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Si torna a scuola

Ogni autunno il ritorno a scuola rinnova ansie, preoccupazioni, paure, aspettative, lasciate in sospeso per il tempo delle vacanze. Bambini e ragazzi ritornano sui banchi, ognuno con la propria immagine di scuola, con la propria costruzione mentale e con le proprie attribuzioni simboliche.

Per alcuni la scuola è un luogo di gratificazioni e di rinforzo narcisistico, per altri è il luogo della noia e della monotonia, per altri ancora è la fonte di ansie, di paura e di angosce senza appello, se non di rigetto e di opposizione. La stessa classe, lo stesso insegnante, non hanno uguale valenza per ogni alunno, ma si colorano di tonalità molteplici, numerose almeno quanti sono i ragazzi presenti.
Di conseguenza i ritmi di apprendimento, gli insuccessi e le riuscite si diversificano fino a estremi molto lontani fra loro. Che cosa determina queste differenze ? Di chi è il merito ? Di chi la colpa ? Della famiglia ? Della scuola ? Dell’alunno ? Del patrimonio genetico ? Dei neuroni ? Genitori e insegnanti si interrogano e cercano risposte e soluzioni. I politici propongono riforme della scuola e, ad ogni nuovo governo, una nuova riforma scolastica viene promulgata.
Si modifica il numero degli insegnanti, il numero degli alunni per classe, il numero delle ore per ogni insegnante, il numero dei giorni di scuola, il numero delle materie. Numeri e quantificazioni sono al centro delle riforme. Le valutazioni sono fatte in cifre, si parla di bilancio, di profitto. Il linguaggio scolastico è diventato sempre di più un linguaggio aziendale e i ragazzi non sono più rimandati a settembre, ma hanno (anche loro) i debiti ! Partecipano quindi al grande mercato della globalizzazione, dove “dare” e “avere”, “essere in credito” e “essere in debito”, sono le pricipali qualifiche dei soggetti in interazione.

L’incontro con il sapere.


La psicanalisi si interessa a ciò che c’è dietro la quantificazione valutativa, dietro ai numeri, dietro alla statistica. Sì interessa ad un approccio qualitativo alla vita scolastica.
In questo senso la scuola è considerata un’occasione straordinaria e propulsiva, un luogo di effervescenza e di stimolo privilegiato e insostituibile. La scuola è prima di tutto una formidabile possibilità di incontro. L’incontro di un ragazzo con un docente (un insegnante, un maestro, un professore) e quindi l’incontro con il sapere. Un incontro, per essere tale, deve lasciare un segno, deve trasformare, deve cambiare qualcosa rispetto al prima e al dopo. Ognuno annovera nella propria carriera scolastica insegnanti che sono passati senza lasciare traccia e di cui non ci si ricorda neppure del nome o del viso e altri che nvece hanno lasciato la loro impronta nel nostro approccio alla conoscenza, e di cui ricordiamo persino la tonalità della voce. E’ vero che normalmente gli insegnanti non si scelgono (del resto neppure i genitori) e che ci vuole anche un po’ di fortuna perché dei veri incontri abbiano luogo. A volte la professione dell’insegnante viene scelta come ripiego e considerata una professione di serie B, mal pagata, ma sicura. Tuttavia quello dell’insegnante è uno dei mestieri più difficili e non può essere svolto senza un po’ di passione. Quando un insegnante non tollera più i suoi allievi, o vive la classe come un luogo infernale, vuol dire che c’è un grosso problema. Quando un professore ha come unico obiettivo quello di finire il programma e di trasmettere nozioni, difficilmente riuscirà a creare le condizioni perché ci sia “incontro”.
Innamorato della maestra
Ecco perché la formazione degli insegnanti è così importante. Soprattutto di fronte ad alunni che presentano un rapporto difficile con il sapere. Tra un allievo e il professore si crea una relazione speciale che, per funzionare, per provocare un desiderio di sapere, dovrebbe essere una relazione transferenziale. Nel trasfert c’è sempre dell’amore, senza questo amore non ci sarebbe movimento, voglia di andare avanti, voglia di imparare, non ci sarebbe curiosità intellettuale. Nel trasfert c’è attribuzione di sapere all’altro e un desiderio di riconoscimento.
L’insegnamento socratico non era esente da questa passione, esso comportava una sorta di innamoramento per la conoscenza che passava per l’innamoramento per il maestro. Questa dimensione di transfert nella scuola materna o nei primi anni delle elementari è comunemente riconosciuta . “E’ innamorato della sua maestra” , mi diceva una mamma di un bambino di prima elementare. Sicuramente questo bambino avrà anche voglia di imparare, di riuscire, di sapere.

La curiosità intellettuale


Dopo la scuola dell’obbligo la relazione tra studenti e professori spesso si svuota di investimenti transferenziali, diventa una relazione più tecnica e distaccata.
Molti ragazzi studiano senza passione, in modo meccanico, oppure si ritirano, vivono la scuola come un luogo di espedienti, dove fare il meno possibile ; quel poco che basta per non ripetere l’anno. Manca la curiosità intellettuale, un appiattimento del lavoro si istaura e molto probabilmente questa modalità continuerà anche nella vita professionale. In altri casi interviene l’astensione, l’atteggiamento rinunciatario, cammuffato da frasi del tipo : “non sono portato, la matematica (o altro) non è per me, non sono capace, ce n’est pas mon truc...”. Il discorso rinunciatario parte dall’idea che il sapere deve precedere il fare, quando occorrerebbe invece introdurre una forma gerundiva del verbo “fare”, in modo da perseguire il sapere facendo, provando, sperimentando, operando e anche sbagliando. In questa fase il ruolo dell’insegnante è prezioso, non come trasmettitore di informazioni nozionistiche, ma come provocatore di curiosità intellettuale, come sostenitore dell’immagine che il ragazzo ha di sé, come conferma del proprio valore. Allora l’insegnante sarà in posizione di ascolto e di incoraggiamento non del gruppo classe, ma di ogni ragazzo, considerato nella sua singolarità, nella sua assoluta unicità e differenza. Non è sufficiente uscire dalla scuola con buoni voti, è importante che una certa stima di sé sia consolidata, una fiducia nelle proprie idee sia acquisita, è importante che il ragazzo e la ragazza costruiscano, lungo il percorso scolastico, la capacità di affermarsi nelle relazioni professionali e sociali.
E per qesto non basta studiare, occorre anche che si realizzi quell’incontro speciale tra un allievo e un insegnante che creda in lui e che gli permetta di credere in se stesso.
Quando la scuola raggiunge questo obiettivo ha assolto il suo compito formativo al di là delle polemiche sul numero delle ore di lezione, dei giorni di lavoro e dei giorni di vacanza su cui litigano i politici.

Cinzia Crosali, psicologa italiana a Parigi La dottoressa Cinzia Crosali, psicologa clinica e psicanalista, pratica a Parigi. E’ iscritta all’Albo degli Psicologi e Psicoterapeuti della Regione Lombardia. Laurea in Psicologia presso l’Università di Padova. Specializzazione in Criminologia presso la Facoltà di Medicina Legale, Università di Milano. DEA in Psicanalisi presso l’Università di Paris 8 (Parigi). DESS in Psicopatologia Clinica presso l’Università di Rennes. Dottorato in Psicanalisi e in Psicologia Clinica presso l’Università di Bergamo e di Paris 8. Riceve su appuntamento e può essere contattata al numero : 06 10 02 77 52 o via mail : Cinzia Crosali.

vendredi 8 octobre 2010, par Cinzia Crosali