FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Accueil > Actualités > Semestre italiano : conquiste e sconfitte

Europa

Semestre italiano : conquiste e sconfitte

Archiviato il semestre italiano di presidenza europea è giunto il momento di fare i conti e tirare le somme.


Nessuno, o almeno nessuno che avesse competenze in materia, si aspettava che in soli sei mesi l’Italia avrebbe cambiato il verso a un’Europa egemonizzata dalla politica austera. Inaugurata con il discorso all’Europarlamento di Strasburgo dello scorso 2 luglio, la presidenza italiana ricevette da subito come augurio le proteste del capogruppo del PPE, Manfred Weber, fedelissimo di Angela Merkel. Il primo ministro italiano Renzi, tra citazioni non proprio accademiche e ragionamenti superficiali, aveva indirizzato la linea della presidenza verso un alleggerimento del rigore cercando di spostare il carico dal pragmatico all’ideale. Weber accusò in quell’occasione Renzi di non avere presentato alcun programma concreto per il semestre e di chiedere più debito per l’Italia, che già è fin troppo indebitata. Il premier rispose con l’atteggiamento che lo contraddistingue, ossia con battute sarcastiche e presagi di “guerra” contro la Germania, se il governo tedesco avesse osato mettere becco nella politica italiana. La querelle, che in Italia ha avuto un grande risalto mediatico, è stata quasi ignorata dalla stampa tedesca. Come evidenzia Roberto Giardina su ItaliaOggi “I giornalisti tedeschi hanno l’abitudine poco italiana di non perdersi dietro le parole, riportano i fatti, dopo li commentano. Il semestre italiano non è un evento. È un passaggio di consegne che avviene due volte all’anno, e dato che siamo ormai in 28, ci tocca una volta ogni 14 anni. Il paese leader non ha, di fatto, poteri reali, al massimo può stabilire un’agenda dei lavori, preferire un tema a un altro, che i governi potranno seguire o meno. Quasi impossibile che possa guidare la Comunità verso una meta”. Se si parte da questa precisazione, fare una disamina del semestre europeo come se fosse un punto di svolta sembrerebbe fuori luogo.
La sensazionalizzazione, mediatica e politica, della “svolta” ha creato in Italia più aspettative che frutti concreti, generando un effetto boomerang proprio per gli esigui risultati. Nel suo discorso di apertura, Renzi ha scelto di puntare su riforme e innovazione, su una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, ma è sembrato come parlare dell’ovvio, in un susseguirsi di promesse e fuochi d’artificio. Eppure l’inizio è coinciso con una cavalcata trionfale, con il Pd al 40,8 per cento e undici milioni di voti raccolti alle elezioni europee del 25 maggio. Un discorso di apertura, diciamolo, che non è stato mediaticamente efficiente, dove il premier pareva paragonarsi a un eroe dell’Odissea : « La generazione nuova che abita oggi l’Europa ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, di meritare l’eredità dei padri dell’Europa... ». Con questo inaspettato successo elettorale, Renzi si è subito ritrovato davanti alla più grossa sfida da premier neoeletto, e cioè la creazione della nuova Commissione Juncker, durante la quale, secondo molti opinionisti, non ha giocato da vincente. Renzi si è mostrato soddisfatto per avere ottenuto la nomina del ministro degli Esteri, Federica Mogherini, a capo della diplomazia europea, pur sapendo benissimo che lady Pesc non ha, in questa UE, un ruolo molto influente. Semmai, è da rilevare che persino un posto non così rilevante sia stato affidato all’Italia dopo settimane di aspre polemiche e di opposizione dell’Europa orientale, che considerava la Mogherini filo-russa. Alla Germania sono andati i poteri economici, plasmando la nuova Commissione a guida Jean-Claude Juncker di certo non in modo progressista.

Economia


Perché se agli Affari monetari è andato il socialista francese Pierre Moscovici, accontentando così le richieste di François Hollande, a sorvegliare l’operato di questi vi sarà il fido alleato della Merkel, l’ex premier finlandese Jyrki Katainen, che praticamente avrà l’ultima parola su tutto. Inoltre, il tanto sperato “asse della flessibilità” Roma-Parigi non è andato in porto, anche perché la Francia ha preferito ancorarsi a Berlino essendo in una fase di difficoltà economica. Insomma zero speranze che il presidente Hollande sposti la sua politica estera verso Roma. La conferma è arrivata dopo la sollevazione dell’ex ministro dell’Economia, Arnaud Montebourg, che aveva proposto al premier Manuel Valls una visione diversa della politica economica in funzione anti-austerity.

Immigrazione verso l’UE


Comunque, se dal lato politico Renzi non ha avuto l’agnizione che si aspettava, è evidente che qualche risultato si è raggiunto almeno nel dibattito sull’immigrazione. Probabilmente la mossa politica di piazzare la Mogherini agli Esteri doveva servire proprio a questo : portare pressantemente all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri europei il tema dell’immigrazione e la vicenda dei marò in India. La buona riuscita di queste due vicende potrebbe essere fondamentale in politica interna, pescando voti anche a destra e donando lustro a un governo autoproclamatosi d’innovazione e serietà. Il rafforzamento di Frontex è stato una buona conclusione, un patrimonio su cui capitalizzare con successivo lavoro di fino e arte diplomatica, visto che a Nord e a Est hanno altro per la testa.

Agricoltura & Ambiente


Numerosi i dossier ambientali fatti approvare, grazie anche alla pervicacia dei Ministri Galletti (ambiente) e Martina (agricoltura), come ad esempio quelli di credito, terra e formazione. Da oggi la Banca europea per gli investimenti (BEI) potrà fornire un sostegno economico, attraverso garanzie bancarie, ai giovani agricoltori. Inoltre sono state approvate facilitazioni per l’acquisto dei terreni da parte degli under 40 ed è stata varata la proposta italiana di istituire un "Erasmus" per i giovani agricoltori con l’obiettivo di facilitare lo scambio di informazioni e di esperienze professionali tra le diverse realtà agricole europee. Sempre in campo agricolo e alimentare sono più che positivi gli interventi sui fondi agricoltura, rifinanziati per circa 400 milioni, sui finanziamenti ai coltivatori colpiti economicamente dalla ricaduta dell’embargo russo, ma anche l’approvazione della direttiva sulla libertà di ogni paese di vietare la coltivazione di Ogm, l’intesa sulle norme per l’eliminazione delle buste di plastica monouso e via libera alla direttiva sui limiti alle emissioni d’impianti di combustione di media grandezza.

Male il made in Italy


D’altro canto è andata molto male al Ministro Guidi, che aveva come cavallo di battaglia la lotta per il “made in Italy”, sostanzialmente persa. La Lega Nord l’ha usata spesso come pretesto per attaccare l’Europa. Il segretario Matteo Salvini non ha risparmiato dichiarazioni di fuoco contro un’Europa che “aggredisce il Made in Italy” e che è la causa dei mali del calo di qualità dei prodotti. Il dossier presentato dalla presidenza italiana prevedeva etichette "Made in" per i prodotti non alimentari venduti nel mercato comunitario, l’intensificazione della lotta alla contraffazione e la difesa delle produzioni vitivinicole di qualità dalla liberalizzazione senza criterio dei domini web. Secondo l’assessore regionale del Veneto, Elena Donazzan, che si dice “molto delusa” dal fallimento di Renzi su questo punto, la pregevolezza del Made in Italy “trova conferma nei numeri di Unioncamere Veneto : su oltre 5000 prodotti l’Italia occupa il quinto posto per numero di primi posti nel saldo commerciale con l’estero, solo dietro a potenze economiche come Cina, Germania, Stati Uniti e Giappone, con ben 235 casi di eccellenza, per un valore di 63 miliardi di dollari”.
Ancora troppo forte l’opposizione dei Paesi del Nord (19), Germania in testa, che si oppone ad un progetto appoggiato soprattutto da Francia e Italia (e altri 7 Stati). L’Adnskronos ha calcolato che il falso “made in” costa all’Italia trecentomila posti di lavoro, solo nell’alimentare. Secondo Lisa Ferrarini, vicepresidente dell’associazione industriali per l’Europa, l’utilizzo illecito della "forza evocativa dell’italianità", attraverso marchi come "Parmesan" o "San Daniele ham", devono essere tutelate non solo con scelte di marketing e valutazione del territorio, ma anche con un aiuto fattivo dell’UE e l’impegno del governo italiano. Un sostegno non sufficiente e forse non abbastanza convinto. Gli stessi osservatori di questioni europee hanno riportato come il dossier sia stato gestito con troppa timidezza e che la questione è stata posta sul tavolo con atteggiamento fin troppo remissivo. All’ultimo era stata ventilata la possibilità di un accordo ponte che potesse prevedere una sperimentazione limitata solo ad alcuni prodotti (come quelli calzaturieri, dell’arredo, del tessile e delle ceramiche). E invece anche in questo caso nulla di fatto. L’unica consolazione è stata il rinvio ad un Consiglio europeo nel 2015 sotto la prossima presidenza lettone. Con un nuovo round che partirà da uno studio che la Commissione europea nel frattempo dovrà predisporre per calcolare costi e benefici di un’etichetta "Made in" obbligatoria. Troppo poco, perfino rispetto a un’opzione che ci avrebbe comunque lasciato perplessi, ma quantomeno più speranzosi : un accordo di massima durante la presidenza italiana, preludio per un’approvazione definitiva nel 2015. L’Italia, proprio con la Lettonia e il Lussemburgo, ha messo a punto una bozza di documento programmatico “delle tre presidenze”, in cui si definiscono le priorità d’intervento fino alla fine del 2015, quando scadrà la presidenza lussemburghese. Italia, Lettonia e Lussemburgo - paesi presidenti di turno in successione - hanno redatto una dichiarazione che in realtà va anche oltre dicembre 2015 : per quanto riguarda il percorso ritenuto strategico del lavoro del Consiglio sono state consultate anche le future presidenze di Paesi Bassi, Slovacchia e Malta, proiettandosi dunque a giugno 2017.

Lavori in corso


Tra i settori toccati sono presenti il completamento del Mercato unico digitale entro il 2015, la stesura del trattato per la comunità energetica post-2016, la modifica delle regole sul funzionamento dell’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) e la proposta legislativa sull’uso dei droni. Sul fronte economico il consolidamento e le riforme rappresentano le linee guida del patto a tre stipulato dai Paesi con la presidenza di turno dell’Ue fino alla fine del 2015. L’imperativo però è uscire dal rigore, e quindi le tre presidenze lavoreranno per “un consolidamento fiscale differenziato e amico della crescita”.
Un flop anche sull’agenda digitale, su cui Renzi si era mobilitato personalmente con il vertice di Venezia : ancora indietro il progetto “Continente connesso”, l’Italia resta agli ultimi posti in classifica per uso di Internet, più di un terzo degli italiani non l’ha mai usato. Infine, niente anche sulla cultura. Un anno fa un gruppo di lavoro messo in piedi a Palazzo Chigi, e dall’ex primo ministro Letta, era all’opera per organizzare un mega-convegno internazionale sull’identità europea, con i grandi nomi dell’intellettualità, alcuni dei quali scomparsi nei mesi successivi, da Jacques Le Goff a Ulrich Beck. Renzi ha lasciato cadere questa idea, concentrandosi più su temi “di pancia”. Al contrario, è sempre più chiara la necessità di una svolta culturale per normalizzare l’Europa e porre finalmente le basi per una crescita sociale, prima che economica.

jeudi 12 février 2015, par Giuseppe De Lauri