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Turkantam, troubadour nell’anima

Abita nelle campagne del Berry, ad Orville, con la compagna e i tre figli, ma non ha mai perso la voglia di viaggiare. Turkantam, all’anagrafe Matteo Sorrentino, classe ’51, salernitano, di viaggi ne ha fatti da quando ha deciso di diventare musicista in barba alla volontà dei genitori.

Il primo viaggio in India, l’ha fatto nel 75. Da Salerno ad Istanbul in treno, poi la Turchia, l’Iran, Afghanistan e il Pakistan in autobus. Tornerà in Oriente, con moglie e figlia, nell’81, stavolta ad Haidakhan, un piccolo villaggio ai piedi dei monti himalayani. Senza contare i viaggi “di lavoro” per andare a suonare in tutta Italia, negli Stati Uniti, in Europa. A quasi sessant’annni, la smania di muoversi si è un po’ calmata anche se “nel cuore vive sempre un certo spirito viandante, non più di qua e di là ma solitario e indipendente. Continua a sognare guardando fuori la finestra …” (“Identità”, 2003, dall’album “Troubadour”). Ed è proprio questo che gli hanno portato i viaggi in Oriente : l’interiorizzazione, la meditazione, la capacità di sognare e di viaggiare con la mente. E anche nuovi strumenti (il sitar, la tampura), nuovi ritmi, nuove melodie.
Il suo ultimo album, “Troubadour”, è un compendio di tutte le sue esperienze che canta, appunto, come quei cantastorie del Sud della Francia che erravano per le città e le campagne con le loro poesie : ballate, poemi d’amore ma anche canzoni satiriche e a volte sacre. Un misto di tradizione – che ricorda vagamente i tempi delle osterie, dei cantautori impegnati anni ’70 –, di modernità e di musiche devozionali (un’altra delle sue specialità). Dei canti d’amore, delle odi alle persone care (la moglie, la mamma, i suoi figli) e alla natura, alla campagna, ma anche delle canzoni impegnate contro la violenza coniugale, la guerra, la cupidigia, l’ingiustizia, le disparità, l’interesse che fa somigliare gli uomini a branchi di “topi di fogna”. Poesie che ci portano, anche nella composizione musicale, altrove, sulle tracce delle melodie tibetane (“Notte Orientale” o “Hotel Panorama”) ma anche, con un tocco di humour che è tutt’altro che sgradevole, nel folk americano. Nel track dedicato al figlio Thomas Michael, nato in Florida quando Turkantam suonava con il gruppo napoletano “Le Nacchere rosse” è un’evidente presa in giro del mondo finto di Disney : “Disney world. Sea World … Publix … Stacy e Husk … te nfrasc’, Kojak… all’Attak ! Mickey Mouse … cà paus, Daonald … sfigard…”.
Vorrei citare infine la canzone “Identità” che racconta la vita di un migrante, dal bambino che sfoglia l’atlante e si chiede “cosa c’è al di là dell’orizzonte” al “piantare le radici nella terra in quel di Franca, guardarsi nello specchio e sentirsi soddisfatto del bilancio… e ritrovare la propria identità”. Turkantam vuol dire questo, in sanscrito, “sii soddisfatto”. Attraverso i suoi canti, Sorrentino riesce a toccare e a far vibrare il più profondo di noi. Aggiungiamo i concerti in tutto il mondo e, peggio ancora, restando “solitario e indipendente”, c’è di che esser soddisfatti.

vendredi 8 octobre 2010, par Patrizia Molteni