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Storie orali a confronto

Si è svolta il 10 aprile a Parigi, la giornata di studi franco-italiana sulla storia orale organizzata dalle associazioni Emilia-Romagna e Italia in Rete e dal Conservatoire National d’Arts et Métiers. Un incontro che rappresenta una grande prima tra gli studiosi di storia orale e a cui l’Emilia-Romagna è orgogliosa di aver contribuito, ha detto la presidente della Consulta, Silvia Bartolini. Anche il Console generale, Andrea Cavallari, ha auspicato che continuino le iniziative di questo genere e ha ribadito la volontà del Consolato di sostenere progetti in questo senso.


La storia orale, per intenderci, è quella che basa la sua ricerca su fonti orali (le testimonianze delle persone, ma anche la musica, i suoni, i racconti tramandati oralmente e quant’altro). Fino a tempi recentissimi, non era considerata Storia dagli esperti in quanto non abbastanza oggettiva: un conto è andare a studiare documenti ufficiali negli archivi e nei registri, o usando fonti stampate in libri o periodici, un conto è fidarsi delle parole di un testimone, necessariamente legate al suo vissuto, al funzionamento della memoria, a più o meno consapevoli tentativi di deformazione.
In Francia si parla di Storia orale dal ‘75, anche se la vera svolta risale agli anni ’90 ed è dovuta alla querelle negazionista: davanti alle teorie che negavano l’esistenza dei campi di concentramento, avere dei testimoni che potessero dire e provare il contrario è stato fondamentale, ha spiegato Florence Decamps, la massima esperta di archivi orali. In Italia invece la disciplina ha qualche anno in più, quasi un quarto di secolo, e ha avuto all’inizio pochi (ma buoni) storici attivi, controbatte Giovanni Contini, presidente dell’Associazione Italiana di Storia Orale, cui va aggiunto l’argomento, addotto da Sara Zanisi (AISO e associazione Avoce), della maggiore regionalizzazione della ricerca italiana: in Italia si parte dai territori, come quello dell’archeologia industriale studiato dalla stessa Zanisi, mentre in Francia sono gli archivi (e dunque lo Stato centrale) ad essere i principali catalizzatori di memorie audiovisive, tanto da avere addirittura una rete (la ReMut, illustrata da Isabelle Proux).
Nessun campanilismo però, neanche il benché minimo segno di quella piccolissima gelosia, di quell’orgoglio nazionale che spesso trapela in questi incontri italo-francesi: unanime la costatazione che ciascuno ha molto da imparare dall’altro.
Tra le problematiche particolarmente discusse, quelle dell’affidabilità e dell’autorialità.
La prima è stata risolta con quello che Contini ha definito “l’analisi dell’errore”: “invece di difendere a spada tratta l’affidabilità della fonte”, ha detto, “ci siamo concentrati sulla comprensione della ‘falsa notizia’, sul perché e come è stata deformata”. Nel pomeriggio, quando si sono affrontati diversi casi di valorizzazione di memorie orali, Lorenzo Bertucelli e Antonio Canovi, del Laboratorio di Storia delle Migrazioni (Università Modena e Reggio) hanno dimostrato proprio questo. Quando nella video-intervista “Rondinelle d’Italia”, un operaio cita nomi, cognomi e anni di amici partigiani persi “nel 41, 42… 43, 44… quegli anni lì”, confondendo anni e regioni d’Italia, situando un improbabile elicottero nella sua narrazione, introduce il dubbio nella mente dell’intervistatore. In realtà sta citando i nomi dei lavoratori uccisi durante la “strage delle Fonderie Riunite” di Modena (1950) che seguì la protesta degli operai. Questo però la dice lunga sulla centralità del lavoro nella vita di questi migranti pugliesi che, come dice il testimone, hanno fatto tre guerre: la guerra mondiale, la resistenza e poi quella peggiore, quella contro la miseria e la fame. Nelle video-interviste di “Crocevia Fossoli” (Bertucelli) emerge la penetrazione profonda del fascismo nella sfera privata, all’interno della famiglia, dove più che aderire al credo fascista si è cercato di adattarsi, spesso solo all’esterno della vita privata. Questi comportamenti si possono vedere e studiare solo attraverso le parole dei testimoni, non su documenti scritti, ha concluso Bertucelli.

Testimoni in cerca d’autore

Il pomeriggio, dedicato alla restituzione e alla valorizzazione, ha mostrato progetti molto diversi tra di loro: da quello di Rosa Olmos (responsabile del servizio audiovisivo della BDIC) sulle memorie filmate degli algerini di Souf à Nanterre, 33 interviste realizzate in Algeria ma anche nelle bidonville della periferia parigina dove si sono trovati a dover vivere, agli spettacoli di Anna Andreotti (La Maggese), in cui, dopo giorni di interviste, alcuni attori interpretano - senza tradire le testimonianze -, le storie e le musiche che hanno fatto da sfondo alla vita degli intervistati; alla mostra “Archeologie d’un rêve”, sulle Case del popolo di Saint Claude (Isère), descritta da Alain Mélo, storico, archivista ed archeologo. La mostra include una stanza-soffitta piena di oggetti in cui il visitatore ascolta voci, musiche e persino suoni, registrati da un fonico animalista. Infine i portali e i centri virtuali presentati dalle associazioni – un’altra grande prima di questa giornata, far incontrare mondo accademico e mondo associativo – quelli dei Jardins numériques per le reti italiana (resistenti.eu) e spagnola (Memoriaas) e i futuri sviluppi legati al digitale.
Quasi tutti e sempre di più usano la forma dell’intervista-video che rende difficile introdurre la voce dell’intervistatore per interpretare gli errori, spiegare, rimandare ad altri testi. E il problema è proprio questo: chi è l’autore? L’intervistatore o il testimone? E se l’intervistatore consegna la sua intervista a un montatore, non è un po’ come se si delegasse a un altro la scrittura del proprio saggio? Una prima risposta è quella di una “co-autorialità” in cui tutti – intervistatori, intervistati, video-operatori, fotografi – sono autori di questa co-costruzione, ma il dibattito resta aperto.
Come aperto rimane il tema della trasmissione sollevato dalle associazioni: che forma deve prendere la memoria orale come conoscenza e riconoscimento, come trasmissione e antidoto alla mancanza di ricambio generazionale, come promozione di valori etici e democratici? In parte anche di queste problematiche si occuperà la formazione “Mediatori delle memorie” prevista per giugno prossimo, organizzata dall’associazione Emilia Romagna e dal Laboratorio Dicen (CNAM) con Claire Scopsi, chiarissima moderatrice del convegno.

giovedì 1 maggio 2014, di Patrizia Molteni