di Francesco Forlani

«Tout portrait est un autoportrait »

Henri Cartier-Bresson

 

Quando Cristina Dogliani ci ha mostrato l’invito della sua mostra, “Paris Multi-Visages” che avrebbe di lì a poco inaugurato alla Mairie del Settimo, ho sentito immediatamente un profumo, intenso, chiaro, quello che solo le immagini dei grandi maestri hanno. La faccia di Freddy che svela i propri tratti attraverso le dita ben curate, gli anelli in bella vista, aperte come le lamelle di un diaframma, ha un odore e lo senti, ti racconta ogni cosa con gli occhi. Quando Patrizia Molteni, il capo, ci ha proposto di fare una riunione di redazione con Cristina e Serena, abbiamo convenuto che l’unico luogo in cui avremmo potuto incontrarci era il bistrot Atlantique di fronte alla Gare de Montparnasse, poco distante dalla fondazione Henri Cartier-Bresson. Per capire fino in fondo la frase del maestro, “ogni ritratto è un autoritratto”, che è secondo me la cifra artistica di Cristina, non esiste forse luogo più adatto di un Bistrot e ancor più l’Atlantique. Perché un bistrot a ridosso di una stazione non è semplicemente un luogo, ma un immenso photomaton, cabina per fototessere, attraversato da chi parte o di chi fa ritorno, di chi aspetta o di chi non si aspetta più nulla e attende ore interminabili, tra una salle des pas perdus e le terrain vague, nell’immediata prossimità. Una macchina che moltiplica immagini attraverso gli specchi all’interno della sala e quelli che danno sulla città, e di colpo le facce si confondono tra loro nel movimento convulso delle macchine e dei passanti, in un gioco di luci che è il vero spettacolo in onda ogni giorno sulla terrasse dell’Atlantique e di ogni altro bistrot di questa città. Perché Parigi forse più di ogni altra capitale ci mette la faccia ogni giorno e dietro ad ogni faccia che incroci qui, come ebbe a dirmi qualche tempo fa un amico filosofo, Jean-Claude Michèa, ci leggi una storia, una storia e un nome come Cristina Dogliani ci racconta. Ogni storia è un viaggio e ci racconta comunque sia di un’origine, luogo di partenza, cultura o tradizione che sia, e di quello di arrivo in cui tutte le voci si confondono. Si tratta di facce che lo sono veramente e non semplici apparenze. “A ces visages-là on peut toujours poser une question, et l’on y découvre une identité documentaire à défaut de l’identification poétique que l’on espère obtenir. » scriveva per l’appunto Cartier-Bresson. La grazia del rossetto di Mme Boulom, la nobiltà ussara dello sguardo di Benoit, l’intensità del tempo che trasmette Guillaume, la profondità degli sguardi dei ragazzi africani di Belleville o quelli orientali del tredicesimo, si confondono con lo sfondo, le facce con le facciate che evocano i paesaggi mai immobili della capitale. Ho chiesto a Cristina di mandarmi un suo autoritratto per esplorarne tutta la sequenza, capire più a fondo il senso che è possibile dare a quest’arte, al viaggio e infatti ho capito. Alla parola ritratto che richiama un atto di sottrazione è di gran lunga preferibile quella francese di portrait, dal latino prōtrahere, far uscire, trarre fuori, e che nell’italiano protrarre si carica del far durare più a lungo. Quando ti capita di incontrare delle facce come queste, dove è impossibile separare lo sguardo del fotografo da colui che è fotografato, non puoi che sentire il profumo di una storia che desideri possa durare il più a lungo possibile. Cristina Dogliani è originaria di Carrara. Si appassiona molto alla fotografia e molto giovane si trasferisce a New York per realizzare il suo sogno di diventare fotografa ritrattista. Lavora come stagista nel rinomato studio di Sheila Matzner e in seguito come assistente del fotografo Reuven Kopitichinsky. Tornata in Italia, si stabilisce a Milano, dove inizia a lavorare come fotografa per l’agenzia fotografica Marka e successivamente come fotografa freelance specializzata in ritratti, collabora anche con importanti giornali e compagnie private. Nel 2003 espone la sua prima mostra personale, curata da Denis Curti, “Ritratti di donne nel mondo dell’arte” presso lo spazio San Fedele di Milano.