FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Home > Cultura > Cinema > Sacro Leone

Sacro Leone


Quando ho varcato in ritardo – complici le serate non poi così mondane del Lido veneziano durante la Mostra, e, soprattutto, il mio alloggio a 50 minuti di vaporetto dal Palazzo del Casinò – la soglia dell’ormai buia Sala Perla, a proiezione avviata, non conoscevo nemmeno quale dei film in competizione si stesse mostrando: a dirla tutta, non mi aspettavo nemmeno di entrare, cosicché spiazzato, mi sono addentrato nel mistico nero e ne ho concluso che, onde evitare tuca-tuca accidentali con conseguenti schiaffi di difesa, avrei assistito allo screening come si faceva all’epoca del cinematografo, ossia seduto per terra. Per aspera ad astra, quella mattina del 5 settembre ho goduto della visione più magica del mio Venezia 70, ilare e commovente (ho pianto per davvero, bello de’ casa): “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi, Leone d’oro dell’edizione 2013 della Mostra.

Un documentario sui mondi e sugli “esseri” possibili, effettivi, sbocciati a ridosso della galassia di uscite, curve e guardrail che è la moderna cinta della città di Roma: il grande raccordo anulare con i suoi 70 km di estensione.
Niccolò Bassetti ha esplorato l’universo del GRA e ha poi affidato al documentarista Rosi – il quale ha studiato la “materia” da trattare per più di due anni – il compito di raccontare le realtà che si sviluppano nei dintorni dell’autostrada urbana romana. Ci s’imbatte nelle case popolari alle cui finestre si scorge un nobile piemontese decaduto con la figliola studentessa, un dj del Sudamerica intento a mixare le sue hit, delle comari che civettano sui dirimpettai; negli studi appassionati di un botanico intento a proteggere la sua oasi di palme dalle larve del punteruolo rosso, con lo zelo degno di una chanson de geste; nella fierezza naïf di un moderno principe che, il sigaro immancabile tra le labbra (er De Niro de’ Boccea), si circonda di fasti kitsch e affitta il suo castello a improbabili “registi” di fotoromanzi; nel candore innocente di travestiti attempati; nell’ultimo rampollo di sette generazioni di “anguillari”, con tanto di moglie dell’Est, a pesca su quel ramo del Tevere che volge verso l’autostrada; nella missione silenziosa di un barelliere del 118, il quale, dopo una notte insonne a recuperare feriti dalle lamiere di un incidente e clochard caduti in un canale, si prende amorevolmente cura dell’anziana mamma prigioniera dell’Alzheimer.
In nome della coerenza con la “finzione autentica” (e poetica) che permea “Sacro GRA”, reputo, non si debba prescindere dal riportare in questa sede, integrando l’abituale critique du film, la conversazione che il sottoscritto ha avuto il piacere d’intrattenere (il 6 settembre, giorno prima della premiazione), attaché de presse disorganizzati permettendo, con l’affabile ed acuto Rosi: un documento sul documento, che è documentario (e chi so’… Barthes?).
La tua operazione nasce dall’infrazione di una sottaciuta consuetudine della cinematografia italiana, ossia quella di girare a Roma, al centro o in periferia: qual è la motivazione alla base di questo sfondamento, dell’andare oltre Roma?

Renato Nicolini col saggio “Una macchina celibe” parla del GRA come di un «gigantesco serpente cinetico, figlio del boom economico e della motorizzazione di massa, moderna muraglia che dal dopoguerra cinge la Città Eterna». Bassetti prima e io dopo abbiamo tratto ispirazione da questa descrizione, cercando la forza nel “celibato” che permea il luogo fuori da quel pantano che è Roma con le proprie istituzioni e cliché. Abbiamo voluto creare una mappa di luoghi che non hanno identità, celibi, in un certo senso, giustamente: il GRA è una distesa d’asfalto, dove non s’individua mai esattamente un riferimento preciso. Una convergenza di realtà in espansione che germinano oltre la canonica immagine della capitale, qui evocata solamente (con il cupolone che non si vede ma di cui si parla, con i cartelli stradali); realtà che per la loro estraneità permettono, forse, di capire anche meglio il nucleo urbano.

Il genere del documentario ti vede in lizza per il leone d’oro: che effetto ti fa il competere con opere di finzione?
La responsabilità di raccontare una storia esiste sempre, anche nel documentario. Ogni inquadratura è una scelta percorsa: la sfida sta proprio nello spingere la barriera che vige tra finzione e realtà. Una spinta narrativa. Il documentario, poi, ha maggiori vantaggi rispetto alla fiction: innanzitutto le sue storie dispongono d’informazioni più dettagliate e, soprattutto, la sua forza è la sperimentazione. È un genere che dà una libertà immensa: ogni giovane regista che abbia voglia d’iniziare da solo, senza sottostare alla “coralità” del film di finzione trova nel documentario il mezzo ideale. Si parlava d’identità: vale anche per il regista di documentario, egli costruisce una sua identità, attraverso il lavoro che fa su se stesso, sul mondo. Un’operazione di lentezza su un universo, qui parlo del mio GRA, che è, al contrario, basato sulla velocità massima, un’umanità della motorizzazione. Con la lentezza si conosce. La crisi contemporanea non è di natura economica ma è identitaria, del singolo: il mio film cerca, in un certo senso, di esplorarla.

Oltre il gioco di parole, c’è un significato nascosto nell’aggettivo “sacro”?
Come i cavalieri cercavano il sacro Graal, anch’io mi son messo alla ricerca di una sacralità di questi luoghi nuovi, inesplorati eppur così comunemente calcati. Ho voluto fare una mappatura immaginaria di quello spazio della mente che il GRA occupa. Il mistero c’è, sicuro, e consiste proprio nella riappropriazione della totalità di quest’oggetto. La sacralità giace nel tentativo di sondare questo luogo “ideale”, questi personaggi di cui non si sa nulla, senza passato. C’è una specie di spirito francescano nell’impresa: pur non essendo, io, particolarmente religioso!
Perdonami la forzatura, io sono un patito di Fellini: non ho potuto fare a meno di “sentire” una certa assonanza interna tra il suo film e la poetica del Maestro. Non so, è inspiegabile. Ma per me, c’è qualcosa… Fellini! (ride) Ma è un intouchable! Ringrazio per il paragone. Però non posso nascondere che Fellini c’entra. Se cerchi su youtube la versione in inglese di “Roma”, c’è la sequenza che parla proprio del raccordo anulare, e che paragona il GRA a uno degli anelli di Saturno. Meravigliosa immagine di grande suggestione! Infatti, ho trattato i miei personaggi come degli alieni. Degli umani sopravvissuti alla bufera di neve di metà film (mostrata con i piani nel cimitero) senza storia, extraterrestri.
Caro Rosi, alla fine dell’intervista, mi conceda una confidenza dal profondo del cuore: il suo è l’unico film italiano che merita di stare in concorso! Incrocio le dita! Ah, davvero! Grazie! (ride di gusto, mi dà una pacca e mi stringe la mano) Scrivilo… scrivilo questo, mi raccomando!
E l’ho scritto, sì, l’ho scritto. Eccome. E c’ho azzeccato pure, a tal punto che s’è beccato il Leone d’oro. E chi so’… Cassandra?

domenica 29 settembre 2013, di Valentino N. Misino