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Intervista a Domenico Procacci

l’Italia:un paese difficile da descrivere

La Fandango, casa di produzione e di distribuzione cinema e tv di Domenico Procacci, distribuisce “È stato il figlio”, di prossima uscita in Francia col titolo Mon Père va me tuer, film premiato alla 69a Mostra di Venezia, firmato da Daniele Ciprì, il quale unisce denuncia politica e sociale e cura estetica puntuale, secondo la tradizione della commedia nera inaugurata con “I Mostri” di Risi.

Domenico, lei è stato definito «prod-autore» dalla critica, quali sono i fattori che determinano la scelta di un film e la linea d’azione del suo progetto culturale?
Innanzitutto si deve seguire una certa inclinazione: somma di gusti generali che definiscono una linea d’azione, d’edizione. Questa indicazione comporta una grande varietà, esattamente come varie sono le preferenze di ciascuno di noi. Le mie scelte seguono in sostanza tre criteri. L’adesione empatica alla sceneggiatura, per la sua capacità di suscitare interesse o emozioni, senza implicazioni esterne. Il secondo grado di scelta è quello della coerenza con i film già prodotti in passato, questo soprattutto per le opere d’argomento socio-politico. C’è poi la linea della collaborazione con i singoli registi, il fatto di seguirne l’evoluzione e il percorso personale. Un aspetto imprescindibile che agisce nella selezione è l’attenzione al fattore umano: sia di chi mi si propone, sia di chi lavora con me.
Mi avvalgo della collaborazione con Laura Paolucci da anni: condividiamo l’amore e la voglia di fare film. Partiamo dal presupposto che siano pochi i film “necessari” (mentre ogni regista abusa sulla necessità dei propri film!), la nostra avventura inizia con questa presa di coscienza.

L’edizione del Festival veneziano di quest’anno è stata all’insegna della transizione. Anche i tre film italiani presenti alla Mostra hanno tratteggiato il Belpaese come una nazione in attesa di un qualcosa che inneschi un cambiamento. A suo avviso è così? Qual è il suo parere in merito, da uomo di cinema e da cittadino italiano?
È indubbio che il cinema rifletta ciò che accade intorno a noi, ha semplicemente una tempistica diversa da quella della cronaca.
Sebbene analizzi i fatti in modo più approfondito: ci sono voluti 11 anni per avere un film come “Diaz” (film che reputo necessario!) sul G8 di Genova del 2001.
Pur diverse tra loro le tre opere italiane di questa 69a edizione parlano di episodi recenti del nostro paese, ritraendo uno stato di cui non andare di certo fieri. Il momento che affronta l’Italia non è uno dei più facili da descrivere: la ricerca di una direzione da seguire senza esclusione di colpi è riflessa dalla fase di rigore e austerità incarnata da questo Festival. Un passaggio obbligato se si opta per un futuro che non sia arido.
Sfortunatamente i tagli accumulati nel settore della ricerca e della cultura rivelano un’attenzione esclusiva dei nostri dirigenti per la condizione economica dello Stato, la quale resta basilare e fondante ma non deve essere la sola a cui dare credito, se si aspira ad una crescita effettiva.

Un po’ di gossip. Che effetto fa essere il compagno della madrina della Mostra, Kasia Smutniak?
(Ride) Passiamo alla prossima domanda!

Di recente i film Fandango hanno riscosso molto successo in Francia. Trova che il cinema francese di questi ultimi tempi abbia qualcosa da suggerire al nostro? Ha visionato qualcuno dei titoli francesi in concorso a Venezia?
Purtroppo non ho visto nessuno dei film francesi in concorso. Senz’altro la Francia sta vivendo un momento felice per ciò che riguarda il suo cinema. Ho visto di recente “Le Prénom” che ho trovato notevole. Credo che il successo francese di questi anni sia il frutto di un lavoro lungo e paziente, corroborato da un sapiente investimento di energie e denaro.
L’Italia deve apprendere dalla Francia il concetto di industria cinematografica: risultato dell’interesse “politico” da parte dei cittadini oltre che di una grande sensibilità e rispetto riservati alle arti in generale. Al di qua delle Alpi, già la stampa, di qualsiasi fazione politica essa sia, attacca il settore, e dipinge il cinema come una cerchia di privilegiati che non hanno alcun merito né talento. Fortunatamente, al contrario, abbiamo artisti talentuosi che hanno un approccio al mestiere fondato sulla dedizione e sull’impegno. La Francia è avanti rispetto a noi perché dispone di un effettivo sistema. Se fossi stato più giovane mi ci sarei trasferito senza dubbio: ma non è detta l’ultima… chissà che non ci provi comunque anche ora!

mercoledì 17 ottobre 2012, di Valentino N. Misino