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Urbanismo e vocabolario

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Benevento, Rotonda dei Peintri © Rino Bianchi

Bisogna riconoscere a Renzo Piano l’attenzione mediatica al tema delle periferie urbane. Col suo continuo parlare di rammendo delle periferie, col suo agire da icona mondiale dell’architettura e da senatore della Repubblica ha sdoganato un tema che sembrava più da tecnici del settore, più da urbanisti o sociologi che da pubblico mainstream. Le periferie sui quotidiani o nei telegiornali appaiono quando c’è da urlare all’ennesimo atto criminale, alla rissa, al furto. Poi scompaiono, lasciando in bocca un sapore acro, un’idea di quei luoghi come perduti, irredimibili.
Dato a Cesare quel che è di Cesare, però, bisognerebbe fare un passo avanti e iniziare a dire che l’idea che abbiamo del concetto “periferia” è quanto meno sfocata, per non dire sbagliata, o più precisamente obsoleta. I media confondono in un unica definizione “periferia”, “banlieue”, “sobborgo”, “città satellite”. È dove stanno gli altri, quelli che non ci somigliano, spesso gli extracomunitari, gli ultimi.
È un problema di vocabolario, innanzitutto. Può sembrare strano ma l’urbanistica si fa sopratutto con le parole. Le dualità centro/periferia, città/campagna, etc., sono residui di un’urbanistica e di una visione del mondo che è ormai definitivamente passata. Sono figlie della città tayloristica del novecento. Oggi, in una società liquida - polverizzata, anzi - credere all’esistenza di un centro propagatore di valori (borghesi) e di una periferia che dovrebbe riceverli, attraverso le adeguate infrastrutture (televisione compresa) è completamente antistorico. Parlare di periferie come fa Renzo Piano è ancora credere a questa gerarchia vagamente paternalistica. Ma se agli inzi del secolo scorso si potevano progettare quartieri operai dove migliorare le condizioni sociali di chi li abitava, se siamo riusciti nella più titanica delle imprese umane - dare una casa a tutti, dare a tutti i servizi igienici basilari, un luogo dignitoso dove vivere - tutto ciò è stato possibile anche perché esisteva un soggetto sociale forte, il proletariato, e una organizzazione del quotidiano che ruotava attorno alla cultura della produzione e della fabbrica. Quel mondo non c’è più. La classe operaia non è andata in paradiso, al massimo in pensione. Il proletariato e il capitalismo storico hanno smesso d’improvviso d’esistere, lasciando nel paesaggio urbano un numero sterminato di residui materiali che occorre risignificare. Fabbriche dismesse, capannoni, scali ferroviari, milioni di metri cubi di cemento e acciaio... e un modello di sviluppo, quello occidentale, che nel corso di circa due secoli da vincente sta diventando sempre più suicida. Lo sviluppo per lo sviluppo, il liberalismo sfrenato, il culto della produzione stanno trasformando in modo irreversibile le sorti dell’intero pianeta.
I cambiamenti climatici non sono più un tema della letteratura di fantascienza ma un problema che ci tocca vivere quotidianamente. Sempre più chi cerca rifugio nelle nostre città sono migranti climatici. Chi cioè, di fronte a una terra sempre più arida e avara cerca da noi i mezzi di sussistenza.
Arrivano in queste città, le nostre, ormai ben diverse da quelle che il nostro immaginario ha codificato con i vocaboli del secolo scorso. Arrivano dove trovano spazio, spesso in quei luoghi abbandonati, in quei vuoti prodotti dal paradigma industriale. Il salto emancipativo della modernità ha lasciato scarti difficili da smaltire. Quella che fu l’immagine della ricchezza per i nostri padri è per noi, oggi, una waste land, una terra desolata, spazzatura urbana.
Ma appunto, parafrasando Hölderlin, là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva. Le città sono oggi gli scenari perfetti della sfida al futuro. Lo sono nei fatti, nei numeri. Perché nel volgere di un secolo la popolazione mondiale urbana è passata dal 10% al 50%. E da qui a una generazione sarà il 70%. Le città, insomma, sono un tema non più circoscritto e puntuale, ma lo scenario dove vincere o perdere la scommessa globale. Figuriamoci, quindi, se ha ancora senso parlare di periferia, oggi. Le gerarchie di significato dove si poneva quella parola sono saltate. Oggi esistono conurbazioni sovra-regionali, spesso sovra-nazionali, di 20, 30 milioni di abitanti, spesso vere e proprie città-stato. E non solo nelle città dell’Occidente avanzato, me sopratutto in realtà emergenti dell’Asia o dell’Africa.
Rifomulare il vocabolario, appunto, significa smetterla di ragionare paternalisticamente, affibbiando alla parola “periferia” un’accezione negativa, sentenziosa, fingendo che sia invece solo geografica.
È chiaro che nel nostro immaginario significa : “nuovo quartiere popolare costruito per gli operai fuori dal centro storico”. Ma a ben vedere ormai ognuna delle parole di questa definizione non è più vera : non sono nuovi dato che esistono da almeno 50/70 anni (quindi sono Storia, memoria urbana), non accolgono più gli operai (vivendo ormai in una realtà postindustriale), non sono più ai margini rispetto ad un centro se ragioniamo in termini metropolitani (quindi policentrici).
È tutto molto più complicato, insomma. Bisogna trovare le nuove parole, trovare una nuova narrazione per capire questi quartieri complicati ma necessari e vitali. Ragionare in una scala più ampia e inclusiva. Dando dignità, funzioni forti, senso d’appartenenza a questi luoghi all’interno della metropoli. Smetterla di costruire nuovi sobborghi che sprecano territorio e risignificare in modo innovativo le scorie materiali che abbiamo ereditato. Cancellando dal nostro vocabolario la parola “periferia”.

mardi 4 juillet 2017, par Gianni Biondillo