FOCUS IN - Chi siamo
RICERCA
Une N° 23 Un N° 22 Une N° 21 Une N°20 Une N° 19 Une N° 18 Une N° 17 Une N° 16 Une N° 15 Une 14 Une N° 13 Une N° 12

Accueil > Tempo libero > Sport > Vite sulle punte delle dita

Vite sulle punte delle dita

Arrampicatori

Una lunga e tortuosa fascia di conformazioni montane ambite dal mondo intero costituisce il naturale confine tra il territorio italiano e quello francese : siamo cugini d‘oltralpe non è una novità. Un ennesimo terreno di sfida e confronto, una fonte di dibattiti, contese e avventure epocali : montagne da dividersi e montagne da scalare.
“Quelli che lo sport” si spinge oltre le quote più alte, con l’occhio nostalgico di una vecchia guida, per scandagliare gli effetti dell’evoluzione tecnologica su una pratica radicale e senza compromessi quale dovrebbe essere l’alpinismo estremo.
Disciplina sportiva che attrae un numero di seguaci sempre più vasto, l’alpinismo ha attraversato diverse fasi di evoluzione tecnica. Dai tempi del medioevo in cui le montagne venivano temute e venerate ai giorni nostri in cui lo spiderman francese, Alain Robert, scala a mani nude gli spigoli dei grattacieli più alti del mondo, la grande sfida dell’uomo alla verticalità ha preso pieghe molto diverse. Quello che, fino a pochi decenni or sono rappresentava l’incontro/scontro tra i limiti della fisicità umana e il rigore incontrastabile della natura, diviene oggi l’ennesima battaglia per la notorietà a colpi di record, processi mediatici e sponsorizzazioni.

Chiare, fresche, dolci acque


Nell’ambiente alpino le prime tracce di una presenza umana risalgono fino alla preistoria e le prime testimonianze ufficiali si trovano già in documenti risalenti al 1300.-Nell’illustre Petrarca ad esempio con la sua ascensione al Mont Ventoux nel 1336. In principio l’ascensione oltre i confini di boschi e pascoli era quasi certamente legata alla caccia o a riti religiosi. In effetti, fino alla fine del Settecento le alte montagne alpine continuarono a rappresentare un territorio privo di risorse di interesse, pericoloso e frequentato solo dai cacciatori e dai viaggiatori. Un ambiente in gran parte ignoto e per questo ritenuto popolato da creature malvagie e sovrannaturali.
Tradizionalmente si fa coincidere con la fine del 1700 l’inizio dell’alpinismo. Prevalentemente per ragioni di ricerca (misurazioni meteorologiche, esplorazione del territorio, ecc.) vennero scalate le prime grandi montagne europee. L’8 agosto 1786 è infatti la data della prima ascensione del Monte Bianco da parte di un medico, Michel Gabriel Paccard, e di un cacciatore e cercatore di cristalli, Jacques Balmat, di Chamonix. Altre gloriose cime alpine furono battute per la prima volta negli anni a seguire : Grossglockner nel 1800, Monte Rosa nel 1801, ecc. Erano tempi in cui la conquista delle vette era considerata una disciplina riservata a ricchi signori, svizzeri e inglesi tra gli altri, con spiccati interessi scientifici.
Questa fase si può dichiarare conclusa nel 1865 con la prima ascensione del Cervino. Da quel momento in poi il cammino dell’alpinismo si apre in direzioni diverse, ma la connotazione della sfida dell’uomo alla natura prende il sopravvento. Gli obiettivi scelti sono sempre più difficili da raggiungere ed accattivanti. Alle cime già conquistate si attribuiscono diversi gradi di difficoltà e non appena una via viene aperta su un preciso versante di una montagna, i più arditi pensano subito a rilanciare la sfida cercando un nuovo percorso più aspro, tortuoso e irto di difficoltà per raggiungere la stessa vetta.
A cavallo tra le due grandi guerre l’alpinismo prende definitivamente piede in Europa. L’Eiger, le Jorasses, le Cime di Lavaredo, la parete nord del Cervino : non sembrano esserci limiti all’avidità di questi uomini d’acciaio che sfidano la fisica, le leggi dell’equilibrio e le intemperie per incidere il proprio nome nella storia. Uomini tormentati forse, irrequieti, che trovano pace solo lassù, in quei fazzoletti di rocce acuminate da cui più in alto non si può salire se non volando, dove il vento turbina gelido e l’ossigeno comincia a scarseggiare. Uomini che dopo aver conquistato le magnifiche vette alpine cominciano a esplorare i confini del mondo cercando nuove sfide e vertiginose altitudini, in Africa, Asia e nelle Americhe.
Raggiungere una vetta è un confronto estremo con i propri limiti. Nei primi anni dell’alpinismo si tratta di una vera e propria scoperta, un’esplorazione continua, condotta da uomini coraggiosi che brancolano nel buio dell’ignoto : nessuno in effetti era in grado di sapere con certezza se un dato versante di una montagna fosse davvero propizio a una scalata. Ad ogni passo la fine era in agguato e innumerevoli spedizioni hanno dovuto abbandonare i loro tentativi, non solo a causa delle condizioni climatiche, che sopra i tremila metri non esitano a farsi repentinamente estreme, ma anche a causa della conformazione stessa delle montagne che in alcuni passaggi non consentono di lasciarsi violare.

Veri “duri”

Con le mani rovinate dal gelo e sanguinanti, appesi alle falangi per trascinarsi verso il passo successivo, equipaggiati di qualche maglione di lana e giacconi cerati, con quattro scatolette di tonno e due prugne secche nello zaino, questi eroi della folle avventura trascorrevano giorni e giorni in parete, dormendo seduti, se di dormire si poteva palare, su uno spigolo di roccia, legati con una corda che gli lacerava il bacino e il vento a sferzargli la faccia, non aspettando altro che il sole, un barlume di luce e la fine della notte e della tormenta per ricominciare a salire lassù, verso la tanto ambita vetta. Senza mai pensare ad arrendersi, a volte per la troppa passione, a volte perché comunque indietro non si poteva tornare.
Le loro armi ? Una piccozza e un martello, vecchi scarponi di cuoio e i ramponi per camminare sul ghiaccio, dei chiodi da infilare tra le fessure della roccia per passarvi le corde di sicurezza, una manciata di moschettoni e nulla più. Una piccola tenda infilata nello zaino, un fornelletto per sciogliere la neve da bere ed esigue porzioni di cibo. Tutto la loro forza era nella tenacia, nel coraggio, nella resistenza. Un istinto innato, felino : la conoscenza profonda della montagna, della sua natura, dei suoi gesti. La coscienza del rischio, una giusta dose di paura, il ricordo delle vittime viste mietere dai giganti di roccia. Arrivare in cima era una questione di cuore più che di tecnica, di forza bruta e di una tenacia e serenità, degne degli spiriti più risoluti. A raggiungere l’obiettivo erano pochi selezionati eletti, che spesso restavano nell’ombra.
E poi un giorno si è svegliato il progresso, stuzzicando la scienza ; e l’interesse dei media ha portato i finanziamenti, e lo sviluppo della disciplina ha cominciato a interessare la tecnologia. Conquistare le cime dei monti più alti del mondo diventa all’improvviso una priorità dei consumatori : delle grandi potenze che foraggiano le loro équipe o dei privati che vogliono tentare l’avventura, ma con le spalle ben coperte. Con tutti gli occhi e le telecamere del mondo puntati addosso il fallimento non è più contemplato : non è concesso. Gli enormi investimenti dispiegati devono assolutamente essere messi a frutto. Scalare una montagna non è più questione di passione e allenamento ma di budget. I limiti vengono spinti sempre più lontano ; l’uso degli spit (chiodi fissati a fori praticati artificialmente nella roccia) prende il sopravvento, si impiantano corde fisse nei passaggi più complessi per consentirne il superamento ai meno dotati tecnicamente, si sfruttano ricevitori satellitari, ricognizioni in volo delle aree interessate, cibi in pillole, stormi di medici, portantini e servitori vari. Una scalata dell’Everest oggi sembra una parata del circo : le spedizioni internazionali s’incrociano e decine di persone cercano di raggiungere allo stesso tempo la vetta. La montagna è crivellata di tende, bombole d’ossigeno abbandonate durante l’ascensione dagli scalatori, corde, moschettoni e turisti in giubbotti di kevlar e teflon che fanno la coda nei canaloni aspettando che venga il loro turno di essere trascinati fino in cima.
Messner, dall’alto della sua esperienza fenomenale, ne Il settimo grado ha teorizzato che gli alpinisti devono affinare le loro tecniche, migliorare le tempistiche e snellire il proprio equipaggiamento per rinnovare il senso della sfida alla montagna. Il fatto è che questi segreti dovrebbero essere confinati alla cerchia degli eletti che di scalare le montagne sono degni e non è una questione di razzismo ma di vera passione e di capacità.
Non lasciamoci trarre in inganno, il fatto che anche a ottomila metri in una giacca di kevlar faccia meno freddo che in una di nylon non è una buona ragione per farci solleticare dall’idea di una gita sull’Everest. Così come il fatto che con le macchine fotografiche digitali si possano scattare tante immagini a costo zero non dovrebbe bastare a farci sentire tutti fotografi.
C’è un nome su tutti per chi si sia lasciato suggestionare da questo breve e modesto sunto della realtà alpinistica, che ha lasciato testimonianza scritta delle sue epiche imprese alpine. Forse il più grande alpinista della storia, tra l’altro Cavaliere di Gran Croce, Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Ufficiale, Ordine della Legion d’Onore in Francia : il bergamasco Walter Bonatti, le cui opere consiglio a tutti gli appassionati di montagna e della vita in genere quando è spinta verso i suoi limiti ; e alla cui grande ispirazione sento di dedicare questo articolo.

lundi 2 février 2009, par Stefano Lazari