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Una manovra senza dignità

E’ stata approvata, con l’ennesimo voto di fiducia, la manovra di finanza pubblica, dal Senato e dalla Camera, dove ha ottenuto il voto di fiducia con 316 sì contro 310 no. Una manovra da 54 miliardi di euro.

Le modifiche apportate dal cosiddetto “maxiemendamento” non cambiano, semmai aggravano, il segno di una operazione iniqua, inefficace e depressiva. Non si punta sugli investimenti né si favoriscono politiche redistributive per aumentare la domanda aggregata e per sostenere la crescita, anzi la filosofia degli interventi prefigurano almeno 5 anni di cieca austerità, impoverendo così il Paese, allargando le ineguaglianze e rompendo la coesione sociale del Paese. _ Non si prevede alcuna accelerazione per l’utilizzo delle risorse, nazionali e comunitarie, per lo sviluppo del mezzogiorno.
Sul versante delle entrate non ci sono interventi significativi per colpire chi non ha mai pagato. Il Governo non vuole aggredire la rendita e le grandi ricchezze e ripropone, oltre ai tagli, le vecchie e fallimentari politiche, colpendo soprattutto lavoratori e pensionati. Mentre si continua a tollerare gli evasori (vedi la riduzione delle sanzioni e dell’obbligo alla dichiarazione dei riferimenti bancari) si aumenta l’IVA aggravando le sperequazioni di carico fiscale sui contribuenti con redditi più bassi.
Si conferma l’anticipo della “Delega assistenziale e fiscale” prevista nella manovra di luglio prevedendo una stretta che può interessare un vasto arco di benefici: dalle pensioni d’invalidità e reversibilità all’indennità di accompagnamento; alle spese per la produzione del reddito, cioè le detrazioni per il lavoro dipendente e pensione alle agevolazioni legate al TFR, agli assegni al nucleo familiare, agli sgravi IRPEF prima casa, alle detrazioni per spese mediche (a cui si sommerebbero i superticket).
In tutte le ipotesi, si tratta di misure inique, inaccettabili, che danneggerebbero principalmente lavoratori dipendenti, pensionati e, più in generale, le fasce di reddito medie e basse.

“SERVIZI” PRIVATI MA NON PUBBLICHE VIRTÙ

Sul versante delle spese si introducono nuovi tagli alle Amministrazioni Centrali. Rimane insostenibile, anche se un po’ attenuato dallo spostamento delle risorse reperite con la Robin Tax, il peso per gli Enti Locali che ridurranno i servizi pubblici e aumenteranno, a partire dal 2012, le addizionali Irpef.
Sulla sanità si confermano i tagli di luglio e l’introduzione del ticket 10. Continua l’accanimento verso il lavoro pubblico, che aggiunge, al blocco dei contratti di lavoro e delle retribuzioni, l’assoluto inasprimento delle regole sulla mobilità e i trasferimenti ed aspettativa. Viene cancellata la norma sulle tredicesime (nel caso in cui i ministeri non raggiungano gli obiettivi di risparmio scatterà la riduzione del 30% della retribuzione di risultato dei dirigenti responsabili) ma confermato il pagamento, con un ritardo fino a due anni, della indennità di buonuscita.
Ancora manomissioni del sistema previdenziale con l’anticipo del pensionamento per le donne mentre il Governo continua a minacciare un intervento su anzianità, invalidità e reversibilità, dopo che a luglio si erano pesantemente introdotti il blocco della rivalutazione delle pensioni più elevate e l’aumento dell’età pensionabile, aggravato dall’accelerazione del legame all’aspettativa di vita. Viene applicata anche al comparto Scuola la decorrenza posticipata del pensionamento (ritardo di un anno, previsto dalla manovra del 2010).
Si porta un altro colpo al collocamento obbligatorio per la disabilità, con misure che rischiano di costruire veri e propri “ghetti” per i lavoratori disabili nelle imprese.
Predispone un obbligo oggettivo a privatizzare i servizi pubblici in contraddizione con le sentenze della Corte Costituzionale e l’esito dei referendum, confermando la volontà del Governo di aggirarlo. Come noto, la legislazione italiana prevede un periodo di 5 anni nel quale non può essere modificato quanto abrogato con referendum; inoltre, la Corte Costituzionale con sentenza del 26 gennaio 2011, ammettendo i referendum sulla disciplina delle forme di gestione dei SPL ha stabilito che: “dall’abrogazione dell’art. 23 bis non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da tale articolo”.
Si manifesta, invece, un arretramento sulle liberalizzazioni delle attività professionali con lo scandalo della difesa dei tassisti e delle farmacie.
Le norme sulla contrattazione, incostituzionalmente aggravate nel testo approvato, rappresentano un attacco all’autonomia delle Parti ed una pesante ed inaccettabile violazione dello Statuto dei lavoratori, un attacco al Contratto nazionale, per giunta con la retroattività del salvataggio di quanto avvenuto alla Fiat, anche con profili di incostituzionalità.

FACCIAMO A CAZZOTTI CON LA RASSEGNAZIONE


Una prospettiva desolante che scarica sui più deboli il costo di una crisi che altri hanno provocato e che sta producendo effetti a catena in Europa e nel mondo. Solo la CGIL si è assunta l’onere di portare nelle piazze la voce della gente normale e la risposta allo sciopero del 6 settembre è stata commovente. Ministri, sindacati riformisti, finti oppositori, persino la Confindustria hanno tuonato contro questa decisione definendola con aggettivi stravaganti mentre il balletto sulle misure da adottare continuava fino alla ennesima fiducia e continuerà anche nei tempi di discussione alla Camera.
Scrive sulla Stampa Massimo Gramellini a proposito delle decisioni del governo italiano “Ora, non dico tanto. Però un po’ di anima, di dignità. La classe dirigente ne è priva. Ma noi? Siamo disposti a smetterla di considerarci pedine impotenti di un gioco incomprensibile per riappropriarci del nostro destino? A svegliarci dal torpore lamentoso degli schiavi e a lottare con orgoglio per quello in cui crediamo? Nulla è inarrestabile, neanche il declino. Ci sarà un tempo per ricordarsi di aver avuto paura. Ma non è questo il tempo. Ora bisogna dare tutti qualcosa in più, amare questa comunità e portarla in salvo. Facciamo a cazzotti con la rassegnazione, almeno.

martedì 11 ottobre 2011, di Italo Stellon