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Scianna, la géométrie et la passion

La geometria et la passione. Con questo titolo La Maison Européenne de la Photographie rende omaggio al fotografo siciliano Ferdinando Scianna, nato a Bagheria nel 1943. A 20 anni di distanza da Le forme del caos, una prima antologia del suo lavoro, Scianna stila un nuovo bilancio dedicato alle due persone che più di tutte hanno contato nel suo lavoro : Henri Cartier-Bresson e Leonardo Sciascia.

Foto di Scianna alla Maison européenne de la Photo
La Sicile métaphore è il titolo della sezione che apre la mostra, con chiaro riferimento all’intervista di Sciascia a cura di Marcelle Padovani, La Sicilia come metafora. Alcune foto tratte dal primo libro di Scianna, Feste religiose in Sicilia, per il quale lo stesso Sciascia aveva scritto la prefazione, definendo il cristianesimo dei Siciliani “il miglior modo per fare passare il loro paganesimo” cosa che all’epoca dispiacque non poco ai tanti censori cattolici sdegnati di fronte a questa visione “riduttiva” del religione. A seguire, nella stessa sezione, i ritratti tra cui spiccano le mani di pergamena di Barthes, un vetro dietro il quale Borges guarda un punto indefinito dell’orizzonte, la fretta di Leonardo Sciascia di uscire dall’orbita del corpo di Cristo disteso sullo sfondo, oggetto privilegiato di quella contemplazione della morte che pareva a Sciascia la sola forma di religiosità di cui i siciliani fossero capaci.
“Guardare il mondo con gli occhi della Sicilia e la Sicilia con gli occhi della ragione”, questo era l’intento del lavoro di Scianna così come l’aveva dichiarato nell’intervista in occazione del catalogo realizzato per Le forme del Caos. Un obiettivo raggiunto e superato con grande maestria a giudicare dalla terza sezione della mostra dove il mondo e la Sicilia si fronteggiano nelle due sezioni titolate L’amor e i cavalier e La compassione e la geometria.
Ma la compassione è anche complicità, come scriveva Susan Sontag : “Dal momento in cui proviamo della compassione, non possiamo essere complici di quello che ha provocato questa sofferenza. La nostra compassione proclama la nostra innocenza quanto la nostra impotenza”.
È la geometria delle due serie di fotografie, la relazione che si stabilisce tra loro a rompere la prossimità che si potrebbe creare tra spettatore e immagine ; è l’ordine della ragione che impedisce allo spettatore di identificarsi con l’immagine : in quelle frazioni di secondo in cui lo sguardo passa da una foto all’altra si crea una distanza, come una lacuna da colmare. Frazioni di secondo in cui si mette in moto la ragione contro ogni tentativo di compassione.
Godere della bellezza di una donna di colore che sfila su una passerella milanese dopo essere passati dallo sguardo di una donna di colore che cammina sotto il peso di una cesta piena d’acqua significa essere complici del silenzio che permette il passaggio dall’una all’altra immagine. La serie di immagini che va sotto il titolo La compassione et la géometrie si chiude sulla scollatura di una donna a cui il fotografo ha voluto tagliare la testa. È in questa scollatura che sembra guardare Marpessa, la donna fotografata da Scianna a Bagheria nel 1897 per pubblicizzare i vestiti di Dolce e Gabbana. La modella è ripresa mentre strappa un pezzo di mela dalle mani di qualcuno, due uomini alle sue spalle le attorcigliano i capelli per prepararla ad una nuova posa.
La Sicilia e il mondo si guardano all’altezza del suo sguardo. Quello che gli occhi di Marfissa vedono dalla Sicilia è un mondo senza testa accecato dal vuoto prorompente di due seni scolpiti da una perfetta scollatura ; e quello che il mondo vede dalla testa mutilata di una modella è il prezzo di quella bellezza, la sua parte oscura : la fame.

Due domande a Ferdinando Scianna

Lei è nato lo stesso anno di Candido, il personaggio dell’omonimo romanzo di Sciascia. Come Candido é andato a Parigi e come Candido ha fatto un viaggio a Lourdes. Da Lourdes il Candido di Sciascia torna con il cristianesimo alle sue spalle, da Parigi con il piacere di sentirsi fatto di carne e non di puro spirito. Per lei che cosa hanno significato Parigi e Lourdes ? E qual è il rapporto, se ve n’è uno, tra il candore e la fotografia ?
Già, sono numerosi e intriganti i fili che legano la mia storia a quella di Candido. Non ultimo il fatto che quasi allo stesso momento in cui sono nato esplose una bomba a poche centinaia di metri da casa mia. E dovettero scappare in campagna avvolgendomi per cosi dire nella placenta.
E’ possibile che Sciascia , ironicamente, si sia servito di questo e degli altri elementi che lei indica per comporre la sua ilare e amara satira voltairiana.
A Lourdes, però, sono andato dopo, e magari, chi sa, per ironica aderenza alla favola sciasciana. Parigi è stato verifica di mito, mito letterario, che mi veniva da Leonardo, e mito fotografico, incarnato da Cartier Bresson, i due poli intellettuali, culturali e affettivi così importanti e fortunati della mia vita. La verifica è stata importante, confermatrice per una parte, distruttiva per altre, decisiva, comunque, per molti versi.
Come per Sciascia, il confronto con Parigi mi permise di confrontarmi con minori complessi e più ampio respiro con un panorama internazionale
Lourdes è nato dal caso e dal desiderio di allontanarmi dalla moda che mi stava asfissiando. Ma il cattolicesimo me lo ero già lasciato alle spalle da un pezzo. Il cattolicesimo, non il cristianesimo, che rispetto al cattolicesimo considero quasi antitetico. Quanto allo spirito.. Mah, mi sembra inequivocabile che tutto è corpo.
Infatti, ora che vacilla assai, lo spirito pure vacilla.
Il candore è determinante in molte cose, ma specialmente, mi pare, in fotografia.
Robert Doisneau soleva ripetere che il fotografo nel momento in cui fotografa deve essere “stupido”. Né prima, né dopo, però, aggiungeva.
E intendeva dire candido, appunto, disponibile allo stupore, all’incanto, all’indignazione, alla scoperta, senza pastoie ideologiche, sentimentali, estetiche.

Sciascia ha detto a proposito del suo lavoro per Dolce e Gabbana che è riuscito a fare di un personaggio una creatura. La fotografia sembra aver trasformato delle creature in personaggi dei drammi che hanno attraversato questo secolo. Come si fa per evitare questa “conversione” negativa ? Esiste un buon rapporto tra etica ed estetica ? Quale rapporto ha stabilito lei tra le due sfere nel suo lavoro di fotografo ?
A me pare che la verità estetica debba sempre essere, se è buona estetica, verità etica. E che una verità etica debba sempre essere, se è buona etica, verità estetica. Faccenda molto difficile e che peraltro mi sembra riferita a codici che continuamente si spappolano e si moltiplicano, in una sorta di babele che è uno dei segni del nostro tempo e di ogni tempo di grandi cambiamenti. A chi interessano oggi le creature ? Solo interessano i personaggi. A chi interessa la realtà, solo interessano le immagini.
Cambierà ? Quien sabe ! Troppo tardi per farmi angustiare dalla questione.

Fino all’11/10/2009

samedi 19 septembre 2009, par Marcomario Guadagni