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Supini senza futuro

La Bella addormentata di Marco Bellocchio

Che Bellocchio appartenesse agli Angry Young Men (Giovani Arrabbiati) lo si sapeva sin dai tempi de “I pugni in tasca” (1965), ma visto lo stile apparentemente imborghesito del suo “Bella addormentata”, in concorso per la selezione ufficiale a Venezia 69, non ci si sarebbe attesa una reazione tanto clamorosa per l’assenza di premi (l’unica magra consolazione è la Coppa Volpi per F. Falco, condiviso, peraltro, col concorrente Ciprì). Attacca specialmente chi lo accusa di autoreferenzialità: «Di queste imbecillità ne ho piene le scatole. A chi parla vorrei chiedere: ma tu che hai capito del mio film?». Già il fatto che a distribuire un film tanto atteso in laguna per le sue tematiche delicate compaia la ormai “patinata” O1 Distribution (memore di passate collaborazioni bellocchiane) promette una certa docilità di linguaggio. In effetti, il regista di Bobbio tratta, con tono arguto ma fortemente pacato, un argomento bollente concernente la politica e la società italiane recenti, ossia il caso di Eluana Englaro e del calvario legato all’interruzione della sua alimentazione.

Fine prima decade febbraio 2009. L’Englaro, dopo 17 anni di coma, artificialmente alimentata, viene fatta trasportare dal padre in una struttura ospedaliera a Udine, qui i medici sono disposti a interrompere il trattamento. L’avvenimento innesca in Italia un effetto domino tra fronti opposti. C’è chi vuole impedire che ciò avvenga e chi, invece, ritiene che si tratti di diritto civile. Il senatore Uliano Beffardi del Popolo delle Libertà è convocato a Roma per la votazione del decreto d’urgenza in materia voluto dal governo Berlusconi in modo da contrastare la volontà del padre della giovane donna. Beffardi sta maturando delle riserve sul voto: memore dell’analogia del caso Englaro col decesso di sua moglie; sua figlia Maria è invece determinata nel raggiungere la clinica per manifestare contro. In un autogrill, Maria incappa in un “battesimo” per opera di Pipino, che milita affinché Englaro sia staccata dalle macchine; Roberto, fratello di Pipino, diversamente schierato, sempre pro interruzione, s’invaghisce della figlia del senatore. Intanto il dottor Pallido, attivo nella famosa clinica di Udine, deve vedersela con Rossa, una tossicodipendente dalle manie suicide, mentre Divina Madre (attrice di successo, ritiratasi dalla scena per assistere sua figlia, in coma profondo) ha cancellato qualsiasi altro interesse dalla propria vita, marito e figlio compresi. Le storie si susseguono: Beffardi affronta la fiera delle vanità del proprio partito e matura una convinzione autentica che lo porterà a scontrarsi con le logiche dell’emiciclo. Maria, invece, innamorandosi di Roberto, sospende il proprio engagement e riscopre con sorpresa l’umanità di suo padre. Divina Madre impone ed esclude per sempre dal suo zoo di vetro il figlio desideroso di emularne la carriera. Beffardi e Rossa, sul filo del rasoio, avviano una simbiosi di riconoscenza che conduce ai titoli di coda. La struttura del film presenta una sapiente alternanza che intreccia le varie trame; per cui la vicenda di cronaca, pur accennata e vagamente rappresentata (un pre-testo), si erge, invece a perno centrale, in quanto scandisce la coerenza narrativa.
L’amarezza di Bellocchio a proposito della mancata corretta ricezione della propria creazione da parte della giuria lagunare, consegue al fatto che gli spettatori non hanno saputo vedere ciò che il film è in primis: ossia un racconto. Il titolo, che sa di ironico e nostalgico, è sintomo della “missione” della pellicola: “Bella addormentata” è una fiaba, con tanto di morale, dalla portata ben più ampia della polemica politica in cui la stampa vuole ostinatamente incasellare l’autore. D’altronde Bellocchio stesso ha dichiarato che si tratta di un’«orchestrazione di storie secondo un processo di sintesi reso possibile dal cinema; non è un film di propaganda, bensì una narrazione di coscienze diverse». Le differenti fabulæ si snodano su personaggi i cui nomi rinviano alla propria caratterizzazione: come accade per le pagine, in apparenza infantili, del Pinocchio di Collodi.
«Mi interessa esplorare il mistero dell’attore - riferisce il regista - capire dove va a cercare, qual è il suo lavoro». Beffardi, Rossa, Pallido, oltre ad essere evocativi, sono cuciti addosso agli interpreti (un ensemble accurato e funzionale): il (giustamente) blasonato Servillo è un senatore PDL, la diva Huppert è Divina Madre. Ed è con il personaggio della star francese che Bellocchio mette in profondità la sua curiosità per il lavoro dell’attore poiché Divina Madre trasferisce nel suo dramma personale il décor, il pathos, la mise-en-scène cui è avvezza sul palco: per cui Huppert-diva-Divina Madre sono saldate a strati plurimi.
Detto ciò, il film non è assolutamente una fiaba per sopire gli italiani, piuttosto il tentativo di svegliare un pubblico bell’addormentato, proprio con la catartica messa in scena di tanti sonni e tanti dormiveglia del passato prossimo italiano. Il buio della conferenza stampa del PDL, in cui un funerario schieramento di politici s’immobilizza davanti ad un fotografo senza flash, mentre un videoproiettore spara immagini di cortei e convegni, sui catalettici mezzi busti, come se si trattasse di un happening; l’onirica sequenza delle terme, in cui l’eccelso Herlitzka (attore-personaggio al contempo) svela verità più reali di qualsiasi rapporto di cronaca (“Otto e mezzo” docet); il sonno, il coma di tanti i personaggi distesi, adagiati, abbandonati a sé, dalla figlia dell’Huppert alla moglie di Servillo, alla notte di Maria, all’incipit di Rossa in chiesa: sono esempi della condizione inerte, supina, del nostro stato (con o senza “s” maiuscola).
Il meccanismo dell’allegoria risulta ben più efficace di ogni volontà documentaria: il discorso politico di Bellocchio è condotto sulla vicenda di Rossa e Pallido, non a caso interpretato dal figlio del regista Piergiorgio (ancora inscindibilità tra ruolo e interprete). La mediterranea Maya Sansa è un’Italia “rossa” (o forse… pallida), reduce da venti tentativi di suicidio, ormai tossicomane. Non ha più voglia di vivere, ruba dalla chiesa (anche qui lettera maiuscola ci sta) che la lascia dormire tra i suoi banchi (e banche). Bellocchio (padre e figlio) la recupera, le parla, senza retorica, diretto, la schiaffeggia brutalmente perché costei non ha nulla che non vada. E aspetta paziente dinanzi al suo capezzale da malata immaginaria che rinsavisca, si risvegli. E nel finale, quando Pallido anche lui si è ormai addormentato, l’inaspettato: Rossa si desta, accorre alla finestra, lascia pensare a un nuovo suicidio (stavolta definitivo), invece, rientra mesta e toglie le scarpe del medico, in un accenno di riconoscenza. Poi torna distesa, gli occhi nel vuoto. Questo “happy ending”, brutale e dolce, non prospetta nulla per Rossa-Italia: l’insegnamento del film è quello della riconoscenza, dell’ascolto, della coscienza. Nessuna profezia sul futuro. Un solo semplice invito a comprendere il presente, rosso o pallido che sia, destando(ci)si dall’incantesimo narcolettico che, in realtà, nessuna strega cattiva, politico, o papa ci ha mai lanciato. Con un tale messaggio, difficile parlare di autoreferenzialità…

martedì 5 febbraio 2013, di Valentino N. Misino