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Un mondo senza monnezza


Ad un certo punto è rientrato un figlio da scuola. Poi un marito dal lavoro. Ma allora vivono qui davvero! Leggendo la loro storia sul blog “Zero Waste Home” l’incredulità è lecita: in un anno hanno prodotto spazzatura per l’equivalente di un barattolo di vetro di medie proporzioni. Per questo avevo voglia di visitarla davvero, questa incredibile casa che sembra uscita da una rivista patinata e contemporaneamente è accusata di pericoloso estremismo hippie.
Il mantra per raggiungere queste vette di ecologicamente compatibile è presto detto: “Refuse, reuse, redure, recycle, rott”, rigorosamente in quest’ordine. Cioè: rifiuta, riusa, riduci, ricicla, composta (neologismo per “fare il compost”).
Il percorso per metterlo in pratica, invece, ha richiesto a Béa Johnson, francese trapiantata negli USA come ragazza alla pari e mai rientrata in patria, diversi anni di apprendistato.
“Non tutte le scelte vanno bene per tutti, e quando ho preso decisioni che per me non erano sostenibili nel lungo periodo, le ho abbandonate. L’obiettivo, infatti, non è raggiungere qualche astratta vetta di perfezione, ma semplicemente, giorno dopo giorno, fare scelte che siano più compatibili con quello che ho scoperto guardando documentari, informandomi”.
Lungi dall’essere una scelta di mestizia e privazioni, Béa la racconta come una grande liberazione: “Non si possono contare i benefici che la mia famiglia sperimenta da quando vive in una Zero Waste Home: il risparmio di soldi e di tempo sono incalcolabili e anziché letteralmente buttare lo stipendio in spazzatura (ci pensate?), spendiamo soldi per fare delle esperienze tutti insieme in famiglia”.
La famiglia: il marito Scott e i due figli, adolescenti. Come si fa a far vivere con poco dei giovani, con tutte le pressioni del mondo moderno? “In realtà i miei figli hanno vissuto più anni nella logica zero waste che diversamente, quindi ormai gli pare naturale. Hanno uno smartphone e un computer, ma sempre usati. Non hanno piattaforme di gioco né Ipad” Anche nel guardaroba c’è tanta sobrietà: “I nostri vestiti entrano tutti in una borsa”. E così, quando la incontro a fine agosto, è reduce da lunghe vacanze, potute affrontare economicamente anche perché “avendo pochi oggetti è anche molto più semplice affittare casa, chiunque può trovare il proprio spazio”.
Barattoli di vetro dove mettere i cibi acquistati en vrac, prodotti di pulizia fatti in casa (compreso il make up), davvero la spazzatura quasi non c’è: “Il punto infatti non è solo riciclare, ma anche riciclare meno, nel senso di avere meno bisogno di passare attraverso l’energia del riciclo”.
Alla fine, negli ultimi anni, l’unica cosa che non sono riusciti proprio a evitare (perché le formaggerie americane non lo vendono sfuso) è stata di ritrovarsi con più di 400 cartine ereditate dalle confezioni del burro. Ed è qui che Béa ha il tocco di genio: “Ho lavato tutti i pacchetti, li ho disposti in un quadro... ed è stato venduto in meno di un’ora!”.

Per saperne di più:
zerowastehome.blogspot.com

Zero Waste esiste anche in Italia, dove fra l’altro organizzano il “Giro d’Italia delle buone pratiche a Rifiuti Zero”. Tutte le informazioni sul loro blog: zerowasteitaly.blogspot.fr

venerdì 10 ottobre 2014, di Maria Chiara Prodi