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“Veramente”

Guido Guidi in mostra a Parigi

Centoventicinque fotografie, in bianco e nero e a colori, dagli anni Settanta fino alle recenti immagini della Sardegna. Un libro antologico che riassume le ricerche di 40 anni pubblicato dal britannico Mack e stampato (nella migliore tradizione tipografica romagnola) dalle grafiche Morandi di Fusignano. Guido Guidi è in mostra alla Fondazione Henri Cartier-Bresson di Parigi con un’esposizione intitolata “Veramente”. Una mostra di eccezionale valore non soltanto per ciò che rappresenta nella lunga carriera del fotografo di Cesena, ma per la cultura italiana più in generale, sempre a rischio di restare ai margini della scena internazionale.


Inaugurata lo scorso 16 gennaio, la mostra è curata dalla Direttrice della Fondazione Agnès Sire che firma l’introduzione del volume, arricchito da un testo della critica catalana Marta Dahò che bene conosce gli archivi di Guidi.
“E’ proprio per questo che fotografo: perché attraverso la fotografia vedo per la prima volta. Mi piace che la mia camera si comporti in modo un po’ maleducato, che contraddica le mie intenzioni, che mi faccia vedere quello che io non ho visto. Come dice Giulio Paolini sono il primo spettatore di quello che sto facendo, di quello che ho fatto”.
Guido Guidi parla a ruota libera, come del resto è abituato a fare davanti ai suoi studenti, che sia a Venezia, a Ravenna, a Urbino oppure ancora attorno al grande tavolo da architetto nella sua casa a Ronta, vicino a Cesena. Guidi è un fotografo talmente importante nella storia della cultura contemporanea italiana che non dovrebbe avere bisogno d’introduzioni. Invece il suo insegnamento, distillato nella Penisola su un’intera generazione di allievi, ha cominciato a essere riconosciuto dal grande pubblico all’estero solo in anni recenti grazie alle pubblicazioni con grandi editori internazionali quali Hatje Cantz, Mack, Loosestrife Editions. La mostra a lui dedicata dalla Fondazione, che in giugno passerà ad Amsterdam prima di approdare a Ravenna, è una sorta di paradossale ri-consacrazione per un autore le cui immagini sono state esposte al Centro Pompidou, al Fotomuseum di Winterthur, al Guggeheim e al Whitney Museum di New York.
Grazie alle stampe analogiche scelte in parte dall’archivio di Guidi e in parte risultato di nuova tiratura (e ancora una volta è l’arte della stampa made in Romagna a entrare in causa, con il lavoro del Laboratorio Chiaroscuro di Luca Mugellesi), nelle sale della Fondazione si può rivivere un viaggio attraverso l’Italia dalle prime ricerche degli anni Settanta fino agli scatti più recenti. Ma si compie anche un viaggio attraverso l’Europa con le tante immagini tratte dal lavoro confluito nel libro In between cities: un viaggio tra la Russia e la Spagna compiuto a più riprese negli anni Novanta, in auto, scattando con tre formati differenti il 6x7, il 6x6 e ovviamente con la camera di grande formato 20x25 che caratterizza il lavoro di Guidi.
“La memoria del passato è forse la cosa più interessante che si possa fare con la fotografia. In fondo, rischiando grosso, potrei anche dire che quando vado in giro a fotografare, anche se sono a New York, cerco i luoghi che ho vissuto nell’infanzia. I luoghi della memoria”. Le fotografie di Guidi, sembra scontato dirlo, sono sempre fotografie di luoghi, di persone, oppure di luoghi con persone. Ma se sono documenti pregnanti, sono allo stesso tempo citazioni, omaggi. Omaggi ai maestri di Guidi che prima di tutto sono i pittori della tradizione italiana come Piero della Francesca o Domenico Veneziano.

Tra le opere in mostra c’è anche la serie di foto scattate a Preganziol nel 1983 e da poco raccolte nel libro pubblicato da Mack. L’interno di una stanza con finestra, la luce che entra, un’ombra che si forma, si modifica, scompare. Guidi è senza dubbio il miglior interprete di sé stesso, autore capace di spiegare la propria opera sebbene questo non sia necessario che a fini educativi/divulgativi. La scena, racconta Guidi, è la stessa delle annunciazioni quattrocentesche: c’è la stanza, c’è la finestra, ma quel che è scomparso sono l’arcangelo che ha lasciato il posto alla sola luce, e ovviamente la Vergine. Tuttavia l’immagine che si forma sul muro (metafora della pellicola custodita dalla camera oscura dell’apparecchio fotografico) è quella di un arco, simbolo di Apollo e dunque della bellezza. Ma anche quella della lettera greca omega. Il simbolo della fine, l’affermazione-azione massima del fotografo che annuncia: ecco, questo è quel che ho visto.

La mostra è visitabile fino al prossimo 27 aprile nei locali della Fondation Cartier-Bresson al 2, Impasse Lebouis, nel XIV arrondissement.

martedì 18 febbraio 2014, di Andrea Neri