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Saviano : a porte chiuse

Le contraire de la mort, dell’autore di Gomorra

In occasione della presentazione del suo nuovo libro a Parigi ho passato una settimana con Roberto Saviano per fare da interprete tra lui e i giornalisti francesi. Per la casa editrice Robert Laffont, editore del libro, ho realizzato un’intervista con Roberto nella sua camera d’albergo. Sorvegliata da una guardia, la porta della camera restava sempre semichiusa, giorno e notte. L’intervista che segue è stata fatta a porte chiuse.

Roberto Saviano ©Effigie/Leemage Perché hai scelto questo titolo per il tuo libro ? E di cosa parlano queste due storie ?
Questo libro raccoglie due storie che si svolgono dove sono cresciuto, nella regione della Campania, a Napoli, nel sud dell’Italia. Sono storie che parlano entrambe di guerra. La prima parla di un ragazzo che lascia l’Italia per una missione di pace in Afghanistan e che muore, bruciato da una mina. È il racconto di una regione dove molti giovani scelgono di partire per la guerra, la maggiore parte dei soldati che partono all’estero vengono dal Sud dell’Italia. Ho scelto questo titolo, “Il contrario della morte”, perché è un verso tratto da una vecchia canzone napoletana che si chiama Carmela. Questa canzone ha un ritornello che dice “se l’amore è il contrario della morte”. È una cosa che mi ha sempre colpito, per i napoletani, il contrario della morte non è la vita ma l’amore. È questa idea che ha ispirato questo libro e che ha dato il senso del mio racconto.
La seconda storia è in legame con la prima perché parla anch’essa di guerra, quella della Camorra, una guerra crudele. È un racconto più autobiografico, un ricordo, quello della mia propria discesa agli Inferni nella mia terra natale. Racconta un momento nella guerra di Camorra nella quale degli innocenti muoiono assassinati e la stampa li considera subito come dei soldati di Camorra. Il semplice fatto di essere nati in una terra significa essere colpevoli. La mia idea è stata di raccontare come nel cuore stesso dell’Europa c’è un conflitto aperto e dunque come le persone debbano scegliere tra la guerra all’estero e quella in patria.

Mi è sembrato di sentire in questo libro uno scarto stilistico rispetto a “Gomorra”. Se in “Gomorra” la nota di cui ti sei servito maggiormente è quella del patetico, questo per mettere il lettore al posto del narratore, per destare in lui quella pietas che il narratore prova per le vittime della Camorra, mi è sembrato di sentire in questi due racconti una voce più lirica, più distante, che lascia forse al lettore uno spazio che in “Gomorra” era occupato dal peso della realtà. Cosa ne pensi ? Questo cambio di stile è in relazione e come col soggetto del libro ?
Sì, dato che volevo parlare del contrario della morte, questo mi ha senz’altro spinto ad uno stile più lirico. Ho cercato di seccare al massimo le frasi, per evitare di cadere nel retorico. Per questo ho utilizzato degli strumenti diversi per raccontare. È stato molto complicato ma mi é sembrato coerente con quello che avevo scritto in Gomorra.
Parlo dell’amore che è una forma di resistenza, forse la sola possibile nella mia terra natale, perché le contraddizioni di questo posto spingono molta gente ad emigrare, io per primo, e questo impedisce spesso una qualunque forma di felicità. Ecco perché la resistenza è il sentimento che nasce nelle persone e che io provo a celebrare e di raccontare. Per questo ho dovuto usare uno stile diverso.

Ci sono due oggetti nei due racconti che hanno una forte valenza simbolica, l’anello e una piastrina. Dici che quasi tutti i napoletani portano una piastrina al collo. Mi sembra che il tuo nuovo libro, con la presenza di questi due oggetti, dia l’evidenza del simbolo a qualcosa che in Gomorra, per la forma stessa del libro, restava meno evidente. Parlo di una polarità che mi sembra di scorgere nel tuo lavoro, in quello che hai condotto fino ad esso, tra due temporalità : il futuro come “promessa di felicità” e il futuro come “promessa di morte”. All’anello come segno di una promessa, quindi di un’apertura sul tempo, risponde la piastrina, monito di una fine possibile.
Il momento in cui nel Contrario della morte racconto della piastrina è quando un ragazzo muore in Afghanistan. C’è il funerale, e lì, tutti i commilitoni o i ragazzi che avevano fatto altre missioni (che ovviamente portano la piastrina sempre, anche una volta tolta la divisa), mettono la piastrina in bocca come in una specie di comunione di metallo, tutti insieme. Ecco quel simbolo che porti al collo ti ricorda che sei sempre in guerra, in trincea, sull’orlo di un possibile attacco. Inoltre la piastrina è piena di leggende. C’era una leggenda che circolava in alcuni ambienti di paracadutisti che diceva che quando facevi l’amore con una ragazza la piastrina che penzolava sul viso della donna se veniva morsa da una donna che ti amava ti regalava un anno di vita se invece a morderla era una donna che non ti amava ti sottraeva un anno di vita. Queste leggende mi piacciono molto.
La piastrina è uno dei tanti simboli che esistono ancora nel sud Italia, anche per la mia generazione. Simboli che mi hanno sempre attratto e di cui mi faccio portatore in qualche modo. Anch’io indosso la piastrina, anch’io indosso anelli. La piastrina è esattamente quello che dici tu, una promessa, una certezza di morte, qualcosa che ti ricorda chi sei, nel caso in cui la morte dovesse raggiungerti, sfigurarti. Questo per i soldati.

Un solo autore è presente nel libro e questo autore è Junger. Il narratore di uno dei due racconti, si ritrova a casa sua con uno dei giovani che verranno uccisi. Si tratta di un operaio che quando vede un libro che porta il titolo “Operaio” dice qualcosa come :”potrei farlo io un libro così”. Quanto assomiglia il narratore a Roberto Saviano, quanto conta Junger per il narratore Roberto Saviano ?
Sai io non ho mai letto Junger come un nazista anche se lui per un breve periodo è stato un ufficiale della wermakt. Adoro Junger perché è un raccontatore di realtà, un reporter letterario della guerra come nessun’altro. Pensa che da ragazzino era partito nella legione straniera, poi era tornato perché il padre lo era andato a beccare, per poi partire come volontario nella prima guerra mondiale durante la quale gli è morto un figlio in Italia. In Tempeste d’acciaio ha raccontato la prima guerra mondiale come un’apocalisse, come nessun altro. Io qui l’ho usato come modello letterario per raccontare una guerra che io vedo nei reduci ovviamente.

Roberto Saviano ©AGF/LeemageVisto che siamo in Francia ti chiedo se ci sono autori francesi importanti nel tuo percorso e quali.
Uno su tutti, un autore su cui io continuo a formarmi è Albert Camus. Per me è fondamentale il suo pensiero saggistico. Quando sono stato invitato assieme a Salman Rushdi a Stoccolma all’Accademia Nobel la prima cosa che ho fatto è stato studiare il discorso di Camus per poterlo citare. C’è un passaggio bellissimo dove dice che una persona inizia a scrivere perché si sente diversa dagli altri poi man mano che scrive capisce che è sempre più vicino a quelli da cui si voleva distanziato.

A proposito c’è un passaggio in Gomorra nel quale parli di un latitante, se non sbaglio. Ricordo che leggendo quel passaggio mi è parso che le parole che usavi per descrivere la condizione di un uomo che vive latitante, l’obbligo di viaggiare sotto scorta, potessero benissimo essere usate per parlare della tua vita di adesso. In questo senso le parole di Camus si sono avverate : sei diventato quello da cui hai cercato di differenziarti.
Sì, hai ragione, non ci avevo mai pensato. Sì, sicuramente la mia vita oggi è molto simile a quella dei latitanti o degli arrestati che vivono a domicilio la loro pena. Ma è uno strano destino quello di assomigliare al mondo che si racconta. Alla fine anche questi simboli, prima parlavamo degli anelli, gli anelli hanno a che fare moltissimo con la mia terra. Dalle mie parti indossare tre anelli significa indossare la trinità alle mani. È una cosa che viene da molto lontano e che io ho sempre fatto. Non mi sento vicino a questa tradizione ma la accolgo perché viene dalla mia terra. È molto strano ma come dire a volte le ragioni che ti portano ad agire in un certo modo non sono mai spiegabili con la ragione e sempre di più quando io racconto della mia terra sento di stare raccontando qualcosa di me. È sempre qualcosa che mi appartiene ciò di cui parlo non è mai qualcosa che io osservo o da esterno o da conoscitore occasionale.

Hai dei progetti per il futuro ?
Sì sto scrivendo due libri. Scrivere è per me la sola prova che sto vivendo. Sarà sempre una no fiction novel : scrivere letterariamente di storie vere. Dipenderà molto dal corso che il libro prenderà. Spesso i libri hanno una vita propria indipendentemente dalla volontà dell’autore. Non so se prevarrà l’elemento documentale o quello letterario ma sicuramente terrò entrambi presenti per la costruzione delle mie pagine.

Com’è la tua vita adesso ?
È difficile rispondere perché in questi anni ho messo da parte molte sensazioni, molte valutazioni sul vivere anzi, non-vivere, sul sopravvivere sotto protezione. Il primo mese, il primo anno sei cosciente di quello che stai vivendo e tutto sommato senti, almeno io sentivo, di vivere in maniera quasi eroica. Dopo il primo anno è come se crollasse una specie di nube depressiva sul quotidiano, l’impossibilità di fare una passeggiata, di incontrare persone è molto difficile riuscire a spiegare cosa significa vivere sotto la protezione. Salman Rushdi una volta mi disse che noi non possiamo spiegarlo a nessuno. Lui è stato tanti anni sotto protezione, adesso è un uomo libero. Lui dice, io riuscivo ad essere capito solo che ne so dalla Tatcher, da Clinton, i presidenti capiscono cosa significa stare sotto scorta tutti gli altri hanno un’immagine spesso molto più leggera di quanto non sia la protezione. Io spero un giorno di tornare ad essere un uomo libero. Non so se potrà essere in Italia. La cosa che più rende difficile il fatto di vivere sotto protezione è il fatto che inizi a non avere paura della morte perché ti senti protetto ma di avere paura a continuare a vivere così e quindi è allo stesso tempo protezione ma anche maledizione.

(1) Roberto Saviano, Le contraire de la mort. Laffont, 12,50€
(2) Il blog culturale di Marcomario Guadagni : "Un italien à Paris"

dimanche 7 juin 2009, par Marcomario Guadagni