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Tu vuo’ fa le parisien

Sara Grimaldi, regista, e Matteo Pellegrinuzzi, fotografo, hanno partecipato ai laboratori di scrittura come aspiranti scrittori, ma se i testi che hanno prodotto valevano come quelli degli altri, nella loro immaginazione audiovisiva ha cominciato ad insinuarsi l’idea di un documentario, per rendere anche sotto forma di filmato l’esperienza dei laboratori.

Il risultato è molto diverso, anche se mettendo fianco a fianco la raccolta di testi e il documentario si ritrovano tematiche, espressioni, idee comuni, come se la regista avesse “tessuto” un ulteriore livello di lettura nell’argomento.
Sara e Matteo hanno girato una serie di interviste, una dozzina in tutto (integrate nella parte “extra” del DVD) facendo parlare gli intervistati intorno al tema dell’identità senza mai, però, fare delle domande dirette, un po’ come lo scrittore, Andrea Inglese, aveva girato intorno alla problematica, evitando accuratamente di affrontarla direttamente. Tra gli intervistati hanno poi scelto quattro persone di cui hanno seguito la giornata: Federica, 30 anni, si è trasferita in Francia 3 anni fa, dopo un soggiorno negli Stati Uniti, insoddisfatta della precarietà lavorativa delle Università italiane. A Parigi, è ricercatrice in ingegneria meccanica all’Ecole Normale Supérieure di Cachan, vive con il compagno esportato da Imola (anche lui lavora nel ramo scientifico) e comincia ad immaginare il fascino e la complessità di avere un figlio bilingue e biculturale. Marina, faentina, è arrivata in Francia per uno stage all’Istituto di Cultura di Parigi, quattro anni fa, poi è rimasta, “per vedere com’è stare fuori”. Collabora con il Festival du Film des Femmes di Creteil. Non sa quanto rimarrà all’estero, né se l’estero è solo Parigi. Tiziana, romana, cinquantenne, madre di due figli, alterna da ormai 15 anni la sua presenza a Parigi, “il sogno”, e Roma. Da più di un anno, passa tre giorni nella capitale d’Italia (dove ha ripreso servizio in un Liceo) e quattro in quella francese, dove insegna all’Università. Una viaggiatrice, come ama definirsi. Infine Salvo, siciliano, arrivato “per scommessa” 22 anni fa. Professore di italiano, tra l’altro in un istituto per non-vedenti, è molto attivo nell’associazionismo italiano, co-fondatore de Circolo Carlo Giuliani che organizza conferenze e dibattiti sull’Italia. Profili diversi, insomma, con motivazioni diverse che vanno dalla classica ricerca di un lavoro al caso, alla voglia di partire per coronare un sogno o anche solo per vedere com’è.
Il documentario è sapientemente articolato in tre parti: la casa, con le abitudini quotidiane e il percorso dalla casa al lavoro; la vita professionale in cui vediamo gli intervistati interagire con i colleghi francesi; l’italianità. Tra una parte e l’altra gli scorci di Parigi ci fanno riflettere sulla distanza tra la Ville lumière città dei sogni, delle vacanze romantiche, della cultura, e la vita reale di chi in questa città ci lavora, spesso, come ci mostrano Federica a Cachan o Marina e Tiziana a Creteil, in complessi architettonici non proprio da sogno.
La questione dell’identità, prima di emergere più chiaramente nell’ultima parte, si intravvede in mille dettagli: il pupo siciliano appeso al muro, il computer sintonizzato sul telegiornale italiano di prima mattina, le figurine dei calciatori portate dall’Italia al figlio (che si lamenta di non aver trovato neanche un laziale!).

Le chiavi dell’identità

Uno dei dettagli che colpisce è la questione delle chiavi: Marina non le trova, come non trova tantissime altre cose nel corso della giornata, Federica ha quelle del lavoro, giganti, con la quale la vediamo aprire la porta del suo “giochino”, un laboratorio di insegnamento che ha istituito lei. Tiziana non ce le ha perché con tutta la gente che gira per casa sua i mazzi non sono mai abbastanza, ma ha i “codici”, importantissimi: “se ti perdi i codici non vai da nessuna parte”, dice. La sua è una casa aperta, forse perché viene da una famiglia numerosa, dove abitano il figlio tredicenne, il ragazzo semi alla pari di origine americana e la fidanzata di questo che non sapeva dove andare, al momento del documentario il padre di Tiziana, “perché aveva litigato con la madre”, poi di passaggio ogni tanto l’amica di Bruxelles, la sorella, l’altra amica di Londra, insomma un porto di mare, come se il fatto di essere partiti aprisse le porte all’Altro, forestiero o meno.
Sì le chiavi servono ad aprire, spesso per interpretare, per decodificare (i famosi codici senza i quali non “vai da nessuna parte”), per capire e per capirsi. Servono anche per chiudere, la nostra intimità (la casa, gli attrezzi del mestiere nell’armadietto della sala professori), la nostra identità, che rimane impermeabile agli attacchi dall’esterno.
E, infatti, nonostante l’interazione con i “francesi” dimostri un’integrazione perfetta, come puntualizza Marina quando paragona la sede del Festival delle donne a un “Bladerunner de noiantri”, ... “noiantri questi (i francesi) non noi”. Federica certifica l’avvenuto apprendimento della ricetta della pizza e si impegna a spiegare ai colleghi gallici che no, non ci possono mettere l’ananas; Marina apre al Festival una finestra su una pioniera del documentario italiano, Cecilia Mangini, Salvo e Tiziana insegnano la loro lingua e la loro cultura, condite, per il primo, con un po’ di politica comparata. Proprio lui, Salvo dice di essersi sentito straniero in Veneto, mai a Parigi. Però poi racconta che all’inizio era “troppo italiano” per i suoi colleghi e soprattutto non era conforme agli stereotipi dell’italianità, cioè non era solare e fannullone.
Emerge anche il problema dei figli: quelli già nati e che si sentono francesi nonostante le figurine dei calciatori, quelli che forse nasceranno, per vedere “come funziona” avere un figlio bilingue, a cavallo tra due paesi, come confessa Federica da buona scienziata, e anche per non togliergli l’opportunità che avuto lei di vedere altri posti, altri modi di vita, altre persone.
Il documentario finisce con la serata di sostegno a Focus in, con Salvo che canta “Bella ciao” insieme al gruppo pugliese Telamuré, Federica e compagno che sorseggiano uno spritz in mezzo alle danze: come dire che alla fine, oggi come ieri, questi momenti di coesione identitaria fanno sempre bene.

martedì 4 ottobre 2011, di Patrizia Molteni