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Zoo a due

Da sempre gli animali sono parte integrante del racconto letterario in cui si muovono, “metafore di” (la fedeltà, l’amicizia, l’aggressività, l’animalità, appunto…): si pensi ad Argo, il cane di Ulisse, alle tre “fiere” che aspettano Virgilio nel I canto dell’“Inferno”. A volte hanno anche un ruolo nell’intreccio narrativo ma diventano “protagonisti” quasi esclusivamente nella letteratura per l’infanzia o in quella fantastica. Il presupposto del loro ruolo all’interno del racconto è il seguente: se la differenza tra noi e l’animale è la parola, la possibilità di piangere, amare, ridere, meditare su concetti filosofici e teologici e questo ci rende in qualche modo “superiori”, introdurre un animale permette all’autore di semplificare il messaggio (come ne La scuola spiegata al mio cane di Paola Mastrocola) oppure di illustrare o denunciare comportamenti umani facendoli transitare nelle vesti della bestialità che pur fa parte del nostro essere. In questo senso lo Zoo di Magliani e Sartori è piuttosto originale, come diversi ed originali sono i racconti dei due scrittori.
Marino Magliani ci propone due lunghi racconti su un cane, Cobre nel primo e il figlio di questo nel secondo, entrambi alla ricerca di qualcosa che dia un senso alla loro vita. Cobre, scacciato dal padrone (un po’ come oggi si può perdere il lavoro), girovaga dalle colline al mare cercando qualcosa da fare, dei compagni di viaggio, un luogo; incontra l’amore, il pericolo, la fame, il razzismo e il dolore fisico, “studia” l’architettura dei moli e delle case, scopre la poesia e la filosofia, nella persona di un umano che incontra in momenti significativi del racconto.
Il figlio si lancerà in una ricerca identitaria sul padre morto, in uno spirito del “chi-sono-da-dove-vengo” tipico degli umani e anche lui incontrerà esseri parlanti. I cani di Magliani pensano, elaborano, si pongono un sacco di domande. Sono personaggi di un mondo che include gli umani e il loro comportamento bestiale (al molo, alla guida di macchine e motorini, nelle relazioni con gli altri), come se l’uomo fosse diventato “il miglior amico del cane”.
Dei 16 brevi racconti di Sartori invece solo il primo (“Pipì”) è una divertente descrizione del padrone da parte di un cane dove la situazione è ribaltata. Gli altri sono ancora più destabilizzanti anche perché entrare nella pelle di un cane, di un gatto o di un criceto è un esercizio che abbiamo fatto tutti, rarissimo invece applicarlo ad amebe, bruchi, vedove nere, polipi e a animali mai sentiti come l’esposilla, l’Halobacterium o il Thalarctos maritimus (orso polare).
In questo panorama ci rientra – e questa è una trovata geniale – anche l’unicorno la cui storia leggiamo fino in fondo prima di ricordarci che è immaginario (in questo caso doppiamente). E’ una caratteristica dello scrittore-agronomo trentino quella di esprimere in un modo assolutamente evidente situazioni e personaggi che abbiamo incontrato anche noi, ma improvvisamente vediamo sotto una luce diversa, i suoi animaletti seguono anch’essi questa vena realistico-fantastica.
La vedova nera maniaca dell’ordine che finisce per uccidere il “marito” scansafatiche, il bruco sognatore, l’ameba filosofica che riflette sulla sua esistenza dopo una litigata con l’amica del cuore (anzi del “nucleo”) e finisce per chiedersi “Davvero mi diluirò nell’immensità che mi circonda come una goccetta di inchiostro nell’oceano? Davvero non sarò più nulla? E i miei pensieri continueranno per conto loro come una voce fuori campo?”. Ci sono i bastian contrari (il canarino che si sente sicuro solo in gabbia, la formica che vuole uscire dall’organizzazione teutonica del campo), i nostalgici (il dromedario che rimpiange il silenzio e la pace del deserto che lo lasciavano fantasticare, la scrofa), i perseguitati (lo scarafaggio traumatizzato dalla prigionia in un bicchiere quando era piccolo)… ma il filo conduttore, è una riflessione sulla morte, sulla vecchiaia, sulla solitudine provocata dal tempo (dai tempi?).
Nella prefazione Beppe Sebaste scrive “Questo libro […] ha come tema la vita, la vita pulsante, brulicante, debordante”, la vita come errore, cioè la capacità di errare, vagabondare, “Ecco questo libro sulla vita che raccoglie storie di animali narrate in prima persona è anche un trattato di nomadismo”. La vita e la morte, insomma, che poi sono facce diverse della stessa medaglia. In ogni caso, Zoo a due, è uno di quei libri che ti cambiano, che divertono ma che fanno pensare. Magari l’atavico moto di schifo verso lo scarafaggio rimane, ma forse ne usciamo un po’ più tolleranti verso le persone di colore, le donne, gli anziani, le “metafore di” che queste improbabili creature rappresentano.

Zoo a due
di Marino Magliani
e Giacomo Sartori
Editore Perdisa Pop
(collana Corsari)

martedì 18 febbraio 2014, di Patrizia Molteni