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Tarantino il «centro commerciale dell’immaginario»

TRATTO DA UN’INTERVISTA A GIUS GARGIULO

ll citazionismo tarantiniano costituisce una marca stilistica inconfondibile, per cui la filmografia del cineasta è stata definita come un “centro commerciale dell’immaginario” (Zagarrio, 2009), fatto di rimandi intertestuali e multimodali, multimediali. Come classificare quest’operazione tanto ludica quanto estremamente sapiente e ponderata? È forse questo jeu artistique che manca al cinema italiano di oggi, e che invece ha fatto la forza di maestri come Corbucci nell’epoca d’oro?
Il cinema italiano è, purtroppo, impantanato in una quasi programmatica soppressione del passato. Le nuove generazioni vivono in un eterno presente che è una derivazione diretta della modalità del linguaggio televisivo commerciale dell’era berlusconiana. I giovani italiani non hanno sviluppato quel senso del passato che, invece, costituiva un nucleo fondamentale per le generazioni precedenti. Un costante presente catodico azzera ogni ricordo con un conseguente appiattimento dell’identità: già è troppo se durante gli Europei ci si ricorda dello storico Italia-Germania 4-3! Mai come in questo momento storico, l’Italia necessita urgentemente di una riscoperta di sé: ci vorrebbe una sorta di Walter Benjamin profetico del ricordo, un qualche flâneur della memoria. Paradossalmente Tarantino diviene, in questa waste land, il custode della memoria, proprio attraverso la rielaborazione di questa (per riconoscere qualcosa ne si deve avere un ricordo). Sono d’accordo con Zagarrio quando descrive il cinema tarantinano come un centro commerciale: grazie alle citazioni del regista si ha accesso agli testi altri e, per continuare la metafora del centro commerciale, attraverso un nuovo packaging finzionale (inteso come riflessione narrativa e visiva, sulla forma che il designer-regista ha studiato per un genere cinematografico ben noto). Lo scrittore Alessandro Baricco sostiene che Sergio Leone andrebbe fatto studiare ai ragazzi a scuola per la forza evocativa dei suoi western, che va ben oltre il cinema di genere. Io mi associo e continuo: anche Tarantino andrebbe studiato per la sua capacità di poter parlare col linguaggio del nostro tempo di qualcosa che non c’è più.

mercoledì 17 ottobre 2012, di Patrizia Molteni