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Sull’incompatibilità di Austerity e Crescita


Strillano tra di loro, strillano in parlamento, strillano dagli schermi Tv e quel che prima era un dubbio sta diventando una certezza. Dell’emergenza lavoro, ormai diventata una catastrofe lavoro, non importa quasi a nessuno. Ricordo che l’Italia fa parte dei paesi fondatori dell’Ue, ricordo anche che il famoso trattato fu firmato a Roma. Bene, Bruxelles ci fa notare che l’Italia è il paese in cui l’occupazione si deteriora maggiormente e rispetto al 2008 registriamo il calo più forte dopo la Grecia. La Germania è data positiva con un miglioramento dello 0,4% e rientra negli obiettivi ma, diciamocelo, tutta l’Europa è in crisi occupazione con una discesa costante da cinque anni a questa parte. Il tasso di disoccupazione sale vertiginosamente anche in Francia, altro che inversione promessa da François Hollande. Vogliamo parlare del Portogallo che finalmente non deve più chiedere aiuti ed esce dal piano di salvataggio ? Grandioso… per salvarsi ha dovuto mettere in atto una politica economica così restrittiva che la disoccupazione ha superato il 16% e che la popolazione sta abbandonando la nave emigrando in modo massiccio.

Lo dice anche l’ILO

Da tempo insisto nel dire che austerity e crescita non vanno d’accordo ma se fior di governi sono andati in questo senso una ragione ci dovrebbe essere. A dire il vero, nel mio piccolo, credo di aver visto giusto. L’ha detto l’ONU, anzi, gli analisti dell’International Labour Organization dell’ONU : “Nei Paesi che hanno maggiormente cercato l’austerity e la deregolamentazione, soprattutto quelli dell’Europa meridionale, la situazione relativa alla crescita economica e all’occupazione ha continuato a peggiorare. Le ragioni principali del fallimento consistono nell’incapacità di queste politiche di stimolare gli investimenti privati”. In realtà l’analisi dei disastri provocati dalle politiche di austerity non toccano soltanto i paesi europei ma possiamo attenerci a questi.

Stabilità per chi e di chi ?

Che si chiami patto di responsabilità o patto di stabilità la questione non cambia. Eppure è talmente lapalissiano che non è possibile voler rilanciare il consumo ed il lavoro chiedendo alla gente di fare ancora uno sforzo. E senza soldi in tasca chi dovrebbe consumare – lasciando fuori il mercato del lusso che ancora se la cava – e con cosa ? Con gli 80 euro in più in busta paga che semmai vanno a pagare parte di una bolletta ? A cosa serve la politica di rigore se non ad incatenare intere famiglie alla paura del domani, anzi dell’oggi ? Non serve un pallottoliere per capire che senza lavoro non ci sono i soldi, che senza i soldi crolla il consumo, che se crolla il consumo chiudono i commerci, che se i commerci chiudono le ditte licenziano o falliscono e via di seguito. Tutto questo per risanare debiti pubblici senza fondo creati dagli stessi politici che ci chiedono sacrifici ?
Sempre secondo l’ILO esistono tre strategie combinate per uscire dalla crisi : “Il rafforzamento delle istituzioni del mercato, ovvero l’aumento dei salari minimi, il miglioramento delle condizioni del credito, la combinazione investimenti pubblici/protezione sociale”. Ecco, invece stiamo andando nell’altro senso…

Salvino le piccole e medie industrie

Le PMI delle quali andavamo tanto fieri e che ci erano invidiate internazionalmente come ottimo esempio di rete economica dinamica sono in pericolo anche dopo gli aiuti forniti dalla Banca Centrale Europea devono costantemente lottare per l’accesso al credito bancario e contro i tassi d’interessi. Come fa il mercato del lavoro a riprendersi se gli investimenti privati sono penalizzati in quasi tutta Europa ? Sempre la relazione delle Nazioni Unite indica : “l’Italia è entrata nella seconda fase di recessione consecutiva dall’inizio della crisi globale”, la crisi è aggravata dal fatto che i salari crescono meno dell’inflazione e le misure di austerità “rischiano di alimentare ulteriormente il ciclo della recessione e di rinviare ancora l’inizio della ripresa economica e il risanamento fiscale”.
E’ chiaro che un ribilanciamento tra il risanamento fiscale ed il rilancio del lavoro è indispensabile in un’Italia che è al secondo posto sul podio per debito pubblico all’interno dell’UE.

Che l’Europa cambi rotta

Si è capito che l’eccessiva austerity applicata in quasi tutta Europa, e spesso su richiesta stessa dell’UE che ha ripetutamente richiamato all’ordine diversi paesi membri, ha nutrito il crescente euroscetticismo, ha provocato l’ascesa di gruppuscoli dai propositi più che populisti ed ha spinto al disamore verso la moneta comune che viene vista come la causa dello sfacelo. In realtà l’euro è innocente. L’errore sta in come siamo passati alla moneta unica, senza una vera e propria politica di controllo e, più grave ancora, nell’aver deciso di costruire l’Europa economica prima dell’Europa politica. Germania e Francia si sono autoproclamate i guardiani della finanza comunitaria. La Germania detta legge e richiama altri paesi all’ordine prima ancora che un parere in tal senso sia espresso da Bruxelles. La Francia stessa, che è riuscita a salvare la costituzione europea facendo firmare il trattato di Lisbona, ossia una costituzione ridotta ma pur sempre valida, continua a voler stringere accordi bilaterali con il vicino tedesco. L’asse franco-tedesco sembra l’eterna ossessione dei francesi. Uscire dall’euro come propongono i movimenti populisti ? Impossibile ! Il ritorno alla vecchia moneta comporterebbe una svalutazione senza precedenti con il conseguente fallimento che comunque non ci esonererebbe dal pagare i debiti contratti in euro. Saremmo costretti a cedere tutti i beni dello Stato, compresi quelli artistici e monumentali. La Grecia insegna.
In conclusione siamo nelle mani di chi ci governa e delle lobby finanziarie. La gente vuole semplicemente lavorare per vivere e non per pagare debiti pubblici inverosimili, impossibili da colmare e che ormai non sono altro che linee di conto virtuali. Magari si potessero azzerare ma i grandi poteri economici non saranno
mai d’accordo.

mercredi 18 juin 2014, par Luisa Pace