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Viaggio e Periferia

Viaggio e periferia ? Due concetti in antitesi. Una contraddizione in termini.

Roma, cinema Impero. © Rino Bianchi

Il viaggio è rotondo, come il mondo. Come l’etimologia del termine “turismo” - che oggi del viaggiare sembra essere diventata l’accezione più commerciale, più svilente. Perché turismo è girare, cioè fare il giro, cioè partire da un punto e poi ritornare. Punti di un cerchio, di un tondo, come il mondo. Senza confini, senza soluzione di continuità.
Dunque se il mondo è rotondo, qual è il centro da cui partire e in base al quale riconoscere la periferia ?
La periferia presuppone gerarchia, confini, spazi delimitati, riconoscibili ed etichettabili. Presuppone confronti. Che del turismo, della scoperta, della conoscenza e dello scambio sono l’opposto.
Ma se questa è l’essenza del pensiero del viaggio (almeno di quello della sottoscritta, che viaggerebbe senza passaporti e senza frontiere) la realtà impone un compromesso. Lo fanno i cartelli segnaletici, la distribuzione dei punti di interesse, le priorità di chi un luogo lo visita e non lo abita e perciò vuole coglierne il meglio. Lo fa il disegno reale delle città e del mondo : centro è tutto quanto attrae, periferia quello che sembra respingere. Centro sono i luoghi al passo con i tempi o quelli che celebrano i fasti del tempo passato, periferia quelli che seguono ritmi diversi, scelti o imposti, che li rallentano o che li portano in direzioni altre.
Esiste tuttavia un momento in cui viaggio e periferia diventano complementari, e anzi si sostengono. Succede quando la periferia cessa di essere un concetto e diventa un luogo identificato e identificabile. Qualcuno guarda oltre, se ne accorge, si avvicina ai luoghi di confine, ai margini, e cerca di tradurli in punti di interesse. Così le grandi città riscoprono le proprie periferie urbane e il viaggio da antitesi si fa accordo e il percorso il suo strumento di scoperta, rivalutazione e recupero.
A Torino le periferie sono state da sempre il complemento del centro, l’arco aggettante, quella costola diversa eppure di sostegno. Periferia è Mirafiori, motore del successo automobilistico. Periferia è San Salvario, pure vicino ai salotti urbani del cuore sabaudo. Periferia sono le Vallette e Barriera di Milano. Luoghi non luoghi, nati per esigenze abitative, difficilmente presenti nelle mappe di viaggio di chi arriva per visitare la città. Eppure qualcosa si muove. Prima timidamente, poi con sempre maggiore coraggio. Ci hanno pensato le Case del Quartiere, precorritrici del nuovo modello di turismo urbano, quello delle social street nate a Bologna per socializzare e per far incontrare vicini che altrimenti non si sarebbero neppure guardati. Sei anni prima di questa nuova tendenza, nel 2007 - esattamente dieci anni fa e a coronamento di un lavoro di recupero delle periferie torinesi portato avanti negli anni ’90 - apre Cascina Roccafranca, la prima “Casa del Quartiere”. Ne seguiranno altre 7 in 8 delle 10 circoscrizioni cittadine. Sono centri polifunzionali, di integrazione e di scoperta, oltre che di incontro e di incontri, di eventi e di rinascita del territorio.
Poli di attrazione per gli abitanti del quartiere (e per i nuovi arrivati) sono diventate una scommessa per richiamare anche visitatori dal centro verso la periferia, lungo percorsi inimmaginabili fino a qualche anno fa. Così a Barriera di Milano sono nati gli itinerari di scoperta (uno al mese, da aprile a ottobre, organizzati da Theatrum Sabaudiae, www.arteintorino.com) che con un bus cabrio inseguono le 13 opere di Millo, street artist autore di “Habitat” e vincitore del concorso B.ART., che ha trasformato altrettante facciate cieche in opere che raccontano il rapporto fra l’uomo e il tessuto urbano dove le evoluzioni passano attraverso le riletture. Come è successo per il MEF, museo Ettore Fico, nato dalla riconversione di un vecchio complesso industriale, punto di arrivo del percorso “A spasso con Theatrum”. O per l’ex anonima aiuola davanti agli ex bagni pubblici (oggi sono la Casa del Quartiere di San Salvario), come altre, lontane dai cortili dei palazzi nobiliari e dal passeggio barocco, è stata coltivata con amore (da volontari) e intitolata a Natalia Ginzburg. Che sia verde (orti urbani, anche sui tetti, viali strappati al degrado e trasformati in frutteti, laboratori in cui imparare le attività legate all’agricoltura, fazzoletti di terra coltivati lungo le sponde del Sangone) o di qualunque altra tonalità, la rinascita della periferia torinese passa dal colore, che cancella quel grigio che per decenni ha avvolto e connotato muri e umori. Anche i Docks Dora, gli antichi magazzini commerciali a margine di una grigia strada a scorrimento veloce (di recente investita dalla stessa onda di rinascita e diventata anch’essa più verde e persino piacevole) si reinventano come loft e polo di creatività dal sapore quasi newyorkese. Accolgono studi di artisti e diventano contenitori per eventi (si terrà qui dal 26 al 28 maggio il primo TRIPEL B FEST italiano, dedicato alla birra belga diventata Patrimonio Unesco nel 2016) e si riposizionano sulla mappa urbana.
Roma fa lo stesso. Anzi lo fanno associazioni come Ottavo Colle (www.ottavocolle.com), che dei percorsi in periferia ha fatto il suo core business, se mi è consentito strizzare l’occhio all’assonanza romanesca. Per loro il Quadraro non si evita anzi si attraversa passeggiando e leggendo Mamma Roma di Pasolini : iniziativa accolta con successo dal pubblico e sold out settimane prima delle date del tour. E se Testaccio non è più una novità, lo sono forse i suoi cortili, le visite al Monte dei Cocci o i percorsi “Inside The Tangenziale Est” che partono dalla metro Tiburtina. O anche le incursioni a Corviale, uno dei “segni urbani” più discussi del panorama della capitale, o attorno al Gasometro, nelle borgate “ufficiali” (da Primavalle a Tormarancia, da Pietralata a Villa Gordiani) o ancora nei rioni riletti attraverso i copioni cinematografici, le poesie o le sceneggiature teatrali. Vi ricordate Caro Diario ? E Accattone ?
Ma cos’è questa voglia di periferia ? È soprattutto voglia di andare altrove, di esplorare, di conoscere, di allargare il campo visivo e cognitivo, di estendere gli orizzonti, di trasformare i non luoghi in spazi per incursioni urbane oltre il consueto. Insomma è un modo per sfatare gli stereotipi e le idee preconcette. Anche quelle con cui si cominciano certi articoli che vedono in antitesi viaggio e periferie.
In barba a chi pensa che il mondo sia sempre più piccolo, o che siano poche le angolazioni da cui guardarlo.

mardi 4 juillet 2017, par Carla Diamanti