a cura di Serena Rispoli
In tempi di invocazioni alla Madonna e di ferventi baci al rosario, noi incorreggibili, obsoleti e paganissimi classicisti, pubblichiamo un estratto de L’asino d’oro di Lucio Apuleio con la traduzione di Daniele Ventre. L’unico romanzo latino che ci sia pervenuto integro, che tanti autori successivi ha ispirato, da Sant’Agostino a Boccaccio, da Shakespeare a Collodi, solo per citarne alcuni, affonda a sua volta le sue origini nei miti delle Metamorfosi, di cui Ovidio fu il grande cantore.
Un’opera appassionante, in cui il protagonista, Lucio, si ritrova a causa di un tragico errore ad essere trasformato in asino. Nel libro XI, al termine di una serie interminabile di disavventure, Lucio in sogno si ritrova una notte in riva al mare e, al sorgere della luna, supplica la grande dea di fargli riprendere le sue sembianze umane. Ed ecco che sulla superficie del mare appare la “divina immagine”, nelle sembianze della dea Iside, che porta in mano “un vasello d’oro in forma di barca” (ogni riferimento…) e gli si rivolge rivelandogli come trovare la strada della salvezza: diventare suo adepto e mangiare le rose a lei sacre. Sarebbe bello poter dedicare questo passaggio – uno dei più belli della letteratura di tutti i tempi – intriso di spiritualità, di misticismo e di poesia al nostro ministro dell’interno, invitandolo ad accettare l’invito di un autore africano di quasi duemila anni fa e esortandolo a lasciar perdere Nutella, hamburger e arancini per dedicarsi ad un diverso nutrimento dell’anima accogliendo, guarda caso, “la nave nuova” della grande dea e il suo carico, vincendo una battaglia contro le pulsioni primarie per elevarsi accettando lo straniero, a cominciare da quello che è in se stesso, confrontando la propria alterità con quella altrui. Perle ai porci? Agli asini piuttosto, scusate la facile battuta. Asini però -in questo caso- di ben altra levatura.