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Truffaldini virtuali e fregature vere

E’ stato un emigrato negli Stati Uniti, Charles Ponzi, ad aver inventato una truffa a catena oggi nota come lo schema Ponzi, gabbando prima i suoi connazionali e poi tutta l’America. Il sistema è semplice: si promettono grandi guadagni con un piccolo investimento. I primi a cascarci stentano a credere una persona che non conoscono quindi il truffatore li fa guadagnare. Allora funziona?! E via che coinvolgono amici e parenti a fare come loro, un po’ come le catene di Sant’Antonio, solo che i polli successivi finiscono per perdere grosse somme. Ponzi riuscì a coinvolgere 40.000 persone e a raccogliere 15.000 dollari, che all’inizio del secolo scorso erano un bel tesoretto. Lo stesso sistema è stato usato nel 2009 da Bernard Madoff, ex presidente del mercato borsistico elettronico NASDAQ e molto influente a Wall Street, la cui truffa si stima tra i 50 e il 65 miliardi di dollari (altri tempi, altri metodi, altri tesori).
Ancora oggi, fantomatici ponzi riescono a spillare a quei pochi risparmiatori rimasti ingenti somme di denaro, ma ancora più subdola è la truffa su internet. Non si contano banche, assicurazioni, servizi on line che chiedono di mandare numeri di conto, di carta di credito, codici e quant’altro con la scusa di verificare un problema connesso alla gestione del servizio. Si chiama “pishing”, spiega Stefano Zacchiroli, docente a Paris VII e presidente di Debian, “la banca, o altro istituto in questione non c’entrano nulla. È il truffatore che, solitamente all’insaputa della banca, crea un sito o una mail finti ‘impersonando’ la banca e cercando di carpire informazioni preziose”.
L’anno scorso andava di moda la mail di un amico che diceva di essere stato derubato in un paese straniero e di dover pagare l’albergo, il rimpatrio o non so che altro e pregava di mandargli dei soldi (in gergo si chiama “scamming”, dall’inglese scam, truffa). Per gli italiani all’estero è facile: le comunicazioni in francese o addirittura in inglese con l’amico in questione già puzzavano, ma tanti hanno chiamato la persona chiedendo notizie al malcapitato.
Le bugie cibernetiche possono arrivare via mail e mirare a storcerci soldi, ma anche gli indirizzi dei nostri contatti oppure a introdurre nel nostro computer un virus (tra i più famosi troviamo il “cavallo di Troia”). Da sopprimere sistematicamente le mail in cui risultate vincitori di robot da cucina, macchine, viaggi, giochi a premio e così via: l’obiettivo è di farvi completare tutti i dati e venderli a sponsor che poi inondano le vostre caselle postali di offerte commerciali e newsletter.
Anche le reti sociali, per la grande quantità di potenziali creduloni, sono invase da truffaldini, nei gruppi facebook per esempio compare regolarmente l’usuraio che in una conversazione su tutt’altro inserisce l’offerta di prestare denaro. Ma la bugia più inquietante – anche se non direttamente legata a facili guadagni – è quella del falso gruppo facebook “Sosteniamo Silvio Berlusconi contro Tartaglia”. Sicuramente ci sono altri esempi, ma questo mi aveva particolarmente colpito. I fatti (per chi li avesse dimenticati): Tartaglia è lo psicolabile che aveva lanciato un souvenir del Duomo contro l’ex-premier ferendolo al labbro. Nel bel mezzo delle polemiche sul vittimismo dell’uno e i complotti dell’altro, si era immediatamente creata su facebook una pagina di fan, intitolata “Uno, dieci, cento, mille Tartaglia” che ha raggiunto in pochissimo tempo qualche decina di migliaia di fan. La pagina è poi stata chiusa – a giusto titolo – perché inneggiare alla violenza è fuori legge. Fin qui tutto normale (o quasi visto il contesto).
Nel frattempo però si era creato il famoso gruppo pro-Berlusconi che aveva raggiunto in qualche ora 350.000 fan. Come? Cambiando titolo ad un gruppo già esistente, “Sosteniamo il Made in Italy”. Si può fare, basta che il fondatore cambi il titolo, non deve neanche avvertire i fan. Una manipolazione che permette di stornare migliaia di persone da un gruppo e quindi da una causa comune ad un altro, inquietante, no?
Altri tempi, altri metodi, come si diceva, e se l’anti-frode si occupa anche di truffe virtuali, la difesa migliore contro i falsi cibernetici è il buon senso, lo stesso che vi guiderebbe nel non far entrare un finto impiegato della luce e tirar fuori dei soldi da un barattolo contenente tutte le vostre economie.
Se siete in dubbio, inserendo il nome del sito o una parte del messaggio nel motore di ricerca del sitowww.hoaxbuster.com spesso si può determinare con certezza che è una bufala. Per gli italianofoni, il sito migliore è http://attivissimo.blogspot.fr/p/indice-delle-indagini-antibufala.html.

domenica 8 dicembre 2013, di Patrizia Molteni