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Vicari di Diaz

Durante un’intervista al produttore della Fandango, Domenico Procacci rivela : «Ogni regista crede che il suo film sia necessario. Io, invece, credo che quasi tutti i film siano opzionali, possibili e che pochissimi rientrino, davvero, nella categoria dei necessari. Ritengo Diaz un film necessario!». Forse è stata questa dichiarazione così diretta, ermetica, chiosastica che ha innescato nel sottoscritto una sorta di soggezione “ontologica” per questo film, a detta di Domenico, un capolavoro: tant’è che quando Focus In m’ha inviato alla proiezione stampa parigina ho dimenticato persino di confermare la mia presenza. Tanto gentile e tant’onesta non pare l’attitudine (tutt’altro che dialettica, obiettiva e professionale) che ho deciso d’adottare nei confronti di “Diaz”: forse perché troppo stanco, disgustato, alienato dai mille film italiani proclamati come rivelazione e ritorno all’âge d’or e risultanti, poi, puntualmente, insulsi, indegni addirittura d’esser prodotti – altro che “necessari”!


Rivelazione alla 62° Berlinale per la categoria “Panorama”, “Diaz” si propone di mostrare gli avvenimenti immediatamente precedenti e costituenti l’ultima giornata del G8 di Genova del luglio 2001: sfocianti nell’assalto notturno alla scuola Armando Diaz da parte dei poliziotti italiani, con il pretesto di stanare presunti militanti del Black Bloc, rifugiatisi nell’edificio, adibito a dormitorio per studenti e giornalisti (per la maggior parte stranieri) accorsi nel capoluogo ligure per seguire l’evento planetario. Il film ricostruisce le dinamiche dell’aggressione violentissima, efferata e ingiustificata inferta dal corpo dell’ordine italiano agli occupanti dell’istituto, innocenti, innocui, e indaga il successivo calvario di sevizie che la polizia ha perpetrato, presso la caserma di Bolzaneto, agli stessi presunti terroristi “arrestati” alla Diaz.
Mettere in scena «il più grave attentato ai diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale» (A. International) non è impresa da poco, soprattutto se, data la gravità dei crimini commessi e il sottaciuto immobilismo dei governi in merito, tutte le grandi produzioni inter- e nazionali cinematografiche arretrano, fuggono, non si espongono. Procacci ha dovuto cercare l’appoggio della francese Le Pacte e della rumena Mandragora Movies per portare a termine questa fatica che annovera tra i tanti venti contrari: un sequestro totale dei mezzi di scena a seguito di un semplice sopralluogo su Genova e la conseguente necessità di ricostruire in toto il quartiere della Diaz in teatri di posa in Romania. Quando si ha a che fare con operazioni di questa portata, la questione sulla cinematografia italiana in crisi passa in secondo piano e anche il sottoscritto, benché avesse in serbo la penna più acida e acuminata per un vero e proprio découpage del film, ha dovuto arrendersi all’evidenza di una certa effettiva eccezionalità di questa pellicola.
D’altronde, anche Daniele Vicari, regista della generazione made in Italy degli anni Duemila, quella dei cosiddetti «invisibili» (Zagarrio), ha deciso di eclissare l’attenzione per la messa in forma in nome di un dovere etico, concentrandosi sui documenti e rendendo testimonianza, e giustizia, alle vittime invisibili (anch’esse) dei fatti di Diaz e Bolzaneto. Quando, nella cornice art déco, poco “procacciana” (il faut dire), del Lutetia de Paris, gli domando se la reiterazione della bottiglia al ralenti che scandisce la narrazione del film ha echi ejženstejniani da Corazzata Potëmkin, o se le scene di tortura a Bolzaneto sono ispirate al Salò pasoliniano, o ancora se i plongé in campo lungo sulla grigia canicola genovese e i suoi dedali autostradali hanno un preciso significato al pari della presunta allegoria della corruzione simboleggiata dalla sigaretta: la risposta del regista silura via ogni trip da cahiers du cinéma. «Io sono un artigiano del cinema. Questo è un film a documenti. L’intenzione che fonda Diaz è quella di fare un buon film (tutti i registi, penso, vogliano fare un buon film!) basato su documenti: non è un film che vuole dimostrare una tesi». In tal senso va la decisione di accostare alle sequenze di fiction alcuni estratti di video amatoriali. La sgranatura applicata ai notturni delle scene di finizione è atta a richiamare le immagini “rubate” delle mini-dv dei testimoni del G8.
Ciò che ha scosso il regista e che l’ha motivato per tutta l’odissea di “Diaz” è stato lo sconforto, l’orrore, per il fatto che le aberrazioni del luglio 2001 si siano prodotte nel seno di una società, e di un’Italia, tanto demagogicamente scoppiettante di democrazia: le porte chiuse della Diaz, i cancelli blindati di Bolzaneto sono no man’s land che possono sbocciare ovunque, annientando ogni garanzia, ogni libertà, vanificando ogni umanità. «Ho raccontato un millesimo di quello che è realmente accaduto»: il rapporto si inverte, la realtà è andata oltre l’immaginabile cinematografico.
E’ per questo che, dunque, il film spalanca varchi tra documentario e ri-costruzione, in un continuum di rimandi organizzati secondo uno stile apparentemente anonimo e privo di orpelli, riferimenti alt(r)i: la pericolosa spersonalizzazione della violenza, figlia di tanta finzione istituzionale, mette in discussione la coscienza, politica, dello spettatore. Un’etica dell’estetica, tabula rasa dei labirinti postmoderni da vernissage crepuscolari, che sa di sudore e sangue («Do not clean up this blood» cita il titolo inglese), che scuote e urge. Più che Pasolini o Kulešov, Diaz interpella l’uomo. Di oggi. Un vero cinema della necessità. Uno a zero per Procacci!

giovedì 4 luglio 2013, di Valentino N. Misino