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Scatti per il 68

Pubblichiamo un’intervista a Mario Dondero rilasciata a Patrizia Molteni nel marzo 2008, per un dossier speciale di Focus Magazine sul Sessantotto. A leggerla oggi, di estrema attualità.

Quando sei venuto a Parigi e perché ?
Avevo già vissuto a Parigi, dal ‘54 al ‘61. Avevo studiato parecchio le grandi battaglie, le rivoluzioni - la guerra di Spagna e la Rivoluzione francese, che mi ha sempre appassionato. Per un giovane che vuole fare del giornalismo Parigi è un crogiolo di nazionalità, di culture, di idee e ha sempre conservato il sogno rivoluzionario di un tempo. Per un fotografo, poi, Parigi era la capitale della foto non patinata.

Cioè ?
La fotografia deve essere schietta, indignata, deve avere una volontà di denunciare, di raccontare. Se uno, per esempio, fa delle foto di guerra troppo belle, esteticamente perfette, come possono essere quelle di Salgado (che considero un ottimo fotografo) non è un buon cronista : perché guardandole ci si dimentica il contenuto, la guerra, e si vedono solo le foto. Io credo che invece ci voglia l’indignazione ed è per questo che il bianco e nero è più adatto per esprimere questo stato d’animo. Fotografare la guerra a colori, secondo me, è immorale.

Nel maggio del ’68 eri a Parigi...
Sono tornato perché si sentiva che la pentola stava per esplodere. Parigi è sempre stato un grande teatro della politica. Mi sembrava giusto essere qui.

E com’era, allora ?
Innanzitutto una grande tribuna : all’Odeon c’erano sconosciuti che salivano sul palco e parlavano per ore, alla tribuna, con slancio. E questo fa bene allo spirito, per chi lo fa e per chi ascolta. E’ una cosa che si è un po’ dimenticata, ma la politica si deve nutrire di creatività, di poesia, di immaginazione : solo così può incendiare gli animi. Poi alla Sorbonne c’era una splendida solidarietà. Chi c’è passato, nel ’68, ha imparato per sempre che bisogna essere generosi.

Una rivoluzione, insomma, almeno culturalmente.
Una pseudo-rivoluzione o meglio una psico-rivoluzione nella testa della gente. C’è stata una presa di coscienza della gente dell’ignominia di certe situazioni. Dopo ci sono state delle battaglie settoriali - chi si occupava dell’ecologia, chi dei salari, chi dell’alloggio e tutto si è smarrito in rigagnoli che andavano a infossarsi prima di raggiungere il mare. Nel ’68 invece c’era un vento collettivo. Era solo slancio, passione, gioventù, divertimento, poesia.

Però è durato poco.
Anche io, che l’ho seguito da vicinissimo, ero consapevole che non avrebbe scalzato il regime. Era un grandissimo avvertimento che si preparava già ad essere un ricordo.

La reazione di uno che non aveva più vent’anni ?
Io non me li sono mai sentiti, anzi, ero più solidale con gli studenti che con i lavoratori. No, è la reazione di uno che ha fatto la Resistenza, di uno che ha visto i compagni soffrire, lottare, morire. Il 25 Aprile ero tra quelli che avevano sperato in un paese fraterno, dove non ci sarebbero più state le ingiustizie, un paese in cui tutti avrebbero avuto una casa, un lavoro, il diritto all’all’istruzione, alla salute... ma poi i furbi hanno rovinato tutto. Poi come fotoreporter ho visto tante guerre, i campi di profughi, cose tremende. Tanti morti, tanti feriti… Il 68, sì, c’erano i manganelli della polizia e qualche pavé ma in generale non è stato violento.

Cosa ti hanno lasciato tutte queste battaglie ?
Mi sono reso conto dell’inanità delle armi. Ce ne sono troppe nel mondo. Poi anche le battaglie non servono a niente. Ci sono delle meravigliose epopee e poi si torna al peggio. Bisognerà trovare un altro modo.

mardi 12 janvier 2016, par Patrizia Molteni