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Stampa Italiana all’estero

Un capitale che non vale più niente

Gli italiani all’estero sono fuori moda. L’hanno detto e ripetuto deputati e senatori eletti nella circoscrizione Estero al V Congresso della Fusie (Federazione Unitaria Stampa Italiana all’Estero). Non interessano più. E tra i tagli “necessari” si alza la scure sull’editoria, su Comites e CGIE, sulla rete consolare. Ma sono poi così inutili ?

Un’incredibile sfilata di deputati e senatori, di destra e di sinistra, hanno scandito per una mattinata lo stesso concetto : scordatevi le sovvenzioni per la stampa all’estero. Loro stessi hanno le mani legate, quelli di centro-sinistra perché sono all’opposizione, quelli di centro-destra perché la questione “estero” non rientra negli ordini del giorno e comunque si va avanti a colpi di voti e di fiducie senza dibattito alcuno. Uno di questi senatori ha persino raccontato che un giorno un suo compagno di poltrona si è stupito di sapere che c’erano anche eletti dall’estero. Dopo mesi di campagna e due anni di governo ? Un onorevole vagamente distratto o la trasparenza politica si è trasformata in invisibilità fisica ?
Gli italiani all’estero hanno avuto il loro momento di gloria quando nel 2006 è entrata in vigore la legge per il voto degli italiani all’estero con la possibilità di eleggere anche i propri rappresentanti alla Camera e al Senato. I politici hanno subito visto in questo nuovo bacino di elettori una riserva di voti per il loro partito. Poi gli espatrati si sono comportati male, primo perché i voti sono andati, in molti paesi, al centro-sinistra e poi perché, nelle ultime elezioni, sono emersi dei brogli (quelli che hanno portato per esempio alle dimissioni del senatore Di Girolamo che aveva falsificato e raccolto schede in modo del tutto illegale). Come se i brogli in Italia non fossero mai esistiti. Eppure lì nessuno rimette in questione il sacrosanto diritto di voto. All’estero sì.
Un bacino, quello della Circoscrizione Estero, di 4 milioni di elettori, di cui circa 3 milioni aventi diritto al voto. Rappresentano una regione grande quasi quanto la Toscana, 5 volte più della Basilicata, 24 volte più della Valle d’Aosta. Certo tra questi ci sono gli anziani e gli oriundi, i giovani nati all’estero, che in gran parte hanno scelto di astenersi, ma più di 1.250.000 cittadini all’estero hanno votato, come se in una regione come il Friuli-Venezia-Giulia avessero votato tutti, dai neonati ai centenari.
Ma il problema non è di sapere se la quantità giustifica l’investimento, come invece dimostrano questi dati ; o se i brogli rendono vano il loro voto, basterebbe per questo applicare, all’estero come in Italia, delle regole che non permettano questo tipo di manipolazione. Il problema è : che strumenti hanno per esercitare questo diritto fondamentale con serietà ?
All’inizio degli anni ’80, sono stata presidente di seggio ad Edimburgo, in Scozia. Dalle 7 della mattina alle 8 di sera hanno sfilato elettori piuttosto anziani e a nostra grande sorpresa il risultato del nostro seggio dava vincente la Democrazia … Proletaria. I poveri elettori avevano messo la crocetta sull’unica cosa che gli ricordava vagamente la vita politica italiana ma non si erano accorti che non era la Democrazia Cristiana che avevano lasciato al governo quando se ne erano andati. A loro difesa posso dire che non c’era all’epoca un giornale per gli italiani in Scozia.
I tempi sono cambiati, c’è internet, ci sono cittadini più giovani che seguono da lontano la vita politica italiana, soprattutto nella grandi metropoli come Parigi, Londra, New York. Ma tutti quelli che vivono fuori dalle grandi città ? Tutti quelli che non leggono la stampa italiana o che non guardano il telegionale perché magari il loro pacchetto internet non prevede la RAI ? Si è visto alle ultime elezioni dove in certe parti della Francia, ma anche altrove, ha vinto il candidato che ha mandato il maggior numero di volantini a casa della gente – almeno era una faccia conosciuta ed avevano letto il programma. Ha vinto cioè il candidato che aveva più soldi da investire nella campagna elettorale oppure un partito che lo appoggiava.

FAME NEL MONDO PER INFORMAZIONE E DEMOCRAZIA


All’estero, come in Italia, il fondamento della partecipazione democratica è l’informazione, perché senza questa si toglie al cittadino la possibilità di scegliere con cognizione di causa. Senza informazione, si ritornerebbe al voto ad capocchiam che fece vincere ad Edimburgo Democrazia Proletaria, dando ragione a chi vuole abolire il voto all’estero e gli organi di rappresentanza (Comites e CGIE).
Per molti giornali i tagli del governo vorrebbero dire la chiusura. Una scelta che equivale a una forma di censura. E’ un principio vecchio come il mondo tanto che i grandi patriarchi hanno sempre minacciato i figli ribelli con un risolutorio “ti taglio i viveri”. Il governo l’ha capito bene e si appresta a tagliare i viveri a giornali italiani e “stranieri”, così come per fare tacere i giornali più ribelli ha chiesto loro milioni di danni, denunciandoli a spron battuto per qualsiasi informazione che si allontansse dalla versione ufficiale.
L’editoria all’estero, accusata di aver contribuito a spostare voti da destra a sinistra e di fare troppa “opinione”, sta per essere disereditata. Che serva a spostare voti non è provato, quanto alle opinioni, meno male che almeno all’estero ce ne sono ancora. In Italia, ormai, l’informazione è veicolata in gran parte solo dalla televisione dove Sua Emittenza fa il bello e il cattivo tempo. Mentre scrivo, Repubblica stampa un articolo di protesta perché il Premier, intervenendo telefonicamente in diretta alla trasmissione di approfondimento “Ballarò”, ha accusato Massimo Giannini, vice-direttore di Repubblica, e il direttore del’IPSOS (un reputato istituto di statistiche), Nando Paglioncelli, di mentire sul fatto che nel 2005 lo stesso Presidente del Consiglio avesse “giustificato” l’evasione fiscale e sul suo indice di gradimento, che a Lui risulta del 62%. “Non è accettabile sentire in una TV di stato certe menzogne” ha urlato prima di riattaccare il telefono. Pronta la risposta di Giovanni Floris, conduttore del programma che ha commentato : “ciò che veramente è inaccettabile in una televisione di Stato è che si inizi un dialogo ma poi si insulti e si butti giù il telefono prima che arrivi la risposta”. Cito questo episodio per dare un’idea della televisione italiana, ormai in mano a Sua Emittenza, dove i pochi veri giornalisti rimasti rischiano il licenziamento ad ogni programma che mandano in onda.
E se in Italia ci sono ancora giornali che hanno il coraggio di pubblicare informazioni e commenti, all’estero questo fa parte del ruolo storico della stampa. In origine i giornali all’estero parlavano del Bel Paese e delle iniziative delle associazioni in loco, un approccio forse nostalgico e autoreferenziale, come continuano a dire in Italia, ma che ha svolto un ruolo importante nel mantenere il legame con la madrepatria, nell’integrazione dei migranti nel paese di accoglienza, correggendo i cliché che pesavano sulla comunità, e persino nel mantenere viva la lingua italiana. I tempi sono cambiati, la stampa anche. E se non si può più parlare di nostalgia e di integrazione, i giornali continuano a decifrare la complicata realtà nazionale per i concittadini e per gli stranieri. I media in Italia rispecchiano la realtà estremamente complicata ed anomala dell’unico paese al mondo ad aver istituito un Ministero per la Semplificazione. Per leggere un quotidiano o un periodico così come per guardare un telegiornale, anche se si è italiani al 100% ma lontani dal paese natio, bisogna aver seguito tutta l’attualità minuto per minuto, ricordarsi centinaia di cognomi e di luoghi (Il Quirinale, Palazzo Madama, indirizzi di sedi di partito o abitazioni del Premier che vengono usati come sinonimi del governo o del partito). Conscia di questa difficoltà, la stampa all’estero spiega, semplifica, decifra.

CANNOCCHIALE PUNTATO SULL’ITALIA

_ E mentre in Italia siamo sempre più considerati come cittadini di serie B, che non meritano di votare né di tenersi informati, all’estero la stampa serve anche a restituite un’immagine di quell’altra Italia, quella che sta fuori. Gli italiani all’estero operano per la promozione del turismo, dell’enogastronomia, dell’industria, del commercio, attraverso progetti culturali, la partecipazione ad eventi e persino fungendo da intermediari tra i singoli e gli enti locali. Ai connazionali all’estero viene chiesto di tutto : dal produttore del paesino di montagna che vuole aprirsi al mercato estero, al coro che vuole fare un concerto a Parigi o a New York, passando per l’alloggio dei figli in Erasmus o la ricerca di partner europei. Quanto costano alle Regioni, gli sfarzosi ricevimenti/eventi in tutto il mondo per promuovere la propria terra ? E la partecipazione a fiere internazionali ? Sicuramente molto di più a giudicare dalle tonnellate di ogni ben di Dio inviate per ogni evento. Tra gli italiani all’estero, ci sono oggi imprenditori, politici, responsabili di enti ed organismi pubblici, giornalisti, artisti. Non era così quando sono stati costretti – e sottolineo “costretti” – a lasciare il loro paese per andare a fare gli scaldini, gli agricoltori, i muratori. Le rimesse alle famiglie rimaste a casa hanno permesso a non pochi paesini di sopravvivere. Durante il fascismo i resistenti hanno contribuito da fuori alla liberazione dell’Italia. Per anni gli italiani all’estero sono stati considerati un “peso”, eppure molti di loro sono stati fonte di guadagno e di lustro, ignoti ed ignorati in patria.
Vogliamo parlare dell’immagine ? Siamo passati da quella di un popolo “brutto, sporco e cattivo”, rissoso, incolto, povero, che portava via il lavoro e le donne agli autoctoni ad un’immagine di professionalità e di creatività, artistica ed imprenditoriale. Certo è stata utile la Storia che ci fa discendere dai Romani, dagli artisti del Rinascimento, dai maestri della musica e dell’opera, ma il marasma politico degli ultimi decenni e le gaffe del Premier tendono ad annullare questa splendida eredità. Sta a noi farci conoscere per quello che siamo a far capire a chi ci sta intorno che non siamo tutti adolescenti senili. Lo facciamo dicendo la verità, promuovendo iniziative meritorie ma anche denunciando chi nuoce alla nostra immagine.
“Chi parla male dell’Italia non è italiano” perché denigra il paese, ha detto Silvio Berlusconi, concetto confermato dal Ministro della Cultura Bondi in occasione della partecipazione di Sabina Guzzanti al Festival di Cannes con il film “Draquila”. Ne L’inferno e la Bellezza, Roberto Saviano, giornalista che vive sotto scorta per i suoi scritti contro la Camorra, descrive la storia di Anna Politkovskaja, giornalista russa assassinata nel 2006 perché sapeva troppo. Citando una sua lettera scrive : « la stampa si divide in chi è per la Russia e chi non è con la Russia […] se non sei per la Russia non devi fare il giornalista ». Saviano ovviamente non paragona la situazione russa a quella italiana, ma l’idea che i giornalisti debbano solo parlar bene del proprio paese, ribadito più volte dalla maggioranza, va contro la nozione stessa del giornalismo. Se un uomo uccide la moglie, di chi è la colpa, dell’uomo o del giornalista di cronaca nera che riporta il fatto ? Idem, se un politico corrotto accetta di farsi pagare case lussuose in cambio di favori, chi va punito, il politico o il giornalista che rende nota la corruzione ?

EVASIONE UMANA : NESSUNO SCUDO FISCALE


Sempre per quanto riguarda l’immagine, forse la distanza con la quale la stampa italiana all’estero guarda l’Italia permette loro di avere un quadro più netto della situazione. Di fronte a un paese che sembra diventato un po’ presbite, dove la realtà sembra confusa e sfuocata, osservare a distanza, collocare le parole e i fatti in una prospettiva europea e mondiale aiuta a correggere la presbiopia. In effetti, cose ormai banalizzate come gli insulti e le risse tra politici o l’intervento in diretta del Premier appena citato, così come il tipo di leggi che il governo sta cercando di far passare a forza sarebbero semplicemente impensabili nei paesi in cui viviamo. Vi immaginate il presidente Sarkozy intervenire a sopresa in “C’est dans l’air” di TV5 ? O far chiudere trasmissioni di satira come i “Guignols de l’info” ? O fare battute sulle minorenni come se escort e veline facessero parte della politica di uno stato ? Presidenti e ministri in tutto il mondo si sono dimessi e si dimettono per molto molto meno. Noi lo sappiamo, perché viviamo e lavoriamo all’estero, in Italia a quanto pare no.
Infine, l’esperienza all’estero può aiutare l’Italia ad affrontare problemi già noti negli altri paesi. Un tema sul quale noi di Focus In ma anche altre testare si battono è quello di paragonare il percorso degli emigranti italiani con quello degli immigrati in Italia : situazioni molto simili che hanno creato in passato moti di razzismo e xenofobia identici a quelli che stanno subendo gli stranieri in Italia. Un po’ di memoria storica non può che giovare al clima attuale.
Secondo il progetto della maggioranza, il contributo dello Stato passerà dagli attuali 400 milioni di euro per le testate italiane ed estere a 100 milioni, ha detto al convegno della Fusie, Giancarlo Tartaglia della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana). Per l’editoria all’estero che rappresenta oltre 150 testate, questo significa già che vengono a mancare fin d’ora 5 milioni di euro. Il presidente uscente della Fusie, Domenico De Sossi (eletto per acclamazione Presidente onorario) pur precisando che « il recupero degli stanziamenti tagliati è una strada che va doverosamente seguita. Dobbiamo recuperare ciò che ci è stato “carognescamente” tolto e la Fusie non deve indugiare in questa sua posizione di protesta », ha auspicato che la Federazione possa « trovare nuove risorse con fantasia e creatività ». Sono piovute le proposte : la creazione di un’agenzia pubblicitaria comune (la Publifusie, peraltro già esistente), incentivi fiscali per le imprese in Italia che fanno pubblicità sulle testate all’estero, lobbying presso le istituzioni e quant’altro. Ora, gli evasori fiscali possono far rientrare i capitali illegalmente portati all’estero pagando un misero 5% (il cosiddetto “scudo fiscale”). Si parla di 95 miliardi di euro rientrati nel 2009 e di altri 30 che rientreranno nel 2010 per un’entrata fiscale di poco più di una decina di miliardi in due anni. Se a questi gentiluomini che fanno rientrare soldi in Italia si applicasse una tassa dello 0,1% per sovvenzionare il più grande capitale del paese, gli italiani all’estero, si eviterebbero alla grande problemi di tagli, di informazione e di democrazia. Magari gli italiani di “fuori” verrebbero considerati per quello che sono : una risorsa che può anche servire a qualcosa.

samedi 12 juin 2010, par Patrizia Molteni