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Un paese per vecchi

Internet è una grande occasione per la crescita culturale, politica ed economica ma in Italia la regina dell’informazione rimane sempre la televisione generalista, scelta dall’80,9% degli italiani che vi passano in media 3 ore giornaliere, praticamente un’eternità.

Il 57% della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, solo il 47,7% legge i giornali. Mentre per l’informazione su Internet solo il 29,5% degli italiani segue le notizie su portali multimediali, oltre a quelli strettamente giornalistici (fonte: rapporto Censis 2011).
Solo il 2,3% si è collegato ai siti web dei partiti e uno striminzito 2,1% ha visitato blog, forum di discussione, gruppi Facebook e altri social network in occasione delle ultime consultazioni politiche importanti come quelle europee del 2009 (Censis 2009).
Dobbiamo partire da questi dati che fanno dell’Italia il paese europeo con la dieta mediatica pîù povera, una nazione “teledipendente”, ma non per l’estensione del pubblico televisivo, quanto per la limitazione riscontrata nel pubblico degli altri media, per capire i problemi della politica sui social network.
La televisione in Italia è divenuta una «questione televisiva» di carattere politico con il duopolio “Raiset” per la formazione e la raccolta del consenso specialmente per il berlusconismo di quest’ultimo ventennio. Si è sottovalutato o ostacolato lo sviluppo del web, specialmente quello veloce (a 2 Mbps in tutta la Penisola, per scuola digitale e Smart City & Communities), a differenza di quanto è avvenuto negli altri paesi europei per una multimedialità aperta alla concorrenza come segno di maturità democratica.
Proprio per questa ragione sul Web 2.0 del peer to peer, You Tube, Twitter, Flickr, Facebook e Second Life hanno strategie di comunicazione troppo diverse per unirle in una generica nozione di social network.
In particolare il diffusissimo You Tube rappresenterebbe, specialmente per l’Italia, il punto di incontro ideale tra fruizione televisiva tradizionale e condivisione su internet di video per comunicare anche la politica sulla rete.
Come ha dimostrato Obama con il video caricato su YouTube «Hope Changes Everything» che apriva la sua campagna nel febbraio 2008, proseguita su Facebook e non solo, attraverso la sapiente raccolta di fondi mai interrotta a tutt’oggi.
In Europa e in Italia sarebbe più difficile fare la stessa cosa sui social network. Alla voglia di partecipazione diretta, talvolta ingenua, manifestata sul web anche attraverso le proteste di piazza dell’evanescente popolo «viola» composto principalmente di giovani, fa riscontro nei partiti tradizionali una maggiore difficoltà a usare i social network con modalità “virali”, per creare “movimenti” dal basso, tra la gente. Rivelano un approccio antiquato, troppo vetero-televisivo nel presentare contenuti e proposte.
Quelli che si sono mostrati in maggiore sintonia con i social media, oltre al movimento di Beppe Grillo, nato praticamente in rete, sono stati i politici dotati di maggiore personalità mediatica e collocati su un’opposizione netta a governi centristi ed anche a quello tecnico attuale di Mario Monti, come Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori sbarcato per primo anche su Second Life, Niki Vendola presidente di Sinistra, Ecologia, Libertà (SEL), con video apppositamente concepiti per il web.
A parte queste indicative eccezioni, la carenza della politica italiana su YouTube resta grave.
L’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi che non gode di buona fama tra gli internauti, non ha mai aperto un canale personale su questo social network. Bersani del Partito Democratico, con il canale Pierluigibersani51, aperto nel 2007, è privo di video ideati per questo nuovo medium.
Inoltre manca, a parte i due casi citati, l’assimilazione della lezione principale dell’esperimento di Obama. Saper dare l’impressione che ci sia un faccia a faccia con il leader attraverso gestualità e parole. Indubbiamente come per la comunicazione televisiva, anche per quella pubblicitaria e specialmente per quella politica sui social network, dove gli utenti si organizzano orizzontalmente secondo gruppi di interessi particolari, viene richiesta una grande professionalità che non si può improvvisare. Bisogna però guardarsi dalle semplificazioni. I politici che twittano difficilmente possono approfondire la discussione con 150 caratteri di due righe e mezza. Emozioni surriscaldate dal peggior storytelling televisivo rischiano di riaffacciarsi sui social network.
La comunicazione «on line» deve sapersi integrare con quella «off line» più tradizionale ed estesa.
Il problema di fondo è quello generale di una mancanza di cultura reticolare della condivisione dell’informazione o cultura della conoscenza che è alla base della filosofia che ha generato internet e poi le straordinarie possibilità cognitive offerte dal web specialmente per gli elettori più giovani. Senza credere dogmaticamente al «we are the media», in un web dove, come nel mondo reale, i grossi capitali e le spinte alla censura e al controllo anche soft della rete sono vivi e vegeti.
All’internauta-elettore competente del web si richiede, al contrario, una smaliziata lettura e un’interazione secondo il paradigma della complessità (da complexus nel senso di ciò che è intrecciato) per saper unire, connettere, combinare fonti del sapere che rimangono frammentare e separate. Di qui l’importanza di una nuova generazione di formatori nella scuola come mediatori di conoscenze complesse (umanistiche e scientifiche) utilizzando la rete, per un’educazione autenticamente democratica.
Nella lentezza della realizzazione di un adeguamento da parte dei partiti alle nuove realtà della crisi economica si affermano e si rafforzano movimenti nati sul web come quello «a cinque stelle» dell’ex comico Beppe Grillo, insieme a tanti altri movimenti e movimentini che proliferano grazie ai social network e ai blog presso i giovani, più sensibili alla rete, all’impegno politico ma anche all’astensionismo. Partiti «fai da te» che invece di confermare sentimenti di antipolitica rivelano la grande voglia di democrazia diretta ignorata dai partiti tradizionali asserragliati nel «Palazzo» pasoliniano sempre più distante dalla gente reale e «virtuale».
Anche qui in Francia tutti i candidati all’Eliseo 2012 dimostrano di aver compreso la lezione di Obama reclutando squadre di giovani comunicatori informatici (tra i 20 e i 30 anni) che attaverso internet migliorano la diffusione del messaggio dei candidati. Utilizzano il social network di cooperazione politica LaCoopol.fr. Con il programma di organizzazione tematica di storie attraverso i social network, Storify.com, riorganizzano in tempo reale per gli utenti i momenti salienti di un comizio di un leader, senza tralasciare gli aggiornamenti degli account del candidato su Twitter e Facebook. Cercano di coinvolgere gli opinion leader del web, blogger e partiti «cinguettatori» di twitter che funzionano da cassa di risonanza.
Inutile negare che l’Italia non esce bene da questo confronto.
Ancora una volta si dimostra che il suo problema non è rappresentato dalla immobilità, ma dalla lentezza del cambiamento, visto che si muove ma lo fa in un mondo che gira più velocemente del suo conservatorismo, controllato e preservato dalla sua «video gerontocracy» attuale.

mercoledì 27 giugno 2012, di Gius Gargiulo