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Segni di… Croisette

Fuochi d’artificio: l’immagine rappresentativa dell’ultimo Festival di Cannes (15/26 maggio), lungi dall’ovvietà. Scoppiettante, pieno di brio, luminoso, possente, sorprendente: fuoco, che racchiude in sé il senso puro e vero della meraviglia, movimento archetipico che è la sostanza del Cinema. E artificio: ars, finzione, invenzione, costruzione, patina, specchio, virtù(alità), fantasia e pericolo. Fuoco incrociato sulla Croisette, la riuscita generale della kermesse 2013 trova perfetta corrispondenza in due esperienze parallele e conseguenti: la presenza, minima ma viva, del cinema italiano nelle varie sezioni della competizione; e l’odissea di chi scrive, tra le mille insidie del glamour dell’apparenza da montée des marches, l’ansia d’infinito delle conférences de presse, l’hybris delle feste in spiaggia, il sirenico richiamo della sala oscura con i suoi dedali onirici.


La grande messe della competizione per la Palme d’or è stata all’insegna di una “festa cosciente”: il pluripremiato presidente della giuria Spielberg dichiara di aver accettato l’incarico col fine di mettersi in discussione, osservando come si fa il cinema nel resto del mondo, secondo gli stili e i modi dei vari cineasti. Un jury da gran pedigree, tra cui brillano le star Kidman e Waltz, nonché il visionario Ang Lee, accompagnati dalla madrina french kiss da jet lag, Tautou, che ha fatto i conti con un’antologia di opere d’altissimo livello e variegatissimo per forma e contenuto. Nuclei comuni: uno sguardo d’arte, etico e critico, sul mondo (pungente, il purtroppo sfibrato Jeune & Jolie di Ozon; notevole, il biopic dei Coen Inside Leewyn Davis, vincitore del Grand Prix); i moti della nuova umanità, tra passato e futuro (struggente, “Le Passé di Farhadi”, premio per la migliore interpretazione femminile alla troppo blasonata Bejo; ironico, Nebraska di Payne, Prix per la miglior interpretazione maschile a Dern); romanzi di formazione, d’educazione sentimentale, e omosessuale (l’imponente e attuale “Vie d’Adèle”, di Kechiche, meritata Palma d’oro); la violenza come lettura del cine-cosmo (“Heli” di Escalante, Prix Mise-en-scène; il conturbante “A Touch Of Sin” di Zhangke, Prix Scénario; sublime, classico e geometricamente torbido, “Only God Forgives” di Winding Refn). Coerentemente, le sezioni Un Certain Regard e Semaine de la critique hanno presentato lavori primi e non, d’indiscutibile valore, artisitico e sociale.
Degna di nota, la filière del Belpaese nella selezione ufficiale. Accoglienza pirotecnica (una festa in cielo al momento del tapis rouge del cast) per “La grande bellezza” di Sorrentino: film italiano distribuito da Pathé, che fa il verso a “Bloom e Dedalus” di Joyce, cita spudoratamente terrazze di Scola e dolci vite felliniane, con movimenti di macchina da acrobata, e ricrea una Roma da guida Michelin, cadenzata dal feticcio Servillo. Una barocca bolla di pretesa artistica, senza urgenza, che porta, e qui casca l’asino, l’effige di Medusa-Mediaset. Per fortuna la giuria, ben competente, non si lascia impressionare: nessun premio per Paolo. “Un Château en Italie” di Bruni-Tedeschi, produzione tutta francese, fa l’occhiolino, passando per sapienti variazioni climatiche, a “Blow Up” e a “Vaghe stelle dell’orsa”, grazie a una bella Règle du jeu tragicomica: Timi al top! “Miele”, opera prima di Golino, in lizza per il Regard, è un buon prodotto, un kit da esportazione: script tratto dal successo Einaudi di Covacich, stuolo di assistenti esperti, distribuzione Rai e Francia, fenomenali Trinca e Cecchi. Bell’impasto: ma che non lievita come il biglietto del forzato happy ending catto-epicureo. “Salvo” di Grassadonia e Piazza, una nuova mafia story, sarà l’unico italiano a vincere: ottiene, infatti, il Grand Prix della Semaine.
Faville, infine, per il sottoscritto reporter: un festival pirotecnico, esplosivo, con tirate cinefile da 5 film al dì (più piacere dello sguardo di così!), e deliri serali febbricitanti, con tanto di tuxedo e bocchino anni Venti, liberamente ispirati ai parties del “Great Gatsby” (opening film dell’infuocato Luhrmann), sulla Terrazza Martini, Carlton, Magnum, La Baronne. Dopo un incipit incerto, senz’alloggio, il qui presente si è lanciato in un’avventura che ha decollato per curve ardite, inaspettate, rivelandosi piacevolmente coerente con la parade magica del festival più bello del mondo. E tra quegli sprazzi di lampi e stelle che hanno abbagliato il Palais des festivals mi piace pensare che anch’io ho contribuito, vivace, con carattere – giallo e dorato, come la categoria presse a cui sono stato assegnato – a celebrare la settima arte: faro di fuoco sacro, sempre nuovo. Tutto torna: fuoco d’arte. Focus… In!

giovedì 4 luglio 2013, di Valentino N. Misino