di Francesco Forlani
Quando ho chiamato Toni Servillo per poter realizzare questa intervista sapevo che sarebbe stato a Parigi in turné con lo spettacolo Elvira e che avremmo facilmente trovato un momento. C’eravamo già incontrati a Novembre insieme a Patrizia in occasione della prima al Forum des Halles di Cinque è il numero perfetto,il nuovo film di Igort. Dunque. Appuntamento alle sei e mezza, di mercoledì alThéâtre de l’Athénée.Ho chiesto a Giuseppe Schillaci di accompagnarmi perché come regista mi avrebbe aiutato in questa esplorazione del talento smisurato di un attore e regista tra i più importanti del nostro paese ma anche per controllare la soggezione che provo ogni volta che incontro l’amico conosciuto dalla prima adolescenza e di fatto un esempio, per rigore e costanza, per chiunque di noi, a Caserta, avrebbe intrapreso una vita nel mondo dell’arte e dello spettacolo. A vincerla, la soggezione, ci pensa lui accogliendoci con estremo affetto e gentilezza nella loge dell’ammezzato. Ci presenta il direttore del teatro che irradia quella forma di amore che appartiene alle avanguardie e si comincia.
FF: Di nuovo a Parigi?
Passaggio francese importante per tante ragioni. La principale è ritornare in questo teatro che è la casa di Jouvet con lo stesso spettacolo dedicato a Jouvet. Dopo oltre 200 recite fatte in Italia e mezza Europa qui eravamo già stati nel 2017 ma ci sembrava giusto che lo spettacolo avesse il suo epilogo nella casa di Jouvet dove ha recitato per tanti anni e dove poi è morto. Per questa occasione, sono state organizzate collateralmente delle altre manifestazioni; una più legata allo spettacolo, come la lezione che ho tenuto al Conservatoire National Supérieur d’Art Dramatique,nei luoghi in cui Jouvet insegnava, a 60-70 allievi dell’ultimo anno, proprio su Elvira, sul particolare modo che aveva il drammaturgo francese di interpretare il mestiere dell’attore; il giorno dopo alla Sorbonne, su invito del Rettore dell’Académie de Paris, Gilles Pécout, che mi ha chiesto di partecipare ad una conferenza nell’ambito di una serie di manifestazioni che l’università sta dedicando all’amicizia culturale franco-italiana. Erano presenti oltre agli studenti delle università, dei licei e dei corsi di italiano anche Jean-Michel Blanquer,ministre de l’Éducation nationale et de la Jeunesseche, qui apro una piccola parentesi, a un certo punto ha chiesto ai ragazzi chi avesse intenzione, finite le scuole, di andare a studiare in Italia e in tanti hanno alzato la mano, cosa che mi ha fatto estremamente piacere. Alla Sorbonne mi sono emozionato particolarmente poiché è il luogo dove si erano formati intellettuali come Sartre, Foucault e in quest’occasione ho tenuto due letture; una dai diari di Gide, che ho scelto personalmente, dal titolo À Naples’, una lettera in cui Gide racconta la riconoscenza che aveva nei confronti della cultura italiana e poi un piccolo racconto di Calvino su Parigi che mi è stato suggerito dal Rettore. A seguire sono stato ad un incontro molto affollato, nonostante lo sciopero, all’Istituto Italiano di Cultura, organizzato dal direttore Fabio Gambaro; insomma moltissime cose che mi hanno portato a rinsaldare il mio rapporto con la Francia.
FF: Il tuo film 5 è il numero perfetto è in sala in questi giorni.
Il film sta avendo un discreto successo, ha fatto un tour mondiale, è stato a Pusan in Korea in uno dei più importanti festival del cinema in Asia, poi in Cina, negli stati Uniti a New York e a Los Angeles. New York e Parigi sono stati i luoghi in cui il film ha avuto l’accoglienza più entusiasta da parte del pubblico, credo che si debba al fatto che Parigi è una città che consuma e produce molta graphic novel, infatti Igort ha casa qui e ci lavora per lunghi periodi dell’anno. In Italia ho l’impressione che ancora esista una certa diffidenza nei confronti di questo genere artistico.
FF: Vorrei chiederti di queste tue vite parallele, tra teatro e cinema; la tua storia artistica ha sempre mantenuto un dialogo costante tra questi due mondi. Cosa credi sia cambiato rispetto a quando hai iniziato a fare cinema pur venendo dal teatro e oggi che invece hai una vera e propria vita nel cinema?
Devo essere sincero. Una delle ragioni che per me costituiscono il maggior fascino di Jouvet è il fatto che quest’uomo fosse espressione della massima nobiltà e della massima raffinatezza interpretativa a teatro, dal punto di vista esecutivo e dal punto di vista intellettuale, un uomo di raffinatissima cultura intellettuale che contemporaneamente era un attore di grande popolarità dovuta essenzialmente al cinema; grazie ai testi di Jules Romains come il dottor Knock, ai film di Marcel Carné e Renoir. Ci troviamo di fronte a un uomo che faceva il cinema per finanziarsi il teatro. Questa domanda mi stimola a dirti che anch’ io ho approfittato di questo mio piccolo momento, non c’è da fare paragoni con Jouvet, per intensificare dal punto di vista culturale la mia proposta a teatro; sono riuscito a fare 80 recite a teatro a Milano di questo testo ‘’ Elvira’’, 7 lezioni di teatro su un monologo del Don Giovanni, capisci! Diciamo allora che certamente qualcosa è cambiato. Ho un rapporto di tipo militante con il teatro, non ho mai saltato una stagione teatrale. C’è questa scelta di mischiare i pubblici, e anche se il pubblico veniva a vedere l’attore del Divoo de La grande bellezzagrazie a questo ha potuto scoprire e amare rappresentazioni di testi di Eduardo De Filippo, di Goldoni, di Enzo Moscato e adesso di Jouvet.
GS: Jouvet non risulta essere troppo conosciuto in Italia, rispetto ad altri come ad esempio Artaud che vengono studiati nelle università. Come mai?
I grandi conoscitori di teatro lo conoscevano bene; Streheler lo invitò a recitare al Piccolo di Milano, Orazio Costa Giovangigli che era il direttore dell’Accademia nazionale d’arte drammatica, Silvio D’Amico, conoscevano molto bene il suo lavoro, parliamo comunque di un uomo che è stato a fianco ai grandi riformatori del teatro francese. Parliamo di un intellettuale che veniva da questo mondo che era di Jacques Copeau ma anche legato anche alla Nouvelle Révue française di Gide.
FF: Come è nata quest’infatuazione per Jouvet?
Io ho messo in scena, molti anni fa ahimè, Il Misantropo, Tartufo, ed è inevitabile quando affronti testi del genere incappare nelle riflessioni di Jouvet. Nel 1989 La casa Usher ha pubblicato un’antologia dei suoi testi teatrali, L’elogio del disordine.
FF: Ti sei occupato in passato anche delle regie per l’Opera, avverrà mai un passo verso quella cinematografica?
Non credo. Mi è stata offerta più di una volta l’occasione e sono stato anche tentato di accettare ma credo che non appartenga alla mia natura. Dal punto di vista creativo sono un uomo profondamente legato al teatro e al pubblico, ho bisogno della verifica quotidiana della replica, di incontrare il pubblico per capire in profondità quello che faccio, ho bisogno di questo coinvolgimento fisico con l’opera. Il cinema certo, la popolarità che mi ha donato, effettivamente mi ha permesso di portare al mio teatro un pubblico maggiore.
FF: C’è per esempio la messa in scena televisiva delle commedie di Eduardo De Filippo, è interessante quel tipo di contaminazione. Cosa ne pensi?
Eduardo faceva il cinema esattamente come Jouvet, soprattutto per finanziare l’attività teatrale, un atteggiamento da nobile snobismo se vogliamo definirlo in qualche modo. Il fatto di aver ripreso per la televisione le sue commedie ha due spiegazioni secondo me: una è questa sua grande tensione che lo spirito di Eduardo, di natura popolare, aveva; lui aveva capito l’opportunità che gli offriva quel mezzo di amplificare la sua figura d’interprete ma soprattutto di drammaturgo. L’altra è che, ma adesso faccio un cattivo pensiero, secondo me lui con quell’atto ha voluto dire: “Come lo faccio io non lo fa nessuno’’. Immagina soltanto a quanto talento è andato perso nella storia del teatro e invece con Eduardo abbiamo quella testimonianza intoccabile e interessante perché permette di vedere tutte le variazioni portate in scena dagli attori rispetto al testo originale.
FF: Hai la tentazione di fare un’operazione del genere?
C’è stata Repubblicache ha pubblicato nel 2013 una serie di otto dvd dei miei spettacoli, dalle Voci di dentroalla Trilogia della Villeggiatura. Torno a ripeterlo, mi piace fare l’attore al cinema però il mio cuore batte per il teatro, sono un uomo live.
FF: Io ricordo i tuoi esordi casertani, dove c’era una dimensione del mestiere dell’attore al limite del maniacale, ricordo un profondo studio della luce, l’osservazione, una profonda realtà e corporeità. Questo tipo di cosa però io l’ho vista tradotta in molte delle tue esperienze cinematografiche. In Viva la libertàper esempio ho sentito la tua interpretazione molto vicina a questa formazione teatrale.
Sì. Tutto quello che è cominciato quarant’anni fa rimane come sedimento che nutre quello che faccio oggi; il rigore formale, l’eleganza compositiva, della cura dei particolari. Anche lo spettacolo che sto facendo ora con tre sedie e una pedana però ha una dimensione visiva molto curata che viene da quelle passioni e anche dal fatto che ci siamo formati con le arti visive, con la performing art, con altre cose che non erano soltanto il teatro di tradizione, siamo sempre stati curiosi di ciò che poteva nutrire il teatro con efficacia.
GS: Questa potenza espressiva che hai nei tuoi film tu la metti in contrapposizione alla performance teatrale o quelle te le vivi diversamente?
Per me quando si dice “Azione” è come se si aprisse un sipario anche se so che sono due cose diverse. Il primo giorno di riprese so perfettamente a memoria tutto il mio ruolo in modo da potermi difendere da tutte le insidie del cinema che, rispetto al teatro che è un’arte di svolgimento, è possibile che ti faccia recitare prima la fine del film e successivamente l’inizio. Dunque è importante per me avere una strategia d’attacco che possa difendermi da questo modo di comporre a pezzi. La cultura, la disciplina teatrale mi aiuta molto da questo punto di vista. Il mio metodo di recitare al cinema proviene dal teatro che per esempio prepara a tutto perfino agli imprevisti che possono accadere durante le riprese.
GS: Capisci subito quando la ripresa è valida?
Mediamente mi fido dei registi ma sono anche i registi a chiedermi consigli sulla ripresa che ho preferito soprattutto quando lavoro con registi amici o con cui ho un’affinità intellettuale.
FF: Quello che mi colpisce del tuo “gioco” d’attore è la profonda leggerezza che porti su una gravità di fondo; la danza che fai sui testi di Jouvet.
Questa è una cosa che è stata molto apprezzata dai francesi, Jouvet era un uomo molto severo alla base. Ecco noi Italiani credo che abbiamo una naturale gioia per la vita rispetto ai francesi, questo è un bene a volte anche un limite. Qualche tempo fa ho sentito questa frase che non avevo mai sentito e attribuita a Cocteau “Gli italiani sono francesi con il buon umore”; credo che piaccia molto il fatto che non emerga da noi questa mortificazione intellettuale ma una passione per la vita e credo che i francesi abbiano apprezzato della mia “Elvira” questo cambio di passo reso possibile anche dalla lingua [il testo è stato mirabilmente tradotto dal romanziere Giuseppe Montesano, ndr] oltre che dal temperamento.
GS: Qual è Il tuo rapporto con il cinema francese?
Per il mio amore del cinema ho un profondo debito soprattutto nei confronti di Truffaut, ma non solo di lui, anche di Rivette, Chabrol. In questi anni ho avuto anche la possibilità di recitare con molti attori francesi da cui sono nate profonde amicizie come con Daniel Auteuil, Lambert Wilson, Jean Reno e molti altri.
FF: E le differenze tra il cinema italiano e quello francese?
Qui in Francia c’è un’industria più forte della nostra, capace di difendere il prodotto nazionale, c’è forse più estro ma mi sembra legato al caso. I francesi hanno una straordinaria capacità d’invenzione della sceneggiatura e di felicità dal punto di vista dei dialoghi, mentre in Italia siamo un’po’ fragili dal punto di vista dei dialoghi, a parte alcune eccezioni come ad esempio per il cinema di Sorrentino.