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Pablo Lentini Riva

Regole di vita musicale

Nella sua nuova raccolta di racconti, Pablo Lentini Riva torna a parlarci di musica e di muse. “Qui si dice che fu per amore” è un libro bellissimo, liberamente ispirato al mito di Orfeo, in cui l’autore affronta argomenti cruciali con l’ironia e la poesia che contraddistinguono il suo stile. La morte, la separazione, la miseria sono esorcizzate con eleganza, talvolta derise. La musica è il filo conduttore dell’opera, ma anche un lascia passare: non dimentichiamo che ha permesso a Orfeo d’intraprendere il suo viaggio nel nulla. Grazie alla musica, i protagonisti dei racconti, vagano da una casta all’altra. Inseguendo la bellezza, si trovano con la stessa disinvoltura nel castello di un barone, oppure nella bettola più squallida, rivendicando il diritto di tutti alla poesia, forse non alla bellezza, ma alla poesia.

Vorrei partire dal titolo, che lascia sperare in storie più solari.
Il titolo del libro è un verso di Cesare Pavese. Lo scrittore, nei Dialoghi con Leucò, fornisce la sua visione del mito di Orfeo. Orfeo confessa a Bacca di essersi voltato perché davanti al “barlume del giorno” si è accorto di non essere sceso negli inferi a cercare Euridice, ma se stesso e una stagione della vita definitivamente chiusa. Orfeo afferma semmai di essersi voltato per disamore. E Bacca esprime la sua delusione a nome di tutte le donne di Tracia, rispondendo proprio: “Qui si dice che fu per amore”.

Dunque non fu per amore.
E al contempo lo fu. Fu per amor proprio. Ci specchiamo nell’altro. Le storie d’amore non finiscono perché l’altro smette di piacerci, bensì perché non ci piace più l’immagine di noi stessi riflessa dai suoi occhi.

Come nel tuo romanzo Notturno per violoncello solo, i racconti sono storie di uomini che si rovinano per una donna, ma anche di occasioni mancate. Storie bellissime in una società che è sempre più superficiale e in cui non c’è più niente di assoluto.
I personaggi inseguono la bellezza e si rovinano per un ideale irraggiungibile. La barra continua e continuerà a spostarsi e la frustrazione è la molla che li spinge a dannarsi, a perdersi. Nella tensione verso una bellezza che sfugge, sfiorisce e o muore, risiede la poesia della loro esistenza. E poi, diciamoci la verità, il fallimento è più poetico della riuscita: nel fallimento c’è qualcosa di profondamente umano, c’è il nostro limite che esce allo scoperto. La società contemporanea ha il terrore del limite e del fallimento, dunque anche dell’assoluto. Sembra essere priva d’ideali e si lascia guidare da persone senza progetti, senza una visione del mondo. Trova riparo dietro una mediocrità apparentemente infinita.

Il sottotitolo della raccolta è “La musica e il silenzio in cinque racconti ispirati a Orfeo”. La musica come arma contro la solitudine ma soprattutto contro la rivalità, la grettezza degli altri, il tradimento…
La musica come rifugio, come luogo privato dell’anima, come medicina per curare le ferite dello spirito. Ti faccio un esempio? Io scrivo da vent’anni. M’interessa lavorare e fare delle cose belle, lasciare eventualmente una traccia, tuttavia quando vedo che la dozzinalità accomodante, telegenica e commerciale mi sorpassa da tutte le parti, un pochino ci resto male e mi faccio una suonata. Rispondo alle tue domande da Venezia, dove il presidente del padiglione Italia è Vittorio Sgarbi. Sarà davvero l’unico critico d’arte italiano? Ecco cos’è l’Italia di adesso: la mancanza totale di curiosità e di coraggio. Tutti quelli che potrebbero e che dovrebbero far cultura, appena possono vanno sul sicuro catodico; invitano e osannano personaggi mediatici. Questi personaggi però, sono i prodotti e assieme le cause della decadenza. Sono vanitosi e privi di generosità. Non possono che pensare a se stessi.

E per fortuna, forse.
Non c’è dannazione più grande di quella di non dare niente a nessuno, ovvero di farlo solo in cambio di denaro.

Gli strumenti hanno una vita propria, c’è una sorta di religiosità anche nel toccarli. Alla morte del musicista (che corrisponde alla morte fisica della persona o alla morte del suo essere musicista), è lui che decide a chi lasciare il suo strumento, oppure dove “seppellirlo”.
Gli strumenti appartengono ai musicisti e i musicisti dipendono da loro. Io sono un musicista quando ho in mano una chitarra. La nostra vita è una ricerca della simbiosi con il legno, con le corde. Il nostro sogno è che lo strumento scompaia per fondersi con la carne, con le terminazioni nervose, che diventi parte del nostro corpo. Alla fine i miei personaggi si accorgono con sorpresa che questa appendice sopravvivrà alla loro vicenda terrena o musicale, allora è la prima cosa alla quale pensano nel momento della stesura del testamento.

Il personaggio principale, ma anche parecchi di quelli secondari sono spiantati, ma con un animo nobile, per cui spendono gli ultimi soldi per salvare un’altra persona (o il loro amore). Comunque si parla spesso di soldi. Una denuncia dello stato della cultura?
Si parla piuttosto di eclissi di soldi. Se c’è un bel modo di essere poveri, è quello di esserlo da artisti, con fantasia e questo lo sanno tutti. Perché, al di là delle possibilità materiali, la nostra vita è una nostra invenzione. Perfino i banchieri lo capiscono e non se ne capacitano. Ci sono i ricchi, ci sono i poveri e ci sono i poeti e gli artisti, difensori di una bellezza gratuita, che sono i cavalieri e i santi contemporanei. Io non scrivo per soldi e non suono per soldi, altrimenti avrei fatto altro.

Perché lo fai?
Per alleviare un poco le vere pene di questo passaggio, che alla fine accomunano tutti. Per cercare un senso e condividere delle esperienze. Per regalare qualche momento di distrazione a chi legge o ascolta, infine per avere tutto, senza avere niente e per vivere tutte le vite, mentre ne ho una sola. Da piccolo volevo fare l’astronauta, ma il programma spaziale non è stato all’altezza delle mie aspettative. Quindi denuncio le mancate promesse di chi mi ha lasciato credere che avremmo scoperto altri mondi. Non siamo neppure arrivati su Marte! Allora ho cominciato a viaggiare nel mio cervello e in quello degli altri, nelle storie. A parte gli scherzi, lo stato della cultura è catastrofico nella repubblica dei satiri, tuttavia non possiamo pretendere che fare gli artisti (ovvero fare ciò che ci pare e piace) sia uno statuto. Qualcuno riesce a vivere di arte, altri no. Non è garantito e non lo è mai stato. Non è una strada sicura e per questo l’ho presa.

Continua a percorrerla.
Non ho altra scelta. Attorno io non vedo che rovi.

Pablo Lentini Riva, Qui si dice che fu per amore
Il libro edito da Ellin Selae, verrà presentato a Nantes, con un concerto dell’autore, il 24 ottobre 2011 alle 18 al centro culturale Cosmopolis. A Parigi si trova alla libreria italiana “La tour de Babel”, in rue du Roi de Sicile al 10, nel quarto arrondissement. La fotografia di copertina è di Veronica Mecchia, come le foto che abbiamo pubblicato e che illustrano il racconto “L’isola della luce”.

martedì 4 ottobre 2011, di Patrizia Molteni