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Unità nella disunità

Per noi italiani e specialmente per quelli all’estero la domanda sulle radici della nostra identità nazionale si è posta diverse volte e in tante forme se non altro per contrasto con quella dei paesi che ci ospitano e in cui lavoriamo oppure, come nel mio caso, spiegando agli studenti francesi le differenze storiche tra la costruzione della Francia e dell’Italia. Italia antico paese di grandi tradizioni, ma giovane nazione, in questa apparente contraddizione si cela la forza dell’identità italiana insieme a quella della lingua che risale al medio evo dei cento comuni-nazione, agitato dalla lotta tra papato teocratico, impero e nascenti monarchie nazionali.

Dante Alighieri scrivendo la Divina Commedia, bisogna dirlo ancora oggi, ha fatto un ottimo lavoro non solo ha creato una lingua assemblata per la comunicazione interculturale interclassista, ma ha fornito anche i contenuti enciclopedici necessari unendo il passato del mondo classico al presente magmatico della sua epoca.
Il poeta fiorentino anche se padre della lingua e della letteratura più antiche d’Europa, fonda e riassume nella sua persona le caratteristiche dell’identità italiana. È colto, intellettualmente curioso, politicamente nella mischia senza risparmiarsi, prima come ufficiale della cavalleria Guelfa fiorentina contro i Ghibellini di Arezzo, poi come politico al governo del comune di Firenze nella drammatica estate del 1300. Da buon familiarista sposa Gemma Donati, cugina del capo della fazione nemica, oggi diremmo della corrente di partito avversa alla sua.
Dante è un razionale che sa anche “incazzarsi” e prendere una posizione.
Si considera prima fiorentino, poi italiano, e poi europeista sotto l’autorità imperiale del Sacro Romano Impero germanico e pur cristiano attacca la corruzione della Chiesa teocratica che invece di unire evangelicamente, alimenta le divisioni e le fazioni politiche. Come per tanti italiani di oggi l’appartenenza alla propria città è la prima forma identitaria seguita poi da quella nazionale e poi europea. Nel bel mezzo dell’Inferno, nel canto ottavo, Dante si scaglia contro il suo concittadino e vicino di casa, Filippo Argenti, dimenticando che si tratta di uno spirito senza corpo, di un’anima dannata proprio perchè si era lasciata trascinare in vita dai sentimenti d’ira, in uno dei più violenti e drammatici passaggi della Commedia.
Benigni ha dimostrato che Dante funziona ancora oggi, come lingua e come tensione morale, una volta liberato dal gesso in cui lo ha costretto la celebrazione letteraria. Ma anche lo snob Petrarca, raffinato latinista, scrivendo in volgare cioé nell’italiano di Dante aveva chiara questa italianità culturale. Boccaccio, grande ammiratore di Dante, manager della banca fiorentina dei Bardi a Napoli aveva scritto in italiano quel raffinato e profondo manuale di intelligente conversazione seduttiva per le dame che è il Decameron, un lungo chat up, si direbbe oggi in Globish, l’inglese globalizzato di 1500 parole della rete.
Il Decameron è l’espressione rivoluzionaria delle aperture mentali borghesi dipanate attraverso i lacci dell’intreccio di un’enciclopedia narrativa. Boccaccio dopo Dante è il primo a far parlare e agire anche le donne che rivendicano passione sensuale e sessuale come gli uomini nel caso dell’appetitosa e spiritosa Madonna Filippa o della nobile e tragica Ghismonda.
E poi Machiavelli con Il Principe e Galilei che in italiano, a suo rischio e pericolo, scrive il rivoluzionario Dialogo sui massimi sistemi del mondo, riprendono il progetto dantesco di una comunicazione politica e scientifica senza censure, in italiano in forma di conversazione e sereno dibattito di idee contro il latino della Chiesa, una battaglia questa che attraversa tutto l’Umanesimo e il Rinascimento a riprova di una già netta identità italiana fondata su lingua e cultura. Anche i pittori non sono da meno, Botticelli illustratore della Commedia come Raffaello per la Scuola di Atene confermano che anche il pittore con la sua sintesi visiva è un intellettuale che sa comunicare concetti complessi, come sosteneva Leon Battista Alberti. Del resto un sondaggio dello scorso aprile di quest’anno sull’identità italiana in occasione del 150° anniversario dell’Unità italiana, ha dimostrato cha la maggior parte degli italiani si identifica nella grande tradizione artistica e culturale della nazione.
Rimane la constatazione ripresa da Umberto Eco nell’intervista al quotidiano Le Monde sull’unità linguistica degli italiani che non avendo storicamente avuto un re-padre da uccidere, dopo la caduta dell’Impero romano, dal medio evo si sono essenzialmente dedicati a combattimenti fratricidi e proprio in questo si riafferma una sorta di identità. Il solo romanzo paterno italiano, nel senso di mancata uccisione del padre è Pinocchio che soffrendo e cambiando di condizione deve salvare il proprio padre e rinuncia alla sua personalità.
L’identità italiana è piena di corsi e ricorsi che ripresenta, come inopinati fantasmi della modernità usciti dagli armadi, i padri fondatori della tradizione letteraria ancora oggi attraverso il restyling dell’industria culturale. L’opera di Dante ha ispirato Pasolini, Buzzati, Fellini, poi Benigni e Giulio Leoni, con il suo recentissimo Dante detective. Dario Fo in questi giorni presenta una sua rilettura del Decameron di Boccaccio come opera ancora oggi rivoluzionaria. Il problema semmai è che attualmente in Italia la conversazione come scambio di idee viene coperta dalla chiacchiera dal vivo e in differita televisiva da talk show. Un surrogato per discussioni non approfondite e regolate dalla cronotipia della pubblicità.
La cultura è un habitus, che ci abita da dentro facendoci parlare fuori e viceversa. Essa è diventata una “Heimat”. La nozione di “Heimat” in tedesco e che non ha corrispettivo nella lingua italiana, richiama un luogo della geografia mentale, “piccola patria”, “casa”, alla quale si sente di appartenere e che va continuamente reinventata specialmente oggi che il neoliberalismo, l’abolizione della frontiere, i flussi migratori non creano più intorno all’individuo contesti stabili.
L’Italia, antico paese ma giovane nazione, vittima delle sue contraddizioni storiche, in misura maggiore degli altri stati europei anch’essi colpiti dalle trasformazioni della mondializzazione, dovrebbe riuscire a reagire e a riorganizzarsi rapidamente in virtù delle sue componenti regionali e nazionali. La sua originalità produce valore anche all’estero e il suo modo di vivere diventa impresa e produce ricchezza. Il governo del mondo senza ceti medi richiede visioni limpide e una leadership politica determinata, pronta a rischiare. L’Europa appare in affanno, ma la sua cultura umanistica si rivela l’unica in grado di attenuare la spinta al consumismo estremo della società “low cost” e in questo caso la ricchezza della cultura italiana, fondata anche sulla parola affabulatrice, potrebbe giocare un ruolo determinante per le generazioni future.

samedi 11 juin 2011, par Gius Gargiulo