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Intercultura

Schettino sarà lei!

Per una settimana una notizia italiana ha occupato la prima pagina della stampa internazionale, un record in un mondo dell’informazione che fagocita alla velocità della luce le notizie, anche le più importanti. Come mai il naufragio del Concordia ha resistito così tanto sulla scena?

Primo, perché la vicenda sembra essere creata da un accorto e lungimirante sceneggiatore che non ha dimenticato nessun ingrediente: il magnifico transatlantico, simbolo del divertimento lussoso, ma accessibile, da Disneyland galleggiante; il nome Concordia che rimanda ai suoi ponti, battezzati coi nomi di stati europei; il naufragio, mentre l’Europa subisce l’attacco della speculazione internazionale; la festa in una notte mite e limpida; la manovra azzardata per un gesto inutile e gratuito che porta la nave ad incagliarsi a poche centinaia di metri dalla costa; la data, il centenario della tragedia del Titanic; il fondale basso che ha impedito al gigante di inabissarsi, trasformandolo, appunto, in un fondale teatrale che nessun regista avrebbe nemmeno osato immaginare; le vittime, imprigionate nelle lamiere in pochi metri d’acqua; le drammatiche ricerche, restituite in immagini sinistramente surreali; la fuga dell’antieroe, inseguito dall’umiliante ingiunzione dell’eroe di risalire immediatamente sulla nave.
Il vocabolario di molte lingue, che pochi giorni prima aveva registrato il nome di Cortina come luogo di ritrovo degli evasori internazionali, ha accolto un altro, ben più articolato neologismo: Schettino, termine per definire un individuo che in sé riunisce le caratteristiche di gaudente, irresponsabile e vigliacco. I linguisti hanno trovato pane per i loro denti.
La nostra immagine internazionale stava riemergendo a fatica dalla palude berlusconiana, noi cominciavamo ad intravvedere nello sguardo dei nostri interlocutori stranieri un’esitante e timida considerazione, quando questa grottesca tragedia ci ha rigettato nel pantano del peggior stereotipo, dando adito alla stampa internazionale per scatenarsi in una sarabanda di testimonianze e analisi pro o contro il tipo italiano pizza-mamma-mandolino-mafia. Dimenticavo: tutto il pianeta è stato informato che la prima telefonata del comandante è stata alla mamma. Non solo: aveva permesso l’imbarco di persone non registrate.
Esaminando i commenti, si scopre che il fatto che più ha colpito gli stranieri è l’immagine del capitano che abbandona la nave nel momento del pericolo. La totale mancanza di senso della responsabilità che il suo ruolo comporta è sconcertante, tanto più che aveva abusato dello stesso ruolo e fatto salire una clandestina per allietare le sue serate mondane. Propongo un’innovazione semantica, da aggiungere nel dizionario: Schettino, negazione dell’espressione «noblesse oblige». In futuro, chi vorrà gli onori senza gli oneri propri di una carica potrà appellarsi al caso Concordia.
Allo sconcerto si aggiunge lo stupore per i commenti degli italiani. Sì, è un irresponsabile, però è umano avere paura. Si passa dall’umana comprensione alla difesa ad oltranza dei concittadini, degli amici e della moglie di Schettino. A proposito, sono interessanti le dichiarazioni della signora Schettino, ricordano quelle della Clinton e della Sinclair nel momento in cui i loro mariti gettavano in pasto all’opinione pubblica planetaria la considerazione di due potenze egemoni, quella politica e quella economica. Solidali nel momento del pericolo. Si parva licet1.
In Italia, al piccolo coro dei difensori di Schettino, si è aggiunto il grande coro dei sostenitori di De Falco, il comandante a terra che ha sbraitato «Cazzo, torni a bordo!» e «Qui comando io!». Alla vigliaccheria di Schettino, si è sentito il bisogno di contrapporre il coraggio di De Falco, il suo senso del dovere e dell’istituzione che rappresenta, la Marina. La stampa italiana ha fatto di Schettino la metafora di un paese senza leader, e degli italiani un popolo pronto a applaudire chi urla più forte, per di più avvalorando il suo discorso con colorite espressioni popolari. Chissà se De Falco, al posto di Schettino, non si sarebbe comportato come lui? Quel che è certo è che gli italiani hanno bisogno di vedere in qualsiasi cosa, dal naufragio di una nave al blocco di Roma a causa alla neve, un segno di quanto il paese sia allo sbando, abbandonato dai suoi leader. C’è da dire che questi ultimi ce la mettono tutta. Come spiegare le dichiarazioni di Alemanno davanti alla Capitale paralizzata dalla neve: «Nessuno mi ha avvisato» e «Faccio aprire un’inchiesta». Chi doveva avvisarlo? Il padreterno? I meteorologi, che peraltro non facevano altro che allarmare la popolazione intera a reti unificate? Avvisato di cosa? Nessuno gli ha detto di accendere la televisione e/o di guardare fuori dalla finestra? Insomma, sì, con certi leader, è naturale che ci si preoccupi.
La tolleranza per la debolezza del comandante è stato un vero enigma antropologico che ha provocato la reazione della stampa internazionale a noi più ostile, suscitando un’energica presa di posizione, quella del settimanale tedesco Der Spiegel per cui è normale che un vigliacco sia italiano. Posizione ribattuta da Il Giornale che, inopportuno, ha dichiarato «a noi Schettino, a voi Auschwitz».
Perché tanto risentimento? Semplicemente perché sfugge ai criteri tedeschi di lettura della realtà. In una società che davanti alla storia non ha esitato ad inabissarsi con il suo capo piuttosto che ribellarsi, una cultura che dimostri umana comprensione per un personaggio così turpe, che ha messo a repentaglio la collettività, provoca un profondo malessere, perché si rivela capace di risorse misteriose che si sottraggono, appunto, alla loro lettura del mondo e quindi alla loro egemonia, dove egemonia sta, secondo Gramsci, a capacità di produrre nuovi e diversi valori.
In fondo, la domanda che sta dietro all’articolo de Der Speigel è proprio questa: come si permette un paese al bordo del fallimento economico di farci dubitare dei nostri valori collettivi?

1 Locuzione latina che sta « se mi è permesso fare il confronto tra un esempio così piccolo con uno così grande ».

mercoledì 14 marzo 2012, di Marzia Beluffi