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Sinfonia per la città capovolta

un romanzo per sognatori

Sinfonia per la città capovolta o l’ultimo concerto a Venezia merita infiniti complimenti. Come in altri scritti di Pablo Lentini Riva, ritroviamo uno stile pulito, asciutto, che mira al punto senza inghirlandarlo inutilmente. Personalmente capisco che un libro mi piace davvero quando appena ho un attimo libero mi metto a leggerlo e leggendolo rido ad alta voce, mi commuovo e faccio delle pause casuali, perché mi dispiace finirlo troppo in fretta. Nel caso di questo romanzo ho avuto la conferma di tutto ciò.
Sinfonia per la città capovolta è una storia perfettamente armonica e strutturalmente divisa in due fuochi d’interesse. Se all’inizio ci si concentra su Betho Fortuni, violinista di mezza età, alla fine non si riescono a staccare gli occhi e le orecchie da Liguori, il suo maestro. I personaggi di Lentini Riva non fanno nulla per essere simpatici, ma lo sono sempre. Le donne si trasformano, come in altri suoi racconti, in fonti di drammi e lacerazioni interiori. In certi momenti sembrano le rappresentanti d’un cosmo manicheo, ma non per questo smettono d’essere oggetto di curiosità e riflessione, protagoniste d’un continuo tormento. Insomma, nella Sinfonia, Fantina, moglie di Liguori, è una sorta di fata e Pauline (amante del maestro) una specie di strega. Semplificare non è mai bene, ma mi è sembrato che l’autore condividesse più l’opinione oltraggiata di Betho Fortuni, riguardo alle relazioni tra i sessi, che quella sfumata e possibilista di Liguori. Credo però che si tratti di un dialogo tra la parte dionisiaca (l’anziano) e la parte apollinea (il giovane) di Lentini Riva, che pare infatti scongiurare qualcosa che potrebbe accadere, un uomo che potrebbe diventare, una tragedia di cui potrebbe essere l’artefice. Quindi in questo caso la semplificazione serve a non cancellare i limiti che la sua coscienza ha tratteggiato e a mostrarci (anzi, a mostrare a se stesso) fin dove si può arrivare quando ci si attribuisce il potere di disporre di più destini contemporaneamente, seguendo il proprio piacere.
La scrittura di Lentini Riva è come un’auto terapia. Ed è per questo che ci regala moltissimo e ci permette di assaporare qualcosa di vivo e lontano dalle scritture sterili di chi non ha voluto "concedersi". Quest’autore, al contrario, si è dato, si è tuffato nella laguna veneziana e ci ha trascinato in atmosfere che erano talmente ben descritte da farci avere freddo quando era tempo di soffrire e da farci respirare leggeri quando l’umorismo serpeggiava tra le righe.

Mi sono piaciute molto due frasi: "La depressione è un eccesso di franchezza con se stessi" e "Smettiamo di amare il nostro compagno quando l’immagine che ci rende diventa odiosa". La riflessione sul vuoto affettivo come motore del mondo mi ha ricordato il contenuto di un’intervista che ho fatto a un pittore e scrittore parigino, il quale ha definito la creazione artistica "La medicazione a un fallimento dei rapporti con gli altri esseri umani". Credo che attraverso i dialoghi tra Fortuni e Liguori, Lentini Riva abbia espresso molto bene questo concetto. Ho trovato poi magistrali sia il discorso sulla bellezza (quella di Venezia, quella antica e quella umana in genere) che quello sulle contraddizioni presenti nel mondo della musica. E mi ha colpito in modo particolare, per ragioni personali, il momento in cui Betho si rende conto che avrebbe dovuto convincere il suo allievo Barnaba a suonare e ad avere fiducia in se stesso semplicemente mostrandogli come suonava lui, senza discorsi fumosi. Delle spiegazioni sul perché sia bello suonare non possono valere quanto guardare qualcuno farlo e trovarla una cosa meravigliosa.

Alcuni temi ricorrenti trovati in altri scritti di Lentini Riva vengono, in Sinfonia per la città capovolta, sviluppati in maniera fluida e spontanea: l’immagine del treno come vettore di qualcosa di liberatorio e tragico allo stesso tempo, premonizione di un crollo emotivo futuro; la presenza, in sottofondo, d’un padre amato ma incompreso; l’ironia e il senso di morte, compagni inseparabili dell’avventura esistenziale; un uomo ai margini della società e di se stesso…
Il fatto che molte situazioni descritte siano le varianti del medesimo “nucleo centrale” rassicura sulla sincerità della penna di chi scrive. La musica è prima di tutto un’arte della variazione e l’universo creativo di un autore che viene dalla musica classica non può prescindere da questo aspetto formale.
Concludo elogiando la precisione della prosa di Pablo Lentini Riva: c’è una grandissima cura per ogni salto dal dialogo al paesaggio e al pensiero fulmineo del protagonista. Come nella sonata detta "Primavera", una delle più note di Beethoven, ogni balzo e ogni slancio tornano a terra in piedi: il vecchio professore si fa da parte come aveva promesso e la vita di Betho sembra prendere la svolta vitale degna della rinascita a cui aspirava per tutta la durata della storia. Ad ogni modo le mie sono parole su altre parole. La verità sta nelle sensazioni che ho provato leggendo questo capolavoro: emozioni intense e positive.

giovedì 4 luglio 2013, di Aminata Aidara