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Una Repubblica fondata sullo sfruttamento

“Gruppo bancario cerca laureati con master in ingegneria capaci di campare senza soldi”. “Network della comunicazione cerca giovani talenti pronti a farsi sfruttare in silenzio”. “Società leader nel settore alimentare cerca neodiplomati decisi a fare la fame”. Questi alcuni degli annunci comparsi su internet e affissi per le strade in alcune città italiane i primi di novembre, in maniera anonima. Destano curiosità e fanno sorridere, ma fino a un certo punto. Perché chi di noi ci è passato (praticamente tutti, dagli anni ’80 in poi) o ci sta passando ritrova in queste parole la realtà. Gli impliciti presenti nella maggior parte delle “proposte” lavorative che siamo stati e siamo ancora costretti ad ascoltare. E, tante volte, ad accettare. Perché spesso chi non accetta di intraprendere l’ennesimo stage, e parliamo di moltissimi ‘giovani’ tra i venticinque e i trent’anni, laureati e spesso con master iniziati e terminati nell’attesa di trovare lavoro, viene etichettato come qualcuno con troppe pretese, che desidera un posto di rilievo soltanto perché ha studiato. Non è così. I venticinque-trentenni laureati e con master accetterebbero volentieri un umilissimo contratto di inserimento, pensato apposta per loro : contributi ridotti per il datore di lavoro che assume un giovane fino a 29 anni e prospettiva di un contratto a tempo indeterminato dopo 18 mesi di rapporto lavorativo. Ma in realtà, questi contratti, non li fa quasi nessuno. Perché dovrebbero ? Esistono contratti a progetto, contratti a tempo determinato, agenzie di lavoro interinale : non importa che ognuna di queste cose sia stata pensata per incentivare la mobilità, le aziende trovano sempre e comunque il modo di utilizzare ogni tipo di contratto a proprio vantaggio, e a scapito del lavoratore. Le aziende scaricano sulle spalle dei lavoratori, giovani ma anche meno giovani che si ritrovano ‘a piedi’ sempre più spesso, i rischi degli andamenti altalenanti del mercato, si riservano di ‘comprare’ lavoro, manodopera (‘ore-uomo’, mi capita di sentire sempre più spesso, non senza una smorfia di disgusto da parte mia) se e quando è necessario, per lasciare a casa le persone quando non sono strettamente necessarie. Chi cerca lavoro si trova costretto ad accettare lavori sottopagati, con pochissime o nessuna garanzia, con contributi ridotti o senza contributi, e, offrendo in questo modo professionalità sempre più specializzate a fronte di compensi sempre più bassi, svaluta anche la posizione e il profilo di chi nel mercato del lavoro si è già inserito da un pezzo.
Gli annunci inverosimili ma allo stesso tempo assolutamente reali sono stati ideati dalla Cgil, che dopo averli pubblicati sul sito www.giovanidispostiatutto.it , ha aggiunto dopo qualche giorno due importanti parole al nome della campagna di sensibilizzazione : “non più” disposti a tutto. La Cgil chiede azioni decise ed immediate che incentivino le aziende ad offrire una “buona” occupazione, a svolgere ricerca, a investire in in tecnologie innovative. Bisogna riportare, sottolinea la Cgil, tutte le forme di lavoro all’interno dei contratti collettivi nazionali e rendere il lavoro a termine più costoso del lavoro continuativo. Apprezzo lo sforzo comunicativo della Cgil : sono sinceramente sollevata di sapere che ci sia ancora qualcuno, in Italia, che riconosce la situazione attuale come qualcosa di anormale, perché spesso ho l’impressione che tutto crei assuefazione e che a nessuno più importi di nulla. Quello che serve però, sono leggi, incentivi, azioni concrete da parte del governo, e al più presto. In pratica : un’utopia, almeno fino alle prossime elezioni.

jeudi 30 décembre 2010