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Sartori legge "Parigi è un desiderio" di Andrea Inglese

Letture incrociate

Parigi è un desiderio (Ponte alle Grazie, 2016)è la vicenda di un ragazzo milanese che ha il sogno di Parigi. Perché nelle abitudini di Milano, anche in quelle di punk e sballato, e non parliamo di quelle di incipiente adulto, s’è sempre annoiato a morte. E poi perché su consiglio di alcuni “grandi” legge dei romanzi che gli instillano il mito ardente della città. Ma anche i film fanno la loro. In particolare uno con un distaccato bellone che con una sua eleganza inimitabile sembra non prendere niente sul serio, nemmeno la morte che si avvicina. Ci siamo, il virus s’è incistato.
Ci va una prima volta l’estate con dei compagni, ventenne, e dopo un’occasione persa riesce a penetrare nella vera città, un appartamento dove si vive di libri e arte. Fa sesso con una parigina che vera parigina non è, e proprio per questo è autentica, come succede in tutte le grandi metropoli. Olé, un piede dentro alla seducente metropoli il protagonista l’ha messo. La relazione dura due anni di avanti e indietro transalpici. Seguono un Erasmus e alti studi parigini, perché il ragazzo si rivela anche studioso, un altro periodo di avanti e indietro, un’altra donna, questa volta per dieci anni, anche qui con una parentesi milanese. Poi la coppia scoppia, e il pendolo torna a piazzarsi su Milano, ma poi riprende a dondolare, questa volta spostando lo stesso baricentro, forse per sempre. Però insomma mica si può raccontare tutto, i bei libri vanno comprati e letti.
Il narratore ha un vero talento di entomologo, e quindi conta chele e vibrisse, confronta, riconosce analogie, classifica. Parla, parla, sembra quasi più parlare che vivere - il suo lavorio tassonomico è fatto di parole e frasi - ma l’acume e il grigio umorismo di ventriloquo ci avvincono. Quello che lo differenzia da un naturalista è che il suo interesse non è una curiosità universale e disinteressata, è tutt’al contrario una focalizzazione sui propri umori e pulsioni, sugli ostacoli e asperità che trova sul cammino perseguendole, su quello che vede dalla finestra e nelle canalette dei marciapiedi. Ma meglio così, dio ci guardi dall’oggettività scientifica e dai raziocinamenti patinati da premiato romanzo italiano, non se ne può più. E poi appunto sogghigna, sogghigna, e ci fa sorridere anche a noi. Ma soprattutto ogni tanto ci prende per mano e ci trascina in frasi che sono ruscelletti pieni di inciampi e cascatelle, correnti di respiri spezzati, che durano mezze pagine o pagine, con arricciamenti e vortici che ci colgono alla sprovvista e ci stupiscono con la loro verità e concisione, cambiano ancora strada, riaccelerano, si impennano, fanno due saltelli mortali, tornano indietro, ripartono spediti e tersi, e ecco che anch’io mi ci lascio influenzare e plagio, il che è un buon segno.
Potrebbe trattarsi di un romanzo di formazione, e certo così verrà etichettato, se solo questo protagonista potesse formattarsi nei miti che l’hanno sedotto e fuorviato, scoprendone magari orrori e abissi. Sarebbe sottovalutarlo. Lui non cresce, non evolve, proprio perché concentrato sul suo autistico cammino. Non si piega, capisce piuttosto che certe cose non fanno per lui. Seppelliti gli aneliti punk si lancia in una seriosa carriera universitaria, cerca di essere pure lui intelligentone come i cattedrati cattedratici, prova perfino a leccare un po’ il culo (non ci riesce), fa quanto può per guadagnarsi, anche di fronte a se stesso, l’etichetta di perenne intelligente. Perché l’immaginario di Parigi è anche questo, mica solo le ragazze longilinee riflesse dalle vetrine, anche se questo non ce lo dice (non è uno che dice tutto). Finché si rende conto che lui è anche un po’ coglione, e in fondo ci tiene a restarlo, perché a ben guardare gli intelligentoni mica lo attirano tanto, sono anzi schifosi e meschini. Ma soprattutto perché le poesie che scrive (non ce l’aveva detto, ma è bello che ci stupisca anche con questo), e che sono apprezzate, con l’intelligenza vengono proprio male.
Questo è un coming out, non una formazione. Un outing non dell’omosessualità (per qualche pagina il dubbio gli era venuto), ma della coglioneria. Io sono anche coglione e sono fiero di esserlo, ci dice, molto sollevato, ma anche meno parigino. E continua con le sue elucubrazioni, che coglione non sono affatto, forse a volte inessenziali, che ci soggiogano con il loro zigzagante ritmo sincopato, riuscendo spesso a diventare magnifica scrittura. In particolare nel capitolo centrale sul quadro di Piero di Cosimo scotchato nel cesso, che nell’apice della crisi si disvela come metafora del presente : una meraviglia di intensità e potenza. Perché la grandezza di questo libro, anche se forse un po’ intermittente, è lì, nella scrittura.
C’è però un altro outing, anche qui non parlerei di evoluzione romanzata, che va a sabotare l’impalcatura stessa del suo mito : l’attrazione per le parigine. Quelle ninfe che è venuto a cercare, e ha inseguito, tra una monogamia e l’altra, nella loro riserva, Parigi. Come quella con i capelli alla maschietto del film con il tenebrosone disinvolto, come tante altre, che non ci descrive, perchè quello che conta sono i loro poteri, o al limite le isolate parti anatomiche da cui questi emanano, non certo l’edificazione di una proustiana etnologia (e non parliamo di psicologia). Quelle fate benigne ma all’occorrenza anche assatanate che a ben ragionare appartengono a quella specie, le Donne, che gli hanno dato quello che gli mancava fin da quando aveva otto anni, o cinque, e che hanno saputo, loro sole, renderlo felice (vabbé, a tratti anche infelice, questo va da sé).
Niente da fare, nella grande crisi di uomo ormai quasi maturo il nostro eroe si scopre monogamo, quasi malgrado lui, e senza riuscire a confessarselo appieno, avvertendone anzi tutte le fragilità e vertigini. Approda pur sempre lì. Quindi niente outing del libertinaggio (come un suo consigliere avrebbe voluto), il quale ci avrebbe cantonati, questo sì, nel campo affollato del romanzo di formazione. Outing invece ben più inaspettato (e trasgressivo ?) della monogamia. Ama la sua donna, che è la più bella del mondo (sfodera l’artiglieria pesante per convincerci), ha constatato che la relazione di coppia è quanto più formativo e appagante sia dato nell’era attuale, e quindi intraprende con trepidante coraggio questa perigliosa strada, che in fondo già ben conosce.
Cosa resta di Parigi, e dei desideri dispotici che gli faceva frullare nel cervello, dopo quest’ultima picconata ? Proprio niente. Ogni vero outing ha una vittima che viene sacrificata sull’altare della verità : qui vengono immolate l’insouciance e la dittatura dell’intelletto, in poche parole l’essenza di Parigi, Parigi stessa. Non a caso il protagonista si ritira in una periferia popolare, simpatica e interessante, dove conduce la sua lotta ormai adulta contro il vero nemico, le abitudini (ubique), e nella capitale del Desiderio ci va solo ogni tanto, senza entusiasmi e provando una repulsione per la piega neoliberale che ha preso. Ma il finale potrebbe essere anche meno struggentemente pedissequo (e quindi più scontatamente romanzesco), ci importa poco. Quel che resta è il ritmo di quel logorroico raziocinare che procede per corte giustapposizioni vivide nella loro tersa nettezza, e il baratro sul quale esso viaggia, tutte le paure e le angosce, quasi mai esplicitate, che sovrasta, come quei ponti che con un’agile falcata scavalcano nere e paurose gole. Perché a ben guardare quel parlarsi addosso non ha nulla di gratuito, è una lotta per l’esistenza : perfino nella frivolezza è in gioco lo sfaldarsi delle giornate, della vita stessa. Ed è proprio in questa tenzone perpetua tra raziocinio e angosce appena suggerite, e che covano silenziose, che ritrovo lo zoccolo duro dell’Inglese che conoscevo, il poeta.

mercredi 12 octobre 2016, par Giacomo Sartori