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Scosse Telluriche

Stavo per scrivere qualcosa sui ladri di polli della Margherita, poi sui ladri di polli della Lega. Stavo per scrivere qualcosa sui deliri presidenzialisti di Berlusconi (non ha che da farsi eleggere Papa, tanto che c’é). Stavo persino per scrivere qualcosa su Grillo e i grillini, o sulla senilità avanzante del Presidente Napolitano, che dovrebbe farci riflettere sull’età alla quale diventa atto umanitario «esodare» i politici. Sul calcio-scandalo e sul processo Ruby, no, non ci avevo pensato, mia mamma mi ha educato alla decenza.
Poi c’è stato il terremoto. E siccome Dio (se è stato lui) anche quando fa puttanate non fa niente per caso, il terremoto stavolta non si è prodotto fra i sassi della Basilicata o in Abruzzo, là dove tutti se ne fregano, ma nella ricca, la progressista, la democratica Emilia-Romagna (che, detto fra parentesi, è casa mia, come sapete, dunque mi sento ancora più libero di parlarne, tanto più che lo zio e la zia stanno bene).
E forse Dio, o chi per lui, voleva ricordarci qualcosa, cioè che il terremoto non guarda in faccia a nessuno, non fa delle ricerche fra gli opinion leader, per decidere dov’è il caso di manifestarsi, e neanche gli exit-pool, dopo che ha «tirato».
E cosa constatiamo? Cavolo, che persino nella ricca, nella progressista, nella democratica, nella rossa (come scrive ancora il Resto del Carlino, mamma mia, i cosacchi!) Emilia-Romagna, a morire per primi sono sempre gli stessi: i poveri, quelli che lavorano in capannoni che stanno in piedi per miracolo, a tutte le ore del giorno e della notte, anche quando il terremoto tira alle 4 di mattina.
E che sono italiani, ma anche indiani, marocchini, migranti, negri, terroni, vuoccumpra’ o non so più come li si definisca, nel nostro democratico e progressista paese, dove dei milioni di coglioni hanno creduto per anni che non solo il Cavaliere, ma persino il babbo del Trota fossero un’opzione politica, e non una banda di rabazzieri, di ladri di polli (anche fra i ladri ci sono gerarchie di valore, i leghisti arraffavano gli importi corrispondenti al loro livello politico e cerebrale).
Allora, adesso vorrei solo che la decenza imponesse a tutta questa banda che sproloquia da lustri davanti alle telecamere, sui giornali e al caffé dello sport, di chiudere il becco, fermer leur gueule, rabattre leur clapet, come diciamo qua in Francia, perché il terremoto ci ha sbattuto sotto il naso cha a pagare (ed a morire) sono sempre gli stessi, come ai tempi delle miniere e del grisù. E che bisognerebbe forse far qualcosa perché questa «fatalità» cessi di cogliere il senso delle cose, che tiene alla filosofia e non alla tachimetria. Non stupiamoci dunque che sia un’epoca di merda.

giovedì 14 giugno 2012, di Franco Lombardi