblica) ma che lascia la Regione e i cittadini gestire la situazione.
Speriamo anzi che questo Stato sia presente non solo per l’Emilia ma anche per l’Abruzzo dove ancora non si è ritornati alla normale.

sabato 2 giugno 2012, di Patrizia Molteni