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Una Donna Sola ai Déchargeurs

In scena al Théâtre des Déchargeurs fino al 19 dicembre, “Une femme seule”, di Dario Fo e Franca Rame, nell’originale regia di Pierangelo Summa e con l’altrettanto originale interpretazione di Gabriella Merloni.

Un monologo comico-grottesco, scritto e ambientato nella Milano tra gli anni ’60 e ’70, quando, dopo il “boom” economico, le donne erano ancora relegate a ruoli tradizionali, la loro sofferenza coperta ma non lenita da valanghe di beni di consumo. Nella commedia, la donna racconta ad una dirimpettaia la sua vita tra il marito geloso che la chiude in casa, il cognato paralizzato ma palpeggiante, le telefonate oscene di un porco, un guardone, un amante che la usa e un bambino che russa come un vecchio e di cui si dimentica.
L’idea è sua, di Gabriella. Da allieva della scuola di Teatro Florent di Parigi (che frequenta dopo una formazione iniziale alla International Acting School di Roma) voleva presentare, come progetto di fine anno, “Coppia aperta, quasi spalancata”, sempre del terribile duo Fo-Rame. Rimasta “sola” per una défaillance del co-protagonista, opta per un altro capolavoro degli stessi autori, “Una donna sola”, appunto. La messa in scena dei suoi compagni di corso (nel 2008), come quella successiva del 2010, si rifaceva al teatro di boulevard, “un po’ troppo vaudeville, al limite della volgarità”, per i suoi gusti.
L’incontro con Pierangelo Summa, direttore della Compagnia “Racine de deux” (“un inno all’irrazionalità”, dice malizioso, alludendo al numero che Pitagora nascose per tre secoli). Summa aveva messo in scena un’altra commedia sulle donne, “Les Bonnes” di Jean Genet, con una tematica simile, quella della prigionia in una condizione sociale, in questo caso quella delle umili domestiche, oltre che quella di donne.
La regia di Summa è più vicina agli intenti degli autori. “Quello di Dario Fo è un teatro di narrazione. L’attore non diventa il personaggio, ma lo porta”, spiega. Le vicende della protagostista devono essere percepite senza cadere nella trappola dello psicologismo, senza identificarsi con essa, senza lasciarsi andare a sentimenti di tenerezza o di compassione. L’attrice non è una donna ma tutte le donne, metafora di una condizione universale.
Per ottenere questa distanza Summa ha l’idea di appendere una cornice rossa sul palco attraverso la quale la donna si confida con la vicina di fronte. Tra il sorprendente gioco di luci che getta buio su tutto il resto della scena, cioè della “casa”, e l’intelligente gioco teatrale di Gabriella Merloni, diventiamo tutti dirimpettai, anche quando l’attrice abbandona la cornice.
L’ironia che contraddistingue Dario Fo, che in questo monologo scherza su tutto – il consumismo sfrenato, l’amore, il matrimonio, il sesso distorto, il divorzio (sono gli anni in cui solleva grandi dibattiti) – è ripresa nella regia di Summa attraverso dettagli scenografici rivelatori: il frigo che fa il ghiaccio sferico, il giradischi sempre acceso, a volte in contemporanea con la radio, l’uso di effetti sonori che sembrano usciti da un cartone animato (il campanello-clacson del paralitico, un’allusione forse a quello scherzo da adolescenti che i “maschi” facevano alla scuole medie, la caduta della sedia a rotelle, il pianto del bambino…).
Più che cartone animato, “Una donna sola” è una “fiaba”, come la definisce il regista, che mette in scena la principessa imprigionata dall’orco con la sola possibilità di guardare il Castello e sognare un giorno di potervi tornare. Qui il castello è il palazzo di fronte, quello dove abita la vicina indifferente, è l’esterno, la vita, la società. Come tutte le favole però c’è un lieto fine che lascia intravvedere una liberazione.
Non lo svelerò qui, per non rovinare al lettore/spettatore questi ultimi stupendi minuti della commedia, salvo dire che escort e donne della politica (ormai spesso sinonimi) dovrebbero prendere esempio da questo finale liberatorio. In fondo la condizione della donna è di tragica attualità.

martedì 4 ottobre 2011, di Patrizia Molteni