di Giuseppe Antonelli
Non temete, signori miei: noi avremo sempre passioni e pregiudizi,
perché il nostro destino è di essere soggetti ai pregiudizi e alle passioni.
(Voltaire, Dizionario filosofico, s.v. Destino)
È nato prima il giudizio o il pregiudizio? La domanda non è banale, in realtà, perché il pregiudizio viene logicamente prima ma storicamente dopo. È solo dalla fine del Seicento, infatti, che la parola ha assunto il significato con cui è usata in questo libro. Ed è grazie alle idee illuministe importate dalla Francia che nel corso del Settecento è diventata una parola chiave del dibattito intellettuale. Ma anche una parola alla moda nel chiacchiericcio salottiero, come testimonia l’uso e l’abuso che ne fanno – all’epoca – le eroine dei romanzi d’amore e d’avventura. “Ecco formato in me a poco a poco, nell’età di soli anni quattordici, un carattere pieno pienissimo di tutti i pregiudizi del mondo, di tutte le debolezze della natura e di tutte le stravaganze del sesso”. (Pietro Chiari, La viaggiatrice o sia Le avventure di madamigella E. B.).
Così, quello che in latino era un giudizio anticipato in senso giuridico (il praejudicium era una sorta di accertamento preventivo) e nell’italiano medievale era già diventato un danno, un inconveniente, uno svantaggio, passa a indicare un preconcetto, un “antigiudizio”. Ovvero, come riassume la definizione di un vocabolario ottocentesco: una “opinione falsa che previene il maturo e retto giudizio, prodotta da cattiva educazione o da altro mezzo vizioso”.
Adelante Pedro, con prejuicio
Questo spiega la differenza (etimologica, anche se non sempre fattuale) tra un tipo pregiudicato e uno spregiudicato. Alla seconda categoria appartiene senz’altro Ryan Bingham, il cinico manager impersonato da George Clooney nel film Tra le nuvole (titolo originale Up in the air, 2009). Molto istruttivi, in questo senso, i consigli che dà alla sua assistente prima di mettersi in coda all’aeroporto. “Mai accodarsi a persone che viaggiano con bambini: non ho mai visto un passeggino chiudersi in meno di venti minuti” le spiega, infischiandosene del politicamente corretto. “Gli anziani sono i peggiori: hanno le ossa piene di metallo e non sembrano apprezzare quanto poco tempo gli sia rimasto su questa terra… Gli asiatici! Sono essenziali: bagaglio leggero, e hanno la fissa per i mocassini. Dio li abbia in gloria”. “Questo è razzismo!” protesta lei. Al che lui replica: “Sono come mia madre, uso gli stereotipi: si fa prima”.
“I stereotype”, dice Clooney nel sonoro originale. E in effetti, come spiega l’Enciclopedia Treccani alla voce Pregiudizio, “nella loro dimensione cognitivo-dichiarativa i pregiudizi sociali si esprimono in enunciati caratterizzabili come stereotipi. Il rapporto tra pregiudizio e stereotipo è assai stretto. Per stereotipo si intende una credenza condivisa, data per ovvia in un determinato ambiente culturale, che si esprime in convinzioni sempre generalizzanti, sempre semplificative e talora – ma non necessariamente – erronee”.
Perché ci si affida ai pregiudizi? Perché. si fa prima, appunto. Perché i pregiudizi non pongono domande e non chiedono verifiche. Sono lì, belli e pronti, adatti a qualunque uso: sono idee preconfezionate. Le abbiamo ricevute (“idées reçues”, dicono i francesi) e ce ne serviamo per fare più in fretta (“it’s faster”, dice Clooney).
Già: ma da chi li abbiamo ricevuti i pregiudizi? Dalla tradizione, di solito. Sono giudizi sedimentati nel tempo, diffusi attraverso il passaparola, trasmessi di generazione in generazione. I pregiudizi ci precedono, a volte di secoli; vengono da quegli antichi, che – come recita l’adagio – mangiavano le bucce e buttavano i fichi. E, sia detto per inciso, facevano male: “infatti è proprio nella polpa che i nutrienti vengono sintetizzati utilizzando l’energia solare e le sostanze tratte dal terreno. Invece le uniche funzioni della buccia sono quelle di proteggere il frutto e, se ingerita, di fornire utili fibre insolubili di tipo cellulosico”. (Marcello Ticca, Il pesce fa bene alla memoria perché contiene fosforo). È da lì che arriva gran parte dei pregiudizi: da quel sapere elementare che spesso ritroviamo nella presunta saggezza dei proverbi. Un sapere che può permettersi il lusso di dire tutto e il contrario di tutto. Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova, certo. Ma è anche vero che chi non risica non rosica. I pregiudizi sono prima di tutto questo. Sono la maglia della salute che ci raccomandava la mamma; sono la ricetta della nonnina zucchero latte e fior di farina; sono i consigli paterni, ruvidi e mai troppo casti (la castità, si sa bene, non è una virtù che si passa di padre in figlio).